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IL TRAM PASSA E LA VITA SI RINNOVA

20 Marzo 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/letteratura_relazioni/il-tram-passa-e-la-vita-si-rinnova/

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/pretisposati/dibattito_1585419832.htm

Recensione del romanzo “Il tram di Fernanda” di Gino Bonometti.

La metafora del viaggio ha sempre affascinato tanti scrittori e la categoria stessa del viaggio è foriera di considerazioni che investono il significato stesso dell’esistenza umana, nel pensiero filosofico e in quello religioso: “la vita è un cammino”, “è un pellegrinaggio”, il senso dell’umana esistenza sta proprio nella condizione dell’”homo viator”.

Naturalmente il Tram non rappresenta il mezzo di un cammino che porti a mete di media e lunga distanza.

Non un aereo. Non una nave. Non un treno. Non un pullman GT, un’automobile. Ma un mezzo urbano, dedicato ai collegamenti cittadini.

Un mezzo di trasporto, un luogo di vita, la fedeltà dell’appuntamento con un mezzo che è al servizio delle necessità di chi lo utilizza nei vari tragitti, di svago, di servizio ma, soprattutto, di lavoro e di vita quotidiana.

Questo però non è “un tram”. È “IL tram”. Precisamente “IL TRAM DI FERNANDA”.

Perché la protagonista del nostro romanzo è lei. E “il suo tram” diventa la metafora della sua vita, di quella fermata alla quale devi salire e dalla quale puoi ripartire per ridare una direzione nuova alla tua vita.

Gino Bonometti ci descrive, quasi con lo stratagemma delle “scatole cinesi”, il dipanarsi di un’esistenza che, da un vissuto, a una crisi, ad una situazione che sembra di impasse, si apre improvvisamente a nuove prospettive, a una nuova freschezza, ad un nuovo entusiasmo, ad una vita che merita una nuova possibilità di sviluppo e di fioritura.

Le prove che la nostra protagonista si trova a dover affrontare non fanno altro che esaltarne i tratti del carattere volitivo, determinato, mai domo, pur nelle sofferenze e nelle criticità che dovrà affrontare.

Fernanda diventa un esempio e una possibilità, lei donna, lei madre, icona di tutte le donne e le madri che si trovano a doversi “reinventare” una vita.

Dalle prime battute il racconto si fa gradevole, coinvolgente, convincente. Il lettore viene condotto dall’autore a farsi spettatore della vita e delle vicissitudini di questa donna, e la sente subito “vicina”, per la sua umanità, per le sue paure, per i suoi aneliti.

A metà del racconto, entrerà in scena l’altro protagonista, quest’uomo “misterioso”, il cui segreto si disvelerà nel corso del racconto.

Il romanzo dunque, partendo e sviluppandosi sul filo dei sentimenti, delle aspettative, delle dinamiche del desiderio e del cuore, unite alla componente delle tante domande che lo sviluppo di una vicenda di vita pone alla mente umana, arriva a condurre il lettore ad un confronto con alcuni interrogativi legati alla vicenda storica della categoria di persone che il nostro secondo protagonista rappresenta: un insegnante, un educatore di coscienze ma, prima di tutto, un uomo maturo, saldo nei suoi principi e nelle sue idee, che le vicende della vita hanno condotto ad un punto cruciale: quello di una scelta.

Da un lato la dignità, il sentimento, il desiderio di ricostruirsi e scommettere su una nuova stagione.

Dall’altro il peso di certe “Strutture” che vivono ripiegate solo su sé stesse e che possono essere riconosciute sia nella contingenza storica di tutta la categoria che il nostro protagonista rappresenta sia in un’attualizzazione che vada ancora oltre, individuando i contorni di questo confronto come propri di tutti coloro che lottano per gridare il proprio diritto a libertà contro la logica della “Struttura” che sacrifica nel nome di presupposte motivazioni e di dichiarati ideali la vita stessa dei suoi adepti.

La lettura del racconto porterà dunque il lettore a salutari e rinnovate riflessioni.

Ogni vita merita di essere non solo vissuta ma ripresa nei momenti nodali e condotta a nuove fioriture attraverso scelte mature e coerenti.

E quel tram sarà sempre lì, a passare e a darci l’occasione di una nuova corsa, perché non siamo ancora al capolinea.

Alessandro Manfridi 21.07.2019

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E DIO CHIAMÒ IL PRESIDENTE TRUMP

12 Marzo 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/costumi-sociali_psicologia/il-signore-chiamo-il-presidente-trump/

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/parola/Approfondimenti_1584100993.htm

Attualizzazione del processo dopo il peccato originale alla luce del COVID-19

Dio chiamò il Presidente degli Stati Uniti d’America e gli disse:
“Donald, come mai la prima super-potenza al mondo ha trascurato con tanta superficialità la diffusione del virus?”
Trump: “Proprio oggi ho ammesso pubblicamente che questo si sta diffondendo negli USA.
La colpa è dell’Europa che non ha assunto misure sufficienti a contrastarlo. Infatti ho appena disposto che per i prossimi trenta giorni siano cancellati tutti i voli aerei dal Vecchio Continente agli Stati Uniti”.
Poi Dio si rivolse alla Presidente dell’Unione Europea.
“Ursula, come mai la UE è stata così tardiva e scoordinata nel contrastare il virus?”
von der Leyen: “L’OMS ha appena dichiarato che si tratta di PANDEMIA, dunque ci stiamo allineando.
Purtroppo molti paesi hanno ritenuto che fosse colpa dell’Italia, al punto da arrivare a vietare l’esportazione di prodotti lavorati nel Bel Paese, ma questo non ha impedito al virus di diffondersi”.
Dio si rivolse dunque al Presidente del Consiglio dell’Italia.
“Giuseppe, come mai la tua nazione ha portato avanti una corsa ad ostacoli contro il virus senza riuscire a debellarlo velocemente?”
Conte: “Purtroppo abbiamo chiuso i voli, poi decretato le due zone rosse, poi chiuso la Lombardia ed altre zone del Veneto e dell’Emilia Romagna, poi fatto di tutto il territorio nazionale una “zona protetta”, poi invitato tutti a rimanere in casa, infine ieri ho chiesto che non vadano a lavorare tutti i lavorarori, ad eccezione di chi lavora nella filiera agroalimentare, nei trasporti, nei beni e servizi essenziali e abbiamo nominato un commissario straordinario per fronteggiare l’emergenza.
In tutto ciò non sono mancati malumori e rimbalzi di accuse, dal ministro dello Sport alla Lega Calcio che non aveva interrotto il campionato, dai genitori costretti a tenere i figli piccoli a casa dovendo andare a lavorare, dalla congestione della rete per lo smart working e la didattica scolastica a distanza, dagli anziani spaventati verso chi ha continuato a radunarsi nei locali, dai fedeli sofferenti per la chiusura dei luoghi di culto, dai meridionali arrabbiati con i corregionari che hanno fatto un esodo forzato dalla zona rossa lombarda di notte, dal Centro-Sud sofferente verso le zone rosse del Nord dove i controlli non hanno impedito gli spostamenti sul resto del territorio nazionale, dai lombardi e dai veneti che continuano a pagare pesantemente il loro tributo, dai medici e dagli infermieri eroici che stanno pagando gli effetti pluridecennali dei tagli sulla Sanità.
In tutta questa situazione con chi ce la possiamo prendere?
Forse con la Cina dalla quale è partito questo virus?”
Dio dunque si rivolse al Presidente della Repubblica Popolare Cinese.
“Jinping, come siete arrivati ad essere causa di questa Pandemia?”
Xi: “La Cina è una potenza di un miliardo e 433 milioni di abitanti.
La colpa è della città di Wuhan, metropoli di 11 milioni di abitanti, che si è fatta sfuggire il virus.”
Dio si rivolse al Sindaco di Whuan.
“Xianwang, come mai non avete fermato il virus alla sua nascita?”
Zhou: “Purtroppo milioni di persone sono fuggite prima della quarantena. Ma la colpa non è nostra, è del COVID-19 che, subdolo, ha iniziato a decimarci.”
Dio si rivolse infine al COVID-19.
“Io non ti ho mai creato, nè pensato, nè progettato, nè voluto. Si può sapere da dove vieni e perchè stai combinando tutte queste disgrazie?”
COVID-19: “Comprendo bene che ora tu te la prendi con me, perchè sono all’origine della catena di trasmissione. Tu mi chiedi: “perchè” e io ti rispondo: “non lo so”.
Tu mi chiedi: “da dove vieni?” ed io ti dico: “neanche esistevo… si sono però create le condizioni perchè io venissi alla luce… A chi devo dare la colpa? All’inquinamento, all’uomo, al caso? Non lo so. Ma io SONO INNOCENTE”

I dialoghi che ho immaginato si rifanno alla pagina biblica del libro della Genesi, capitolo 3, che presenta gli interrogativi posti da Dio ad Adamo ed Eva dopo la loro caduta.

Nel racconto l’uomo dà la colpa alla donna e la donna dà la colpa al serpente. Il danno è fatto, ma la colpa “originale” è sempre di qualcun altro.

Se chi viene interrogato arriva a sostenere che la colpa non sia mai la sua ma sia da attribuire a qualcun altro; se nessuno si assume le proprie responsabilità sostenendo che c’è un altro a cui addossare la colpa (che a sua volta non se l’assume!); se quel che emerge nei momenti di crisi sono le irresponsabilità e gli egoismi, piuttosto che una responsabilità personale e una solidarietà condivisa, ci sarà sempre un COVID-19 capace di oscurare la parte migliore dell’essere umano.
Cfr. Gn 3, 8-24.

Alessandro Manfridi

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CORONAVIRUS E APOCALISSE

6 Marzo 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/salute-e-benessere_societa-societa/coronavirus-apocalisse/

Ormai il COVID-19 è il protagonista incontrastato di ogni riflessione nazionale.

In “tempi di crisi” si riaffaccia, puntuale, la sensibilità millenarista, si moltiplicano le sirene dei “profeti di sventura” e i predicatori apocalittici raggiungono considerevoli picchi di visibilità, guadagnando gradimento e share sulla rete ed oltre.

Paure, psicosi e speranze si accavallano e si sovrappongono, mettendo alla luce i sentimenti più nascosti ed ancestrali di ciascuno di noi.

La Storia delle Religioni e la Storia del Cristianesimo e delle Chiese può illuminarci, dandoci qualche indicazione in più sul modo di vivere in maniera non esasperata e non esasperante le tensioni verso l’Oltre e verso ciò che ci trascende e ci pone le domande di sempre.

In queste settimane, accanto alla diffusione esponenziale di questo virus, impazzano sul web imput di ogni tipo, dai più pesanti a quelli caricaturali.

Così, qualcuno ci ha ricordato che il calendario dei Maya è stato mal interpretato, visto che la data da loro prevista per la fine del computo della cronologia era il 2012 e qualcuno oggi suggerisce l’anno odierno.

Da dove nasce questa “necessità” di “leggere i segni dei tempi” e di trovare chiavi interpretative per dare una spiegazione finale agli avvenimenti che la storia ieri e la cronaca oggi di volta in volta ci presentano?

Una delle coordinate è proprio quella legata alle domande “fondamentali” che ogni essere umano, almeno una volta, si è posto nella vita: “Da dove vengo?”, “Dove vado?”, “C’è una vita dopo la morte?”, “Che significato devo dare all’esistenza e alle sofferenze e alle prove che vivo?”.

Naturalmente la domanda più drammatica è proprio quella che sta dietro all’avvenimento della fine dell’esistenza.

Nel XIV secolo il continente Europeo visse il dramma di una pandemia chiamata “Morte nera”, probabilmente dal batterio della peste che, dall’Asia attraverso la Turchia arrivò in Grecia e nei Balcani e attraverso l’Egitto in Sicilia risalendo l’Italia e diffondendosi in Francia, Spagna, Germania, in tutta l’Europa fino ad arrivare alle isole britanniche.

Secondo gli studi degli storici questa pandemia di peste avrebbe sterminato un terzo della popolazione del continente, causando circa venti milioni di decessi.

Certamente non possiamo ignorare i milioni di morti dovuti alle guerre che si sono succedute nel Vecchio Continente nell’arco della sua plurimillenaria storia; ma la percentuale delle vittime mietute in pochi anni – dal 1346 a poco oltre il 1353 – fanno di questo avvenimento, forse, l’evento più nero e drammatico di tutta la storia continentale.

Lo stesso fenomeno da cui deriva il termine “Millenarismo”(1), coniato per designare la credenza diffusa che allo scoccare dell’anno Mille della Storia Cristiana il Tempo sarebbe giunto al suo termine (e con il proliferare, come sappiamo, di una serie di movimenti e di sette che eccitavano gli animi a riguardo) fu superato, di gran lunga, dalla disperazione e dalla follia generate dall’orrore e dal terrore delle popolazioni sottoposte alla devastazione della “Peste nera” trecentesca.

Ne fecero le spese, in maniera drammatica, gli ebrei.

Tra il 1348 e il 1350 ci furono massacri in Spagna, Francia, Germania ed Austria suscitati da una falsa accusa secondo la quale gli Ebrei avrebbero provocato la morte di Cristiani con l’avvelenamento di pozzi ed di sorgenti d’acqua durante la peste nera. Solo a Strasburgo vennero bruciati vivi 2.000 Ebrei. (2)

Questa “necessità” di trovare un “capro espiatorio”, di “dare la colpa a qualcuno” per la catastrofe che incombe, sono caratteristiche delle psicosi collettive generate da questi “segni apocalittici”.

Accanto al termine “millenarismo” e prima del suo conio, la parola “Apocalisse” sta a designare, appunto, l’arrivo di un tempo di grandi prove e tormenti, e si rifà proprio al titolo dell’ultimo libro della Bibbia, la parola greca “apokálypsi” che tradotta in italiano significa ”rivelazione”.

Il libro, davvero affascinante e colmo di simbologie (abbiamo simbologie cromatiche, simbologie numeriche, simbologie zoomorfe, simbologie angeliche, simbologie cosmiche) è la trasposizione scritta, attribuita all’ultimo degli Apostoli in vita, Giovanni l’Evangelista, che avrebbe narrato sull’isola di Patmos verso gli anni Novanta dell’Era Cristiana le “rivelazioni” da lui ricevute nelle sue visioni mistiche, rivelazioni che hanno a che fare con quello che avverrà “Alla fine dei tempi”.

Il fatto che le visioni siano corredate di avvenimenti drammatici (segni negli elementi, carestie, devastazioni, guerre, apostasie, battaglia angelica tra le milizie capeggiate dall’Arcangelo Michele e gli angeli decaduti guidati da satana cfr Ap 12, 7-9), tutte descrizioni – si noti – altamente simboliche e dunque esigenti di necessarie interpretazioni, ha condotto l’immaginario collettivo sbocciato a corredo degli avvenimenti più drammatici della Storia bimillenaria del Cristianesimo a dipingere “la Fine dei Tempi” come un’epoca corredata, appunto, da un susseguirsi martellante, senza tregua ed asfissiante di avvenimenti catastrofici.

Non c’è bisogno di citare i testi e l’azione di quei gruppi religiosi e quelle Chiese “specializzate” nella predicazione millenarista-apocalittica, come la Congregazione dei Testimoni di Geova o come le molteplici denominazioni che appartengono alla famiglia delle Chiese Avventiste.

Lo stesso Cattolicesimo ha tra i punti fondamentali del suo “Credo” quello dell’attesa di un ritorno di Gesù Cristo alla “Fine dei Tempi”. Nel Messale Romano l’assemblea è invitata a proclamare dopo le parole consacratorie durante le liturgia eucaristica, la formula: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Dunque, l’attesa di una “Seconda venuta, nella gloria”, come viene formulato sia nel “Simbolo Apostolico” sia nel “Simbolo niceno-costantinopolitano”, entrambi recitati, alternativamente, nella liturgia eucaristica festiva come riportato dal Messale stesso.

Il credente cristiano vive dunque quest’attesa, questa tensione. Ma non ne predice né ne prevede una “data” (che sia il 1000, il 2000 o quando altro), anche perché nella Bibbia tali date non sono proposte; naturalmente il “predicatore millenarista” e tutti gli adepti al disvelamento di “segreti apocalittici” si sono azzardati e sprecati, in epoche passate e recenti, a dispensare date e scadenze con lo zelo di chi si preoccupa delle conseguenze deleterie di un cibo consumato dopo la data di scadenza… a onor del vero, la Storia li ha smentiti puntualmente.

L’attenta lettura dei testi biblici ci fa notare che i vari scritti prodotti dai cosiddetti “Profeti” (con il genere letterario corrispondente) presentano un’andamento opposto a quel che il sedicente “profeta apocalittico” pretenderebbe e prevederebbe. Il profeta biblico, infatti, è sempre un uomo od una donna controcorrente, che “parla nel deserto” e, quasi sempre, vive il dramma di una profonda solitudine ed isolamento, non venendo compreso/a, nonostante la profondità delle sue provocazioni e delle sue battaglie, se non al termine della sua esistenza od oltre la stessa.

La Bibbia stessa presenta la figura dei “falsi profeti”(Cfr. Dt 18, 17-22, Ger 14,14; 28, 1-17, 1Re 18, 20-39, Mt 24, 11).

A questi ultimi potremmo accostare le figure dei “sedicenti profeti apocalittici” che dimostrano la pochezza delle loro prospettive, la piccolezza dei loro obiettivi e la meschinità dei loro fini proprio a partire dalle loro azioni e dalle loro strategie, totalmente opposte alla testimonianza del profeta autentico, quello che lascia un solco.

Si noti: i signori, menagrami di sventura, non vanno controcorrente, tutt’altro, cavalcano l’onda delle fobie e delle psicosi.

Non prevedono quel che ancora non si vede all’orizzonte ma fanno incetta di notizie catastrofiche sotto gli occhi di tutti (disastro ecologico, fame nel mondo, virus letali, recessione economica, guerre endemiche, egoismo umano all’ennesima potenza…) e le riciclano per i loro sporchi interessi: creare audience, consenso, adepti, suscitare adesioni e guadagnare grazie ai diritti d’autore, sulla pelle della gente. In pratica, si propongono all’opposto dei veri profeti, che sono invece emarginati, perseguitati ma alla fine riconosciuti ed esaltati (la formula evangelica conserva immutata la sua verità profonda: “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”, cfr. Lc 14, 7-14).

Il ritorno di Cristo, atteso dai suoi credenti, pur essendo una buona notizia (l’apocalisse, in realtà, è una buona notizia; perché il vero cristiano non si preoccupa dei segni apocalittici che lo accompagnano – peraltro, come detto, presentati simbolicamente nel testo biblico – ma si rallegra della opportunità di poter conoscere Colui nel quale crede accogliendolo al suo ritorno sulla Terra), non ha cessato, come abbiamo visto, nel corso di due millenni di storia, di vivere deviazioni proprie dei movimenti millenaristi ed apocalittici.

La storia è antica.

Ne sa qualcosa l’apostolo Paolo che scriveva la sua seconda lettera alla comunità dei credenti presente in Tessalonica.

In essa si evince che già nelle prime comunità cristiane era fortissima l’idea che Gesù sarebbe tornato di lì a poco e che tutti avrebbero potuto conoscerlo.

Questa gioiosa attesa era però degenerata in alcuni che, certi della ormai prossima fine di questo stato di cose (“ fine del mondo”) erano giunti alla risoluzione di smettere di lavorare, per concentrarsi sulla “parusia” ormai imminente.

Paolo li rimprovera fortemente, richiamandoli al presente, con una frase che può giustamente restare scolpita come fondamentale regola di convivenza civile: “Chi non vuol lavorare neppure mangi” (2Ts 3,10).

Dopo duemila anni di Cristianesimo, cogliendo l’urgenza di contrastare il COVID 19 che ci vuole tutti uniti e solidali, rigettando qualsiasi sirena sedicente profetica, siamo grati nel continuare a dare il nostro contributo con il lavoro, con lo studio, con le nostre capacità e competenze, per uscire da questa crisi e sopratutto perché la dicitura “situazione apocalittica” sia colta non più come qualcosa di terribile, ma come una occasione per costruire un presente sensato e dare risposte umane alle domande di senso.

(1) DUBY G., FRUGONI C., Mille e non più mille: viaggio tra le paure di fine millennio, Rizzoli, Milano 1999.

(2) FOA A., Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione, Laterza, Roma-Bari, 2008.

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FRANCESCO È UN GRANDE, VI SPIEGO PERCHÈ

13 Febbraio 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/america-mondo_clima/francesco-e-un-grande-vi-spiego-perche/

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/francesco/commenti_1581692475.htm

http://www.parrocchiemarrubiu.it/modules.php?modulo=mkNews&idcontent=1230

Con l’Esortazione Apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA del 2.02.2020, presentata ieri (12 febbraio ndr), Papa Francesco pare aver deluso le aspettative di quanti, ormai da settimane, si attendevano delle novità in merito all’ordinazione di uomini sposati, i viri probati, e all’accesso delle donne al Sacramento dell’Ordine nel grado del Diaconato.

In effetti, tali “mancate riforme”, sembrano aver messo alla prova non solo tutti quei vari movimenti di rinnovamento che si muovono nel panorama variegato dell’Orbe cattolico, ma aver, in qualche modo, negato tutto il lavoro profuso in maniera capillare da una vasta base ecclesiale nelle consultazioni prima, e dal Sinodo che ha avuto luogo a Roma tra il 6 e il 27 ottobre e che si è concluso con un testo intitolato Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale.

Francesco dunque non avrebbe avuto il coraggio di consumare uno strappo con gli ambienti più conservatori della Chiesa e, per buona pace e grande soddisfazione del cardinal Sarah, di Benedetto XVI e di quanti hanno difeso strenuamente la necessità della legge sul celibato obbligatorio nelle scorse settimane, avrebbe “sacrificato” riforme che sarebbero state storiche e clamorose (la legge disciplina da quasi mille anni il clero cattolico di rito latino; ancora più arretrata nei secoli è la memoria di un diaconato istituito femminile) riconsegnando la Chiesa allo STATUS QUO.

Io vorrei però proporre una lettura diversa, fuori del coro della generale delusione per le aspettative mancate.

Innanzitutto, davvero interessante, è il preambolo dell’Esortazione.

In esso, il Papa afferma che non intente né sostituire né ripetere i contenuti del Documento conclusivo stilato dai padri sinodali al termine dei lavori.

«Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente.

Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà» (QR nn. 3-4)

Dalle parole citate pare evidente che Francesco, dopo aver affermato che non intende sostituire il Documento finale con la sua sintesi della Esortazione Apostolica, auspichi che pastori, consacrati, laici e persone di buona volontà possano applicare le conclusioni dei padri sinodali, che egli invita a leggere integralmente. Interessante invito, con conseguenze e sviluppi da considerare attentamente.

Francesco, evidentemente, come più volte ha indicato con il suo magistero, non intende “calare dall’alto” le soluzioni e le direttive in merito al governo della Chiesa,

Ma suggerire, col suo bagaglio esperienziale legato ad una pastorale presbiterale che deve “odorare delle pecore”, e ad una realtà ecclesiale sudamericana che ha vissuto le sue punte più profonde nell’opzione preferenziale per i poveri e nella condivisione della difffusa realtà delle comunità ecclesiali di base, che ciascuno di noi riscopra la categoria, ricordata dalla LUMEN GENTIUM, dell’azione e del protagonismo di quel Popolo di Dio che cammina comunionalmente, superando dunque gli inconvenienti, da lui più volte denunciati, del clericalismo e del clericocentrismo.

Traducendo: voi invocate una riforma che sia ancora una volta diretta dalle scelte clericali e calata dall’alto dal magistero papale? Imparate a camminare come Popolo di Dio (così come ci è stato mostrato nella consultazione e nei lavori sinodali) e sarà questo popolo stesso il protagonista della riforma da voi auspicata!

Ritengo che i tempi siano ormai maturi per un riconoscimento ministeriale dovuto alla preziosa ed infaticabile componente femminile; così come la questione dei “viri probati” non sia affatto chiusa. Non definirei in tal senso l’Esortazione Apostolica papale come una occasione persa ma solo come un invito a cambiare le prospettive e ad allargarle.

Qui sta, appunto, la grandezza della linea di Francesco.

Dove in queste ultime settimane il contenzioso si è consumato tra la questione celibato sì/celibato no e l’attenzione mediatica si è concentrata solo ed esclusivamente su questi punti, egli ci ha aperto il quadro su prospettive e tematiche ben più ampie, che chiamano in causa non solo la riflessione della Chiesa ma rivolgono un appello all’intera umanità.

Egli dunque, consegnandoci quattro sogni che corrispondono ad altrettante visioni (sociale, culturale, ecologica, ecclesiale) ci conduce per mano, in particolar modo nei primi tre capitoli, invitandoci a riconoscere le nostre responsabilità e ad adoperarci perché la distruzione della biodiversità dell’Amazzonia e lo sterminio, l’emigrazione, lo sradicamento culturale e l’impoverimento degli indios che si trasferiscono nelle città vengano affrontati con una presa di coscienza collettiva.

« […]dovremmo tutti insistere sull’urgenza di «creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia».Se la chiamata di Dio esige un ascolto attento del grido dei poveri e, nello stesso tempo, della terra,per noi «il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cfr.Es3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che invoca la libertà» (QA n. 52)

« […]oltre agli interessi economici di imprenditori e politici locali, ci sono anche «gli enormi interessi economici internazionali».La soluzione non sta, dunque, in una “internazionalizzazione” dell’Amazzonia, ma diventa più grave la responsabilità dei governi nazionali. Per questa stessa ragione, «è lodevole l’impegno di organismi internazionali e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi sistemi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o internazionali». (QA n. 50)

Le frequenti citazioni della LAUDATO SI e la denuncia delle logiche capitalistiche che stanno depredando l’area amazzonica propongono la stessa Esortazione Apostolica come uno dei documenti del Magistero Sociale della Chiesa.

Preziosissime le indicazioni sulla necessità di rendere protagoniste le popolazioni indigene e mettersi in ascolto delle loro proposte.

L’analisi dei primi tre capitoli del documento porta tutti noi ad accogliere l’appello che Papa Francesco fa, in maniera accorata, perché il dramma che si sta consumando in Amazzonia possa essere riconosciuto ed affrontato.

Il Papa “venuto dall’altra parte del mondo” ci ha già abituato a decentrarci e ad assumere uno sguardo planetario, operando quella globalizzazione della solidarietà che deve contrastare la cultura dello scarto.

Ricordiamo come non solo Roma e il Vaticano si sono colorati durante il Sinodo panamazzonico della presenza e dell’apporto di donne e uomini indios ma anche come Francesco abbia personalmente invitato, già per la messa del suo insediamento al soglio pontificio, i rappresentanti e gli attivisti sudamericani di queste popolazioni.

Questa è la visione, questi sono i sogni e questa è la chiamata alla quale Francesco ci invita ad aprirci. Con una presa di coscienza collettiva e un’azione comune non più procrastinabili.

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FINESTRA DI JOHARI. UNA PROPOSTA

22 Gennaio 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/costumi-sociali_religione/finestra-di-johari-una-proposta/

Il celeberrimo schema detto “Finestra di Johari” ideato dagli psicologi americani Joseph Luft e Harry Ingham nel 1955 (le iniziali dei cui nomi combinate hanno dato nome allo schema) è uno strumento utilizzato per lavorare sulle dinamiche interpersonali e di gruppo.

Lo schema è rappresentato da quattro quadranti e che vengono letti da due punti di osservazione diversi, il primo inerente alla conoscenza posseduta dal soggetto (o dal gruppo), il secondo relativo alla percezione esterna che viene recepita del soggetto (o del gruppo).

I passaggi tra i quadranti permettono di lavorare sulle dinamiche della comunicazione.

Un quadrante detto dell’“Arena” è quello legato alla manifestazione pubblica di ciò che un soggetto è (o mostra). In pratica una conoscenza propria del soggetto (o del gruppo) e condivisa all’esterno.

Il quadrante opposto è quello dell’“Area Sconosciuta”, ignota o “inconscia” dove sia il soggetto (singolo o gruppo che sia) non ha conoscenza di alcune sue caratteristiche (in psicologia parliamo di “inconscio”) e in ugual modo la “non conoscenza” dello stesso è condivisa dall’osservatore esterno.

I due quadri intermedi si caratterizzano per un alternarsi delle variabili.

In uno, quello dell’”Area segreta” (o “privata” o “nascosta”) anche detto “Facciata” il soggetto possiede una conoscenza di sé che non condivide con l’osservatore esterno.

Completa lo schema l’area “cieca”, quella in cui l’osservatore esterno ha una conoscenza del soggetto (singolo o gruppo che sia) senza che lo stesso la condivida. In pratica, il soggetto è come “cieco”, impossibilitato ad avere una conoscenza di sé (come avviene invece nei quadranti “Arena” e “Facciata”).

L’asse orizzontale indica il grado di conoscenza che il soggetto/il gruppo ha di sé stesso; l’asse verticale indica la conoscenza che hanno gli osservatori esterni del soggetto/del gruppo.

Mi sono sempre interessato dell’applicazione di questo schema per vari studi.

In maniera impropria, data la peculiarità dello strumento, proverò a sfruttarne l’uso per dare una sintesi schematica della situazione del clero della Chiesa Cattolica di rito latino.

L’occasione mi viene proprio dalle ultime prese di posizione a favore del celibato da parte del cardinal Sarah che ha pubblicizzato un libro che dice di aver realizzato con il Papa emerito Benedetto XVI, il quale si è invece affrettato a smentire la notizia sul suo consenso all’operazione (1).

Ricordando che sull’argomento ci sono molti interventi ed una discreta bibliografia, io stesso mi sono espresso a riguardo anche su questo canale (2), mi limito qui ad uno schema sintetico, che possa dare un quadro della questione, utilizzando la “Finestra di Johari”.

Ho preso in considerazione due variabili: il celibato e la castità.

Naturalmente le due realtà sono collegate ma non equivalenti.

Per celibato “ecclesiastico” si intende l’impegno assunto dal clero a rinunciare al matrimonio nell’ambito delle promesse sottoscritte prima dell’ordinazione diaconale (3).

La “castità” è invece una virtù che viene richiesta anche agli stessi sposi cristiani. In questo caso non si chiede l’astensione dai rapporti ma un certo modo di vivere tutta l’esperienza relazionale di coppia, nei vari aspetti affettivi, sessuali, generativi (4).

I preti “secolari”, quelli legati all’obbedienza ad un Vescovo e incardinati in una diocesi, fanno “promessa di celibato” ma non “voto di castità”; tale voto è invece professato dai religiosi e dai consacrati di ogni ordine e carisma: suore, monache, frati, missionari, monaci, sacerdoti cosiddetti “regolari”perchè legati all’osservanza di una “regola” che fa capo al loro fondatore e segue un carisma particolare (Francescani, Domenicani, Benedettini…). Questo non significa che i preti secolari non debbano vivere una qualche forma di “castità”, pur non avendone assunto un voto. Ricordando che secondo gli insegnamenti della Chiesa Cattolica ogni rapporto fuori del matrimonio è considerato illecito (un peccato “da confessare”) naturalmente ciò si ritiene valga anche per una relazione affettiva che sia di coppia ma non arrivi ad un matrimonio (una convivenza di fatto); è evidente che ai consacrati viene negato dunque quello che già viene negato ai laici (rapporti fuori del matrimonio, convivenza) con la differenza che un prete, un frate, una suora, per sanare una relazione affettiva “fuori del matrimonio” dovrebbe sposarsi, rinunciando al ministero.

Nel quadrante dell’Arena ho dunque rappresentato le due variabili nella loro proposta “pubblica”: i preti qui sono SIA CELIBI CHE CASTI, esattamente come li vuole la Chiesa, li vede la gente e come si propongono e si sforzano di vivere loro stessi.

Nel quadrante opposto troviamo la variabile “NON CELIBI E NON CASTI”. Si tratta di preti che hanno deciso di rompere la loro promessa celibataria per sposarsi (risultando secondo le norme sospesi dall’esercizio del ministero) ma non vivono la castità loro propria, vivendo in maniera deviata l’esercizio della loro sessualità.

Questi due quadranti opposti nascondono la realtà delle cose: il mondo non si divide in “bianchi” e “ neri”, in “buoni” e “cattivi”, come l’informazione mediatica vorrebbe spesso proporre.

Infatti, passare dalla visione ideale del prete “celibe e casto” dedito alla sua missione (figure esistenti, certo; ma non da idealizzare) a quella del prete non solo “traditore” della sua missione ma anche fonte di scandali (quadro descritto da Paolo VI nella Sacerdotalis Coelibatus come analizzo) (5) è un passaggio che non solo potrebbe far sorridere gli osservatori più attenti ma che probabilmente non corrisponde alla realtà nel suo complesso.

Per tal motivo i due quadri intermedi appaiono essere più vicini alla realtà stessa.

In uno, che corrisponde impropriamente all’area “Cieca” di Johari (quella in cui il protagonista non si coglie nella sua realtà ma viene colto dall’osservatore esterno) ritroviamo i preti NON CELIBI MA CASTI. Sono quei preti che hanno rinunciato alla promessa del celibato per sposarsi e mettere su famiglia (venendo sospesi dall’esercizio del ministero ma rimanendo, secondo il Codice di diritto Canonico, can. 290, comunque validamente ordinati; per tal motivo i sacramenti eventualmenti celebrati da essi – confessioni e messe – sono considerati validi ma amministrati in maniera illecita, ad eccezione di quanto dispone il can. 977 CJC). Essi vivono dunque la dimensione, come accennato, propria anche dei laici, quella della “castità matrimoniale” (non “astensione”, lo ripetiamo, ma giusta costruzione della relazione al di fuori di qualsiasi “perversione” e tradimento extramatrimoniale).

Nell’ultimo quadrante, quello dell’area di “Facciata”, “occulta”, “segreta”, “privata”, troviamo i preti CELIBI MA NON CASTI. In quest’area il soggetto conosce sé stesso ma tali aspetti non vengono condivisi e manifestati all’esterno. “Mancanza di castità” vuol dire naturalmente tutta una serie di cose, in un ventaglio davvero ampio. Dal “segreto”al “nascondimento” di una “relazione affettiva” che non può essere resa pubblica, alla vita smarrita dietro promiscuità e dissolutezze, fino all’attaccamento a realtà che negano il senso stesso della missione assunta: la brama di potere, il carrierismo, il clericalismo, la vanagloria, il narcisismo, la prevaricazione sugli altri, la simonia e l’accumulo di denaro e di beni materiali. Celibi sì. Ma casti no.

Naturalmente è chiaro che la mia applicazione dello “Schema di Johari” è impropria, in quanto questo nasce e viene usato in dinamiche legate alla comunicazione; il mio schema invece presenta due soggetti diversi: quelli dei preti rimasti celibi e quelli dei preti che hanno deciso di rinunciare al celibato, con un doppio sviluppo dinamico in cui assegno a ciascuna delle due categorie due quadri dello schema. Pur con una forzatura, spero la mai proposta possa essere letta in maniera scorrevole.

Concludo ricordando che chi propone una rivisitazione della norma che rende obbligatorio il celibato ecclesiastico fra il clero cattolico di rito latino non sta chiedendo l’abolizione del celibato stesso (come erroneamente qualcuno intende) ma solo l’abolizione della sua obbligatorietà, lasciando dunque la libertà ai protagonisti – sotto il discernimento e l’accompagnamento della Chiesa – di poter essere dispensati dall’obbligo accedendo ad un matrimonio senza essere al contempo sospesi dall’esercizio del ministero.

Mi sembra particolarmente interessante il servizio giornalistico andato in onda su Rai Tre nel format “Presa diretta” il 13.01.2020 intitolato “Attacco al Papa”(6 ) e dunque qui ho il piacere di segnalarvelo.

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/01/14/celibato-dei-preti-e-giallo-in-vaticano_e8c1ca9e-8c5d-4790-ae84-cb8315a4c840.html
(2) https://www.glistatigenerali.com/religione_teologia/papa-francesco-e-la-conferma-della-norma-del-celibato-obbligatorio/
(3) http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis.html

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/celibato-sacerdotale-secondo-concilio-dono-non-dogma.html
(4) http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm
(5) http://www.vocatio2008.it/ULTIMENOTIZIE/2019_05_26_7%20Relazione%20Manfridi%20Convegno%20Vocatio%2026.05.2019.pdf
(6) https://www.raiplay.it/video/2020/01/Presa-diretta—Attacco-al-Papa-4026c0ba-4c4d-46b3-a457-026f87cc0983.html

https://pietrevive.blogspot.com/2020/01/attacco-al-papa-presa-diretta-di.html?m=1&fbclid=IwAR37H_DSApP01u4EUz8Wjiv_y5KaTHZEtH8dL9m71nCHT-PA7a

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PERCHÈ GESÙ BAMBINO PUÒ DARE UNA SPERANZA A CREDENTI E NON CREDENTI

22 Dicembre 2019

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/famiglia_religione/perche-gesu-bambino-puo-dare-una-speranza-a-credenti-e-non-credenti/

Natale è uno degli appuntamenti più sentiti dalle società occidentali.
Non solo il motore commerciale, quello delle compere, dei regali, dei pranzi e delle cene, dei viaggi e dei soggiorni, dei mercatini, delle manifestazioni.
Le luci, gli addobbi, i festoni, contribuiscono ad apprestare le località più amene e le location più caratteristiche, arrivano a suscitare una vera e propria “gara” che coinvolge tutti, dalle autorità comunali ai negozi, dalle strade agli edifici pubblici, fino ad ogni sito domestico e privato, colorando ed accendendo muri, balconi, finestre e cornicioni.
In ogni casa e in ogni ambiente, pubblico e privato, non mancano, insieme alle luci, almeno i simboli del presepio o dell’albero natalizio.
Questa atmosfera, questa magia, coinvolge la nostra società, i nostri ambienti, le nostre famiglie.
Tutti sappiamo che la fonte di queste manifestazioni e di queste celebrazioni sta in un evento che caratterizza il messaggio legato ad una delle religioni che ha fatto la storia del globo negli ultimi due millenni, quella del Cristianesimo, con la natività del suo ispiratore, Gesù, detto “Il Cristo” (“l’unto del Signore”).
Per i cristiani il Natale è la celebrazione di un evento senza pari: un Dio che “si fa uomo”, decidendo di nascere, di incarnarsi, di “prendere carne” da una giovane fanciulla ebrea che viveva in Palestina.
Per chi non crede questo può essere un mito, una bella favola, o comunque il racconto, teologizzato, della venuta al mondo di un uomo realmente esistito che ha segnato il pensiero e i destini di innumerevoli persone a lui ispiratesi nel corso dei secoli successivi.
Degno di nota è ricordare che il calendario più diffuso sulla faccia della Terra è quello che conta il tempo cronologico separandolo con un ante Christum natum / post Christum natum.

Senza riprendere triti discorsi sul fatto che tanti festeggino senza ricordare il festeggiato, la mia riflessione vorrebbe porre una domanda: può la vicenda di questo bambino dire qualcosa non solo ai credenti ma anche a coloro che non credono? E se sì, in che maniera?
Io partirei da una considerazione: non esiste nella storia di ogni essere umano, di ogni famiglia, di ogni organizzazione sociale e di ogni Civiltà, un momento più significativo quale quello della propagazione della vita e della celebrazione per l’evento di una nuova nascita.
Ovunque, la nascita di un bambino costituisce un motivo di gioia, di rinnovata speranza, di determinazione di senso legata alla possibilità di un futuro attraverso la propagazione della vita.
Al tempo stesso, nell’era della globalizzazione, della società liquida (1), della informazione digitale, sono sotto gli occhi di tutti e del mondo intero – nonostante gli impedimenti legati a volte ad informazioni canalizzate in maniera distorta secondo le leggi dettate dai poteri occulti di sempre – le vicende e le situazioni che ci presentano il dramma dell’infanzia negata in giro per il mondo: dalla pedopornografia alla pedofilia, dallo sfruttamento della prostituzione minorile al commercio e al turismo sessuale dedicato, dal lavoro minorile nelle fabbriche, nelle miniere ed in ogni settore lavorativo possibile ed immaginabile alla dispersione scolastica, dal mancato accesso all’istruzione alle discriminazioni verso il mondo femminile fin dalla tenera età, dalle mutilazioni etniche ai matrimoni dei bambini, per arrivare ad ogni genere di violenze, ambientali e domestiche, fisiche e psicologiche, fino alle storie di negazione più totalizzante dell’infanzia e dell’umanità stessa, quella dei bambini soldato (2), drogati e spediti in prima linea nei villaggi a commettere eccidi e mattanze delle popolazioni civili.
Queste terribili immagini e storie dell’infanzia negata, destando sentimenti di impotenza, di rabbia e di sdegno, suscitando in noi la richiesta per un impegno civile personale e collettivo a favore di ognuna di queste vittime e contro tutte le cause che ne provocano lo sfruttamento e l’abuso, nell’impegno per l’individuazione, la denuncia e il perseguimento dei colpevoli, ci ricordano infine che una società che non difende i suoi bambini non difende se stessa e non si garantisce alcun futuro.
Non scordiamo anche tutti i bambini vittime delle guerre, della fame, delle carestie, delle malattie non curate (maggiori rispetto a quelle incurabili), delle migrazioni come profughi e quelli a cui è negata la nascita stessa, per mille motivi.
Questi quadri ci consegnano drammi che vanno di pari passo con la storia dell’umanità ma che oggi sono, in qualche modo, sotto gli occhi di tutti coloro che non vogliano “voltarsi dall’altra parte”.

Quanto grande è lo sgomento per la considerazione dei drammi legati all’infanzia negata tanto maggiore è il sentimento che vede nelle venuta di un neonato un motivo di speranza che superi le angosce per le tante minacce portate all’infanzia stessa.
Per questo, la storia di un bambino ebreo nato duemila anni fa in Palestina in una situazione precaria, “al freddo e al gelo” (3), come uno che non avrebbe avuto diritto ad un alloggio degno di questo nome, da genitori che stavano vivendo una vicenda che li superava (e quale gravidanza non “sconvolge” la vita di qualsiasi coppia sulla Terra?) e che si caratterizza come un motivo di speranza, di luce, di mantenimento delle promesse, ha da dire qualche cosa, da dare un senso, in primo luogo alle nascite e alle esistenze di tutti quei bambini che, oggi, possono venire al mondo in situazioni di precarietà, di mancanza, di minaccia che gravano su di loro.
E, insieme con il senso proprio della vita di ogni bambino, per la dignità e la grandezza che questa, ogni vita, porta in sé, questa luce, questo senso, questo adempimento delle promesse, delle speranze, delle attese, passa dal dono della venuta di un nuovo nato a pervadere le vite e le esistenze di tutti coloro che ne accolgono l’arrivo.
Un credente deve scoprire questo: non solo la preghiera al Christus patiens, all’Uomo della Croce, al Gesù Messia adulto e taumaturgo. L’uomo di fede deve scoprire la preghiera, la devozione, la spiritualità del culto a Gesù come Bambino, quella stessa che fu mirabilmente testimoniata dalla sequela sulla via della infanzia spirituale da Teresa di Lisieux (4).
Quello stesso Gesù che, ancora una volta in questi giorni, è protagonista della festa del Natale vissuta in ogni dove.
Anche chi non crede (in Dio), fissando il suo sguardo negli occhi di un Gesù Bambino che ci guarda da un presepe domestico, da una mangiatoia allestita da qualche parte o da un’immagine che ci raggiunge dal web, può ritrovare il senso più profondo e il messaggio più autentico che ci è dato in questi giorni di festa: quello della speranza, della gioia, della certezza per la realizzazione di un modo migliore perché, fin quando ci sarà un bambino, ci sarà una luce che ci illumina.

Alessandro Manfridi

(1) Z. BAUMAN, Modernità liquida, trad. di Sergio Minucci, Editori Laterza, Roma -Bari, 2011.

(2) I. BEAH, Memorie di un soldato bambino, Neri Pozza Editore, Vicenza 2014.

(3) https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/e-natale-tu-scendi-dalle-stelle

(4) TERESA DI GESÙ BAMBINO, Storia di un’anima, Editrice Shalom, Ancona 2001.

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PAPA FRANCESCO E LA CONFERMA DELLA NORMA DEL CELIBATO OBBLIGATORIO

13 Novembre 2019

Pubblicato in https://www.glistatigenerali.com/religione_teologia/papa-francesco-e-la-conferma-della-norma-del-celibato-obbligatorio/

Sono passate solo alcune settimane dalla chiusura dei lavori dell’ultimo Sinodo della Chiesa Cattolica: «Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale» e sembra che per molti – media, agenzie, pronunciamenti di personaggi vari e di alti prelati – il punto centrale dei lavori sia stato quello della discussione sui «viri probati».
L’assemblea sinodale si è espressa favorevolmente ed ora l’ultima e definitiva parola è attesa dal documento post-sinodale che nei prossimi mesi vedrà la luce per mano del Vescovo di Roma.
Ed ecco alternarsi interviste, prese di posizione, fautori della proposta e voci critiche e preoccupate davanti alla probabile sua realizzazione.

Poniamoci qualche domanda.

Il Papa dovrebbe in questo momento abolire la legge del celibato obbligatorio che regola come norma la disciplina del clero cattolico di rito latino ormai da quasi un millennio?
Per chi il Papa dovrebbe portare una variazione così importante e per certi aspetti poco unanime?

Chi chiede al Papa l’abolizione del celibato?
Chi non la chiede?

Sicuramente le risposte a questi quesiti sono molteplici.

L’abolizione del celibato viene richiesta da più parti:

• da una parte della società civile che vede nel clero uxorato una categoria di persone aperte a scelte umane di coniugalità e genitorialità; scelte che permetterebbero ai preti di essere un po’ meno «separati» e un po’ più «allineati» con le altre componenti del «popolo di Dio»;

• da coloro che individuano nella norma una delle cause del crollo delle vocazioni;

• dalle donne che amano un prete od un vescovo e ritengono di essere ricambiate;

• dai figli nascosti di preti e di vescovi;

• dai preti uxorati, da quei preti cioè che, ricevuta la dispensa o meno, hanno già deciso di convolare a nozze.

Ma ai veri «protagonisti», ai preti celibi, interessa  questa abolizione?

Da parte dei preti celibi pare non vengano richieste esplicite; forse da alcuni ma non dalla maggior parte del clero. Perché? Probabilmente ritengono che le cose vadano bene così?

Queste domande rimangono senza risposta certa.

Perché dunque Papa Francesco dovrebbe eliminare una norma che la maggior parte dei sacerdoti, vescovi, cardinali, religiosi e religiose non gli chiede di modificare?

Tra l’altro, a coloro che chiedono l’abolizione del celibato le risposte del diniego sono molteplici:

• a quella parte della società civile favorevole a una simile riforma viene fatto presente che, se i preti sono per definizione teologica presi dal popolo e separati da esso per il bene e a servizio dello stesso (PO 3), la rinuncia che essi compiono a vivere le esperienze della coniugalità e della genitorialità è una scelta formulata a suo tempo, quello della formazione, liberamente sottoscritta e certamente richiesta per precise motivazioni: quella della dedizione totalizzante alla missione evangelica;

• a chi invoca la possibile soluzione al calo delle vocazioni, basta sottoporre le statistiche che dicono che tale crisi riguarda, in maniera trasversale, anche Chiese delle altre comunità cristiane non cattoliche storicamente fornite di clero uxorato;

• alle donne che amano un prete o un vescovo e che spesso vivono la sofferenza di queste relazioni nel nascondimento anche per anni si risponde che l’abolizione della norma non sarebbe poi così risolutiva della loro situazione. A tal proposito vengono formulati questi quesiti: queste donne sono veramente certe che chi è accanto a loro le ami e non trascini la relazione prendendole in giro? Sono certe che questo sentimento sia realmente ricambiato o forse potrebbe essere una loro illusione? Sono certe che, una volta eliminata la norma, colui che loro amano non potrebbe decidere comunque di porre fine alla relazione? Ma soprattutto, se il sentimento di lui è sincero, profondo e vero, perché non ha già deciso di lasciare il ministero per unirsi alla sua amata? In altre parole: queste donne sono certe che il vero motivo per cui vivono una relazione nascosta sia quella dell’obbligo del celibato, per il quale il sacerdote si dice impedito a sposarle per non rinunciare al ministero?

• Per quanto concerne i figli nascosti di preti e di vescovi, si prende atto che se un uomo, sacerdote o laico che sia, mette al mondo un figlio, dovrebbe assumersi la responsabilità civile e morale della paternità con tutto ciò che questo comporta. Tale responsabilità non prevede però necessariamente che quest’uomo sia obbligato ad unirsi in un vincolo coniugale, nel caso in cui egli non riconosca un legame affettivo con la madre del minore. Quindi la risposta che viene data a chi chiede l’abolizione del celibato obbligatorio mette in risalto l’assenza di correlazione tra l’obbligo del celibato e il dovere di genitorialità. Raccontando la testimonianza di Vincent Doyle, figlio di un prete e fondatore di Copyng International (http://www.copinginternational.com/) e le ammissioni del portavoce vaticano Alessandro Gisotti,  il New York Times sostiene l’esistenza di linee guida che fanno parte di un “documento riservato” interno al Vaticano che richiederebbero al ministro che abbia concepito un figlio di assumersene la paternità e di lasciare il ministero (https://www.nytimes.com/2019/02/18/world/europe/priests-children-vatican-rules-celibacy.html). É chiaro che, pur distinguendo la legge del celibato obbligatorio dalla responsabilità genitoriale, è utile chiedersi se l’invito a lasciare il ministero risulti un vantaggio reale per il bene del figlio; le attuali linee guida potrebbero non aiutare un ministro ad arrivare al riconoscimento in quanto questo sfocerebbe simultaneamente in un suo stato immediato di precarietà reddituale con tutte le problematiche che ne potrebbero derivare, inclusi i doveri genitoriali di mantenimento verso i figli minori.

• Infine ci sono le risposte che si danno ai preti che hanno già fatto la scelta di sposarsi, con dispensa o meno, che vengono comunemente detti «preti uxorati» i quali, anche se sono sospesi dal ministero a norma del CJC, Can. 1333, rimangono sempre tali nel Sacramento. Le risposte/domande che si danno a questi sono le seguenti: perché il Papa dovrebbe rispondere alle loro richieste e a quelle di alcune decine di Associazioni che li rappresentano in parte nel mondo, di abolire il celibato obbligatorio? Perché essi possano tornare a «dir messa»? E una tale «pretesa» non potrebbe essere figlia di quella stessa mentalità inficiata dal «clericalismo» più volte denunciato (cfr. Francesco, Lettera al popolo di Dio, 20.08.2018), desiderio che rimarrebbe nell’imprinting degli stessi preti uxorati, non sazi di amore coniugale e familiare, ma desiderosi di continuare ad esercitare il ministero e nostalgici di un ruolo che faceva di loro un «Alter Christus» fino al momento della scelta profusa? Il Papa ha già dato una risposta, amara, netta, dolorosa: «Facciano i bravi laici!» (22.05.2017 risposta data all’Assemblea della CEI alla domanda di mons. Meloni). Sono sempre preti, si, ma ora si preoccupino di vivere il loro ministero nella famiglia, nella società civile, nel mondo «laicale».

Torniamo ai preti celibi: gli unici a non chiedere l’abolizione del celibato. Perché?

Convenienza, interessi, carrierismo, malcelata omosessualità, paura ad esporsi? Vocazione, dedizione, eroismo, sacrificio, dono?
Ognuno conosce le sue motivazioni. Di sicuro il fatto di non chiedere l’abolizione è già una presa di posizione.

Il Papa, con questo Sinodo, ha voluto dare voce ai bisogni della Chiesa Cattolica che è in Amazzonia, chiedendo un ascolto sulla situazione di questa realtà. Se per altre questioni  Papa Francesco ha dato indicazioni demandando discernimento sulle situazioni locali agli Episcopati Nazionali,  si osserverà   tale linea anche per questi argomenti?

In Amazzonia i preti non ci sono e quindi la proposta avanzata è che siano ordinati laici diaconi di provata fede all’interno delle comunità. E se questa assenza di clero è presente in altro luoghi, vedremo se anche qui si darà voce alle Chiese locali.

In Italia il clero italiano e la CEI chiedono preti uxorati? No. Dunque non ha senso che ci siano.

La conclusione a cui si giunge dopo questa lunga disamina è che anche se l’obbligo del celibato è una legge e non un dogma, quindi come tale può essere mutata, non si scorge una urgenza effettiva di abolire tale legge per quel che riguarda il clero della Chiesa Cattolica di rito latino.

Ad un prete e ad un vescovo che decidono di voler contrarre un vincolo matrimoniale, rinunciando dunque al loro ministero, sarebbe necessario garantire una continuità lavorativa retribuita in modo da evitare che la precarietà della condizione economica in cui verrebbero a trovarsi una volta sospesi, possa trasformarsi in motivazione che induce a preferire una non- scelta che, protraendo nel tempo nascondimenti e legami affettivi importanti, finisce con il generare inevitabili situazioni dolorose per se stessi e anche per la comunità ecclesiale.

E se è vero che l’abolizione della legge sul celibato non è una priorità nell’agenda della Chiesa di rito latino, al tempo stesso è vero che non si può più ignorare l’urgenza di gestire queste condizioni all’interno della Chiesa Universale e non può essere più ignorata la responsabilità di voler trovare soluzioni adeguate non solo al clero ma anche ai consacrati e alle consacrate, che vivono simili dinamiche e sofferenze.

Se la Verità rende liberi (Gv 8, 32) è proprio la Verità che sta dietro ogni vita, in special modo se si tratta di clero e consacrati, che deve guidare oggi le scelte della Chiesa e del Vescovo di Roma.

Alessandro Manfridi

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HO UDITO IL GRIDO

Pubblicato su https://www.vinonuovo.it/attualita/societa/ho-udito-il-grido/

Il messaggio che passa nell’episodio della teofania vissuta da Mosè credo sia tutta in quella motivazione drammatica che guida Colui che gli parla.

Il silenzio di Dio[1], registrato ed assunto dai protagonisti della Shoah come tremendamente assordante, corrisponde, a ben vedere, ad uno sbaglio di prospettiva.

Nella cosiddetta Storia della Salvezza, i testi biblici ci raccontano come il Dio d’Israele si sia sempre voluto servire di alcuni uomini e di alcune donne per realizzare i suoi progetti.

D’altronde, lo stesso Gesù di Nazareth, avrebbe invitato i suoi seguaci ad invocare e farsi guidare dal lume dello Spirito Santo non solo per costruirsi un lasciapassare per l’aldilà: piuttosto, per costruire un mondo in cui misericordia, giustizia e pace diventino gli elementi imprescindibili su cui ricostruire le relazioni umane, alla luce del desiderio e del disegno di Dio.

Dunque, quel “dio tappabuchi” rifiutato da Bonhoeffer[2], a ben vedere non appartiene non solo al messaggio evangelico, ma anche alla più grandiosa storia di liberazione che la Bibbia ci racconta. Dunque, all’origine dell’Esodo dall’Egitto non ci sono le dieci piaghe e il passaggio del Mar Rosso.

La liberazione è possibile solo grazie a due elementi: il primo è quello legato all’udito di Dio. Dio ascolta il grido del sangue di Abele che dalla terra sale a lui. Dio ascolta notte e giorno il grido delle genti oppresse che sale a lui. Ma la sua pedagogia, culminata nel messaggio evangelico, non è più semplicemente quella di risolvere da solo, con eventi distruttivi e apocalittici (diluvio, distruzione di Sodoma e Gomorra) in maniera radicale il male che l’umanità realizza sulla Terra. Egli decide di uscire di scena. Per lasciare la scena agli uomini. Ecco perché non c’è liberazione senza il secondo elemento: il grido udito da Dio può trovare risposta solo grazie ad un uomo o ad una donna che lo raccolgano.

Abbiamo appena finito di celebrare, come ogni anno, il ricordo degli orrori della Shoah.

Se vogliamo raccogliere l’appello di coloro che l’hanno vissuta come protagonisti, dobbiamo fare nostro il grido che non solo la storia ma anche la cronaca ci consegna.

Come mai, mentre un nemico di nome COVID SARS si prende le scene sul palcoscenico mondiale, le nostre coscienze vengono anestetizzate e i mezzi d’informazione tacciono in maniera, questa qui, per usare il paradosso linguistico, assordante, su drammi che si consumano a pochi passi da casa nostra?

Parliamo della situazione disumana vissuta dai profughi afghani, irakeni e siriani, presenti in questi mesi sulla via dei Balcani e, secondo le testimonianze raccolte da diverse organizzazioni, Unhcr, Oim, Oxfam, Human Rights Watch, Save the Children, Amnesty International maltrattati dalle polizie sulle frontiere di Bulgaria, Ungheria, Serbia, Croazia, Bosnia e Slovenia. Queste persone, tra le quali molti minori non accompagnati, non accolte e costrette, senza alcun riconoscimento né assistenza sanitaria, a trovare rifugio in case diroccate nel gelido inverno innevato balcanico, con temperature che arrivano anche a venti gradi sottozero, stanno vivendo un dramma nel dramma: prima la fuga dai loro  paesi d’origine, ora la non accoglienza e le violenze di ogni genere da parte delle polizie di frontiera (maltrattamenti, sevizie, torture) e, cosa ancor più paurosa, dimenticati dalle nazioni della civile Europa, tra le quali la nostra Italia[3].

Non possiamo scordare che la guerra serbo-croata consumatisi negli anni Novanta è stato il primo grande conflitto internazionale continentale vissuto dopo il dramma della Seconda Guerra Mondiale[4]. Successivamente, lo scontro NATO-Belgrado[5], realizzato per la escalation che, nella questione separatista del Kossovo ha visto l’Occidente non promuovere il movimento nonviolento separatista culturale albanese kosovaro di Ibrahim Rugova quanto il braccio della resistenza armata dell’UCK sgradito a Milošević nella conferenza di Rambouillet, secondo alcune teorie è stato magistralmente programmato da chi, Oltreoceano, temeva il varo dell’Euro a discapito del Dollaro sulla scena finanziaria mondiale. Una guerra, si sa, favorisce sempre depauperamento e necessità di ricostruzione.

Non posso scordare le cronache di quei conflitti (tra le quali – guardando a casa nostra – il rinvenimento nella laguna di Venezia da parte dei pescatori adriatici di un carrello di missili all’uranio impoverito di un F16 in forza NATO: evidentemente, di ritorno da un raid su Belgrado, il carrello non si era aperto e, per evitare un rapporto, il pilota aveva ben pensato di liberarsene prima del rientro. Poco importa se, uranio impoverito, il pesce pescato in Laguna avrebbe contribuito nel tempo a un inevitabile innalzamento di tumori procurati per via alimentare alla popolazione interessata…)

A questi drammi vissuti nel recente passato in quest’area che condivide con la nostra nazione confini e affaccio sull’Adriatico, si aggiunge un’incombente catastrofe umanitaria[6].

Ancora una volta, appena celebrata l’annuale Giornata della Memoria, rimane una domanda: può l’uomo nascondersi dietro il “silenzio di Dio” quando lui per primo si volge altrove davanti ai drammi dei suoi simili?


[1] Silenzio di Dio e silenzi umani in André Neher  https://riforma.it/it/articolo/2020/12/09/silenzio-di-dio-e-silenzi-umani-andre-neher

[2] Dietrich Bonhoeffer. Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere https://m.famigliacristiana.it/blogpost/bonhoeffer-e-il-dio-per-un-mondo-adulto.htm

[3] Rotta balcanica: i fantasmi del passato, l’orrore del presente. L’Italia? non pervenuta

https://www.globalist.it/world/2021/01/30/rotta-balcanica-i-fantasmi-del-passato-l-orrore-del-presente-l-italia-non-pervenuta-2073295.html

[4] Drammatica e veritiera trasposizione filmica in No men’s land (2001) https://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=33421

[5]L’Italia nella guerra contro Milošević   https://www.limesonline.com/carta-carta-italia-guerra-kosovo-bombardamenti-nato/119828?prv=true
[6]  Viaggio senza fine sulla rotta dei Balcani
https://www.internazionale.it/notizie/ylenia-gostoli/2020/12/11/migranti-rotta-balcani
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MEMORIA E PROFEZIA

Pubblicato in https://www.facebook.com/489568887824409/posts/4045358312245431/

Una delle affermazioni di Sami Modiano che più mi ha colpito: “Noi siamo sempre là. Non ce ne siamo mai andati da Auschwitz-Birkenau”.

La ferita non rimarginabile conservata dai sopravvissuti dei lager nazisti ci è trasmessa dalle molteplici testimonianze di coloro che hanno visto con i loro occhi questi orrori.

L’istituzione della Giornata della Memoria, voluta dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 1.11.2005, celebrata il 27 gennaio di ogni anno, deve essere occasione preziosa non solo per riflettere su una delle pagine più buie del XX secolo, quella della Shoà con lo sterminio di sei milioni di ebrei; può essere, a mio modo di vedere, occasione di partenza per andare oltre questa vicenda e aprire l’orizzonte a tutti i genocidi, ai conflitti e alle violazioni dei diritti umani che continuano a perpetuarsi nei cinque Continenti.

Non possiamo dimenticare che si sono consumati nell’ultimo secolo in maniera efferata e drammatica diversi altri genocidi, quali quelli realizzati in Armenia, Timor Est, Cambogia, Rwanda. Al tempo stesso è impressionante il numero dei conflitti e delle violenze che si realizzano ogni anno in ogni parte del mondo[1]. Le statistiche potrebbero farci perdere il sonno[2].

È sotto i nostri occhi il dramma che si sta consumando sul percorso migratorio che passa dai Balcani per il respingimento dei profughi siriani e non solo e che sono bloccati sotto la neve del rigido inverno bosniaco. Ci può venire alla mente il dramma vissuto 75 anni fa nei lager nazisti in terra polacca, prima con il lavoro degli internati a 15-20 gradi sottozero dalle sei del mattino alle sei della sera, poi con la drammatica marcia della morte, epilogo finale prima della liberazione dei campi, consumatosi nei giorni successivi al 18 gennaio 1945.

Quella domanda drammatica, che il testimone Sami Modiano ha rivolto a sé stesso e che risuona davanti a tutti: “Perché?” continua a chiamare ciascuno di noi ad una analisi e ad un impegno.

Papa Francesco ha invitato a più riprese a costruire una riflessione e dare risposte concrete e operative ai drammi di quella che lui chiama “Una terza Guerra Mondiale a pezzi”.

Al tempo stesso le guerre, i conflitti, le crisi, sono generate non solo da motivazioni etniche, tribali, politiche o finanche religiose; le motivazioni reali sono sempre quelle economiche legate alla razzia delle materie prime, al controllo dei mercati, non solo illeciti ma anche legalizzati, al commercio delle armi, al profitto come unico fine, nonostante questo provochi sfruttamento del lavoro, depauperamento di intere nazioni, debito internazionale esponenziale, corruzione generalizzata, taglio delle spese ordinarie governative nazionali nei settori dell’alimentazione, della sanità, dell’istruzione, delle infrastrutture, distruzione dell’ecosistema planetario.

Pare che, statistiche alla mano, le dieci persone più ricche della terra abbiano guadagnato durante questo anno di pandemia una cifra sufficiente da sola a coprire le spese vaccinali per tutta la popolazione terrestre.

Queste sperequazioni devono porre forti domande alle nostre coscienze e ognuno di noi deve lavorare perché possano essere proposti ed attuati nuovi modelli nella gestione globale interconnessa dell’economia, senza che questa debba legarsi al solo standard del profitto privato, ma guardi alla realizzazione dei diritti fondamentali dell’uomo. Vorrei approfondire a tal riguardo la proposta di Assisi di “The Economy of Francesco”[3].

L’attuale contesto della pandemia è una pagina di storia planetaria che, come detto, ci potrà rendere migliori o peggiori, a seconda di come imposteremo la nostra gestione post-pandemica: torneremo a vivere la vita di oggi, come attori sfruttati da un sistema che ci vuole consumatori e ci consegna un diritto di cittadinanza appunto come tali (senza un conto in banca non avremmo neanche diritto all’anagrafe) all’interno del mercato liberista che si nutre ogni istante delle vite di milioni di innocenti senza nome? O saremo disposti non solo a percorrere le vie dell’accoglienza verso i diseredati della storia (poveri, disoccupati, profughi, immigranti) ma soprattutto a pretendere le vie della giustizia e del diritto?

I genocidi non sono solo quelli provocati dalla follia delle masse trascinate da ideologie, leaders politici e religiosi, mossi dalla brama di potere e di affermazione.

Sono anche quelli che si consumano ogni momento sulla Terra a motivo delle strutture di peccato[4] che, come cittadini del mondo e come credenti, dobbiamo riconoscere e contrastare.

Solo allora quel “mai più” che Sami Modiano e tutti gli altri testimoni della Shoà ci trasmettono con il loro appello e il loro monito accorato, potrà trovare attenzione e accoglienza concreta. Non più solo la memoria di ciò che è stato. Ma anche il desiderio di presentare una profezia per un mondo migliore.

Alessandro Manfridi

[1] Barometro dei conflitti 2019 https://hiik.de/wp-content/uploads/2020/03/CoBa-Final-%C3%BCberarbeitet.pdf[

2] ACLED, Piattaforma di raccolta, analisi e mappatura delle crisi, https://acleddata.com/dashboard/#/dashboard

[3] https://francescoeconomy.org/it/

[4] LETTERA Enciclica SOLLICITUDO REI SOCIALIS http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/encyclicals/documents/hf_jp-ii_enc_30121987_sollicitudo-rei-socialis.html

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PERCHÈ PERDONARE SIGNIFICA TORNARE ALLA VITA

Pubblicato su https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/quando-perdonare-significa-tornare-alla-vita/

Ho avuto occasione di conoscere Cesare Israel Moscati[1] nell’ambito di un suo progetto proposto agli studenti delle scuole superiori molto interessante, un documentario che ha realizzato l’idea e l’intuizione di far incontrare i nipoti delle vittime dei campi di concentramento nazisti con quelli dei loro aguzzini. In questi incontri c’è un riconoscimento del dramma e la richiesta di perdono da parte dei nipoti dei soldati tedeschi per quel che i loro avi avevano provocato.

Interrogato da me sul percorso che porta non solo ad accettare le scuse altrui – sebbene non riparative di quanto subìto – ma anche a concedere il perdono, il registra ebreo con veemenza, decisione, vigore mi rispondeva: “Mai! Professore, si possono accettare le scuse, si può accogliere il riconoscimento del male prodotto ma non si potrà mai e poi mai perdonare quel che la Shoà ha provocato!”

Recentemente, registro con estremo rispetto l’ammissione della stessa posizione da parte di una delle testimoni e delle personalità di più grande spessore umano e morale che il nostro paese annovera, la senatrice Liliana Segre[2].

Ritengo che l’annuale Giornata della Memoria[3] sia una occasione importante non solo per riflettere sugli eventi della Shoà ma anche per riconoscere tutti quei genocidi dimenticati e taciuti che si sono verificati e continuano a verificarsi purtroppo in varie regioni della Terra.

Indubbio il dramma indicibile che i protagonisti hanno subìto e hanno trasmesso con i loro vissuti alle loro famiglie e alle loro nazioni.

Tali drammi divengono una occasione per proporre una riflessione ulteriore: quella sulle dinamiche che portano a confrontarsi, nell’ambito dei percorsi per la ricostruzione delle vite dopo le violenze subìte, sulla possibilità di realizzare reali processi di perdono.

Per introdurre la riflessione su questo argomento, ritengo sia necessario transitare da un soggetto collettivo (una nazione, una popolazione, un’etnia) a quel soggetto che coincide con ogni singolo individuo.

È chiaro che, se è vero che il perdono lo si può chiedere ad una collettività, ad una pluralità di soggetti e di persone offese da un delitto (è indubbio che i genocidi possano assumere ampiezze e dimensioni che abbracciano lo spazio e il tempo e i cui numeri si determinano in maniera drammaticamente esponenziale) e se nella storia non son mancati esempi significativi a riguardo (ritengo una pagina enorme quella proposta da Giovanni Paolo II con la Purificazione della Memoria[4] durante il Grande Giubileo del 2000), è pur vero che l’atto del perdonare e del concedere il perdono, prima che un atto giuridicamente normato (amnistia, grazia[5]) è e rimane un atto il cui soggetto è l’individuo singolo e le cui dinamiche possono essere riconosciute come profondamene umane[6].

Parlando di perdono, balza alla mente la domanda di Pietro a Gesù di Nazareth: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». (Mt 18, 21-35)

La risposta naturalmente suggerisce che non ci debba essere una misura né un limite nella disponibilità a perdonare. La parabola esplicativa illumina sulla consapevolezza di essere in debito più di quanto si possa ritenere di essere in credito a tal riguardo. L’orizzonte è naturalmente quello di una prospettiva teologica.

Indubbiamente, il messaggio cristiano si colora di un proprium che lo caratterizza in maniera innegabile: uno dei cosiddetti ipsissima verba è proprio l’invito di Gesù a l’amore per i nemici.[7]

Fino a che punto è possibile perdonare per il male subìto?

Forse si sarebbe disposti a farlo se siamo noi le vittime. Ma se le vittime sono i nostri cari o persone innocenti, la cosa diventa più pesante.

È possibile perdonare una persona che ha levato la vita a tuo figlio?

Questa domanda, netta, tagliente, impietosa, è quella che io pongo ai miei studenti dopo aver proposto loro la visione di un film del 1995 che ritengo prezioso, Dead man walking[8], con Sean Penn e Susan Saradon (Oscar 1996 come miglior attrice protagonista), ispirato alla vicenda di suor Helen Prejean.

Il tema del film è, prima di quello del perdono, quello dei molteplici percorsi di “riposizionamento”, di “trasformazione”, di “conversione” dei suoi protagonisti: dalla suora, che parte con le migliori intenzioni nello svolgimento della sua “missione” ma deve scontrarsi con una realtà più complessa di quanto possa apparire, quanto sono singolari le vicende di tutti i suoi attori e deve, naturalmente, fare i conti con i suoi limiti e le sue debolezze; all’assassino, che partirà dal suo attaccamento alla vita e dai suoi tentativi per conservarla, da una vita senza alcuna dignità, macchiata dalla bruttura per la mancanza di ogni “timor di Dio” e di alcun rispetto verso il suo prossimo (egli si sente “vittima del sistema” e in diritto di rivalere un suo “credito” verso la società) fino ad una vera e propria conversione finale, che gli permette di tornare ad essere un uomo veramente libero, nell’atto del riconoscere e confessare la verità del male compiuto e di chiederne perdono.

Soggetti centrali, nel racconto, sono proprio i genitori delle vittime. Con due esiti diversi. Quello di chi rifiuta ogni possibilità di perdono, negandolo anche nell’epilogo, quello che precede l’esecuzione capitale; il pretendere e cercare la vendetta, il sangue, la morte, l’occhio per occhio, dente per dente, lascia però aperta una domanda, che per l’osservatore attento appare retorica: potranno trovare la pace i genitori delle vittime una volta che il loro lutto sarà vendicato col sangue?

Evidentemente no. Perché – la rappresentazione dei protagonisti filmici lo suggerisce – la rabbia, il rancore, l’odio, una volta eliminato violentemente l’autore del male subito (che egli abbia riconosciuto la sua colpa o meno), difficilmente potrà cedere il posto ad una vera pace; molto probabilmente quello che prenderà il sopravvento sarà piuttosto un tragico sentimento di disperazione: quello di chi conserva il suo lutto e inoltre non ha più tra le mani il soggetto che lo ha provocato.

Perché dunque il perdono potrebbe essere, davvero, un percorso liberante e rivitalizzante?

C’è un testo magistrale illuminante, quello di Giovanni Paolo nel II suo messaggio per la XXX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1997: Offri il perdono, ricevi la pace[9].

Il perdono vero non va né contro la verità né contro la giustizia. Le pretende. Non può prescindere da esse. Questo l’insegnamento biblico, questo il dettame della teologia morale cristiana. Il vero perdono non si oppone né alla verità né alla giustizia. A cosa si oppone? Al rancore, alla rabbia, all’odio, al desiderio di vendetta, al rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alla prevaricazione con le ragioni della forza.

Naturalmente, la via della non-violenza, la beatitudine degli operatori di pace, la liberazione che solo nella verità e nella giustizia si compie nell’atto sovra-umano e ultra-umano del perdono (perché – umanamente – la risposta alla domanda: “si può perdonare chi ti ha ucciso un figlio?” è -umanamente: “Mai!”) è una possibilità che va al di là ed oltre ogni umana prospettiva.

Nel film tale percorso è assunto dall’incontro della suora con il padre di una delle vittime, e si ammette che quello del perdono non è un evento puntuale, non si riassume in una dichiarazione ma è un lento e faticoso cammino di conversione e di assunzione di consapevolezza.

Ricordo come ieri una testimonianza toccante, trasmessa da un giovane angolano davanti a Giovanni Paolo II e i due milioni di giovani alla GMG a Tor Vergata il 19 agosto del 2000: il perdono per gli uccisori del fratello sindacalista come unica strada alternativa alla via della violenza della guerra civile[10].

Se vogliamo, una parola illuminante è proprio quella espressa dal figlio dell’uomo sulla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)

Da dove viene il male che ciascun uomo compie in maniera efferata, fino ad arrivare all’omicidio? L’etimologia del termine “cattivo” (captivus = “prigioniero”) e il messaggio di Gv 8, 34 (chi entra in abitudini distruttive ne diviene dipendente) si agganciano proprio alle parole elevate dalla croce: se l’uomo potesse avere la consapevolezza di quali saranno le conseguenze di ogni sua azione di male (od omissione di bene, nda) ci penserebbe non una ma mille volte. Per questo solo la verità, l’ammissione in coscienza del male provocato e la richiesta/concessione del perdono diventano una strada liberante e rigenerante. Per chi la chiede e per chi la dà.


[1]Israel Cesare Moscati (1951-2019)  https://moked.it/blog/2019/09/27/israel-cesare-moscati-1951-2019/
[2] Milano, Segre cita Levi: “Non perdono e non dimentico, ma non odio” https://www.youtube.com/watch?v=rAdZWRGr9RA

[4]Giornata del Perdono (12 marzo 2000) http://www.vatican.va/jubilee_2000/jubilevents/events_day_pardon_it.htm

[3] https://www.un.org/en/holocaustremembrance/docs/res607.shtml

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/amnistia-e-indulto-diritto-costituzionale/

[6] Il perdono come modello dell’azione umana in Hannah Arendt

[7] 27Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30Dà a chiunque ti chiede e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.

36Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio». (Lc 6, 27-38)

[8] https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/dead-man-walking—condannato-a-morte/28157/

[9] http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_08121996_xxx-world-day-for-peace.html

[10] https://www.agensir.it/quotidiano/2000/8/19/gmg-tor-vergata-le-testimonianze-alla-veglia/ Purtroppo non son riuscito a reperire sulla rete la trasmissione dettagliata della veglia di preghiera a Tor Vergata.