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PERCHÈ PERDONARE SIGNIFICA TORNARE ALLA VITA

Pubblicato su https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/quando-perdonare-significa-tornare-alla-vita/

Ho avuto occasione di conoscere Cesare Israel Moscati[1] nell’ambito di un suo progetto proposto agli studenti delle scuole superiori molto interessante, un documentario che ha realizzato l’idea e l’intuizione di far incontrare i nipoti delle vittime dei campi di concentramento nazisti con quelli dei loro aguzzini. In questi incontri c’è un riconoscimento del dramma e la richiesta di perdono da parte dei nipoti dei soldati tedeschi per quel che i loro avi avevano provocato.

Interrogato da me sul percorso che porta non solo ad accettare le scuse altrui – sebbene non riparative di quanto subìto – ma anche a concedere il perdono, il registra ebreo con veemenza, decisione, vigore mi rispondeva: “Mai! Professore, si possono accettare le scuse, si può accogliere il riconoscimento del male prodotto ma non si potrà mai e poi mai perdonare quel che la Shoà ha provocato!”

Recentemente, registro con estremo rispetto l’ammissione della stessa posizione da parte di una delle testimoni e delle personalità di più grande spessore umano e morale che il nostro paese annovera, la senatrice Liliana Segre[2].

Ritengo che l’annuale Giornata della Memoria[3] sia una occasione importante non solo per riflettere sugli eventi della Shoà ma anche per riconoscere tutti quei genocidi dimenticati e taciuti che si sono verificati e continuano a verificarsi purtroppo in varie regioni della Terra.

Indubbio il dramma indicibile che i protagonisti hanno subìto e hanno trasmesso con i loro vissuti alle loro famiglie e alle loro nazioni.

Tali drammi divengono una occasione per proporre una riflessione ulteriore: quella sulle dinamiche che portano a confrontarsi, nell’ambito dei percorsi per la ricostruzione delle vite dopo le violenze subìte, sulla possibilità di realizzare reali processi di perdono.

Per introdurre la riflessione su questo argomento, ritengo sia necessario transitare da un soggetto collettivo (una nazione, una popolazione, un’etnia) a quel soggetto che coincide con ogni singolo individuo.

È chiaro che, se è vero che il perdono lo si può chiedere ad una collettività, ad una pluralità di soggetti e di persone offese da un delitto (è indubbio che i genocidi possano assumere ampiezze e dimensioni che abbracciano lo spazio e il tempo e i cui numeri si determinano in maniera drammaticamente esponenziale) e se nella storia non son mancati esempi significativi a riguardo (ritengo una pagina enorme quella proposta da Giovanni Paolo II con la Purificazione della Memoria[4] durante il Grande Giubileo del 2000), è pur vero che l’atto del perdonare e del concedere il perdono, prima che un atto giuridicamente normato (amnistia, grazia[5]) è e rimane un atto il cui soggetto è l’individuo singolo e le cui dinamiche possono essere riconosciute come profondamene umane[6].

Parlando di perdono, balza alla mente la domanda di Pietro a Gesù di Nazareth: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». (Mt 18, 21-35)

La risposta naturalmente suggerisce che non ci debba essere una misura né un limite nella disponibilità a perdonare. La parabola esplicativa illumina sulla consapevolezza di essere in debito più di quanto si possa ritenere di essere in credito a tal riguardo. L’orizzonte è naturalmente quello di una prospettiva teologica.

Indubbiamente, il messaggio cristiano si colora di un proprium che lo caratterizza in maniera innegabile: uno dei cosiddetti ipsissima verba è proprio l’invito di Gesù a l’amore per i nemici.[7]

Fino a che punto è possibile perdonare per il male subìto?

Forse si sarebbe disposti a farlo se siamo noi le vittime. Ma se le vittime sono i nostri cari o persone innocenti, la cosa diventa più pesante.

È possibile perdonare una persona che ha levato la vita a tuo figlio?

Questa domanda, netta, tagliente, impietosa, è quella che io pongo ai miei studenti dopo aver proposto loro la visione di un film del 1995 che ritengo prezioso, Dead man walking[8], con Sean Penn e Susan Saradon (Oscar 1996 come miglior attrice protagonista), ispirato alla vicenda di suor Helen Prejean.

Il tema del film è, prima di quello del perdono, quello dei molteplici percorsi di “riposizionamento”, di “trasformazione”, di “conversione” dei suoi protagonisti: dalla suora, che parte con le migliori intenzioni nello svolgimento della sua “missione” ma deve scontrarsi con una realtà più complessa di quanto possa apparire, quanto sono singolari le vicende di tutti i suoi attori e deve, naturalmente, fare i conti con i suoi limiti e le sue debolezze; all’assassino, che partirà dal suo attaccamento alla vita e dai suoi tentativi per conservarla, da una vita senza alcuna dignità, macchiata dalla bruttura per la mancanza di ogni “timor di Dio” e di alcun rispetto verso il suo prossimo (egli si sente “vittima del sistema” e in diritto di rivalere un suo “credito” verso la società) fino ad una vera e propria conversione finale, che gli permette di tornare ad essere un uomo veramente libero, nell’atto del riconoscere e confessare la verità del male compiuto e di chiederne perdono.

Soggetti centrali, nel racconto, sono proprio i genitori delle vittime. Con due esiti diversi. Quello di chi rifiuta ogni possibilità di perdono, negandolo anche nell’epilogo, quello che precede l’esecuzione capitale; il pretendere e cercare la vendetta, il sangue, la morte, l’occhio per occhio, dente per dente, lascia però aperta una domanda, che per l’osservatore attento appare retorica: potranno trovare la pace i genitori delle vittime una volta che il loro lutto sarà vendicato col sangue?

Evidentemente no. Perché – la rappresentazione dei protagonisti filmici lo suggerisce – la rabbia, il rancore, l’odio, una volta eliminato violentemente l’autore del male subito (che egli abbia riconosciuto la sua colpa o meno), difficilmente potrà cedere il posto ad una vera pace; molto probabilmente quello che prenderà il sopravvento sarà piuttosto un tragico sentimento di disperazione: quello di chi conserva il suo lutto e inoltre non ha più tra le mani il soggetto che lo ha provocato.

Perché dunque il perdono potrebbe essere, davvero, un percorso liberante e rivitalizzante?

C’è un testo magistrale illuminante, quello di Giovanni Paolo nel II suo messaggio per la XXX Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 1997: Offri il perdono, ricevi la pace[9].

Il perdono vero non va né contro la verità né contro la giustizia. Le pretende. Non può prescindere da esse. Questo l’insegnamento biblico, questo il dettame della teologia morale cristiana. Il vero perdono non si oppone né alla verità né alla giustizia. A cosa si oppone? Al rancore, alla rabbia, all’odio, al desiderio di vendetta, al rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, alla prevaricazione con le ragioni della forza.

Naturalmente, la via della non-violenza, la beatitudine degli operatori di pace, la liberazione che solo nella verità e nella giustizia si compie nell’atto sovra-umano e ultra-umano del perdono (perché – umanamente – la risposta alla domanda: “si può perdonare chi ti ha ucciso un figlio?” è -umanamente: “Mai!”) è una possibilità che va al di là ed oltre ogni umana prospettiva.

Nel film tale percorso è assunto dall’incontro della suora con il padre di una delle vittime, e si ammette che quello del perdono non è un evento puntuale, non si riassume in una dichiarazione ma è un lento e faticoso cammino di conversione e di assunzione di consapevolezza.

Ricordo come ieri una testimonianza toccante, trasmessa da un giovane angolano davanti a Giovanni Paolo II e i due milioni di giovani alla GMG a Tor Vergata il 19 agosto del 2000: il perdono per gli uccisori del fratello sindacalista come unica strada alternativa alla via della violenza della guerra civile[10].

Se vogliamo, una parola illuminante è proprio quella espressa dal figlio dell’uomo sulla croce: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34)

Da dove viene il male che ciascun uomo compie in maniera efferata, fino ad arrivare all’omicidio? L’etimologia del termine “cattivo” (captivus = “prigioniero”) e il messaggio di Gv 8, 34 (chi entra in abitudini distruttive ne diviene dipendente) si agganciano proprio alle parole elevate dalla croce: se l’uomo potesse avere la consapevolezza di quali saranno le conseguenze di ogni sua azione di male (od omissione di bene, nda) ci penserebbe non una ma mille volte. Per questo solo la verità, l’ammissione in coscienza del male provocato e la richiesta/concessione del perdono diventano una strada liberante e rigenerante. Per chi la chiede e per chi la dà.


[1]Israel Cesare Moscati (1951-2019)  https://moked.it/blog/2019/09/27/israel-cesare-moscati-1951-2019/
[2] Milano, Segre cita Levi: “Non perdono e non dimentico, ma non odio” https://www.youtube.com/watch?v=rAdZWRGr9RA

[4]Giornata del Perdono (12 marzo 2000) http://www.vatican.va/jubilee_2000/jubilevents/events_day_pardon_it.htm

[3] https://www.un.org/en/holocaustremembrance/docs/res607.shtml

[5] https://www.treccani.it/enciclopedia/amnistia-e-indulto-diritto-costituzionale/

[6] Il perdono come modello dell’azione umana in Hannah Arendt

[7] 27Ma a voi che ascoltate, io dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, 28benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. 29A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. 30Dà a chiunque ti chiede e a chi prende del tuo, non richiederlo. 31Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. 32Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 33E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 34E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. 35Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi.

36Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio». (Lc 6, 27-38)

[8] https://www.cinematografo.it/cinedatabase/film/dead-man-walking—condannato-a-morte/28157/

[9] http://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_08121996_xxx-world-day-for-peace.html

[10] https://www.agensir.it/quotidiano/2000/8/19/gmg-tor-vergata-le-testimonianze-alla-veglia/ Purtroppo non son riuscito a reperire sulla rete la trasmissione dettagliata della veglia di preghiera a Tor Vergata.

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VANGELO E CATTOLICESIMO. QUALI I VALORI NON NEGOZIABILI?

Pubblicato su https://www.vinonuovo.it/teologia/etica/joe-biden-e-il-cattolicesimo/

All’indomani della proclamazione di Joe Biden come certo 46° presidente degli Stati Uniti d’America, non sono poche le voci di chi sottolinea che sia inquilino uscente dalla Casa Bianca a poter incarnare il ruolo di “defensor fidei”.

Biden sarebbe sgradito a coloro che si richiamano ai valori non negoziabili che per i cattolici sarebbero in primis quelli “pro-life” della difesa per la vita che la Chiesa Cattolica ha costantemente insegnato col suo Magistero in Teologia Morale fino ad spaziare negli ultimi decenni nelle frontiere della Bioetica.

Dunque il senatore del Delaware sarebbe giudicato mancante proprio a partire dalla sua posizione abortista.

Altri lo accusano di essere supportato da pedofili e satanisti, mettendo sotto accusa tra l’altro dei reati di cui si sarebbe macchiato il figlio.

D’altronde i meriti di Trump, alla luce degli insegnamenti cattolici, non sarebbero pochi.

Egli infatti:

1. Ha tolto fondi a planet parenthood, l’abortificio che trafficava in organi dei feti uccisi (anche a mano, per strangolamento, dopo il parto, inchieste agghiaccianti lo hanno provato) e ha sempre difeso la sacralità della vita dal concepimento. 2) Non ha fatto guerre all’estero! A differenza di Obama, Bush, Clinton e di tutti i presidenti americani precedenti, stabilendo un record da Eisenhower ad oggi. 3) Ha contribuito ai processi di pace con nord Corea, e soprattutto tra israeliani e palestinesi con il Piano Abramo, un concreto percorso di pace mai tentato prima. 4) Ha fatto ciò che ha promesso in economia interna, dando il rilancio per cui i suoi elettori lo hanno votato. 5) Ha difeso la libertà religiosa, sempre più messa a rischio da leftist, marxists, egemoni nel mondo delle università americane. 6) Ha difeso la visione naturale della famiglia e del matrimonio, ostacolando i progetti di indottrinamento gender. Il muro del Messico è lo stesso di prima, solo i media l’hanno usato per per dargli addosso.

Per questo motivo egli sarebbe l’ultimo bastione di difesa avverso un progetto globalista mondiale che unisce lo sprezzo alla vita umana ben significato dai movimenti abortisti e gender e l’ateismo che oggi impera ovunque facendosi forte di due super potenze economiche nelle quali esso ha messo radici, la Cina e la Russia.

Dopo aver letteralmente ripreso nei due capoversi precedenti delle osservazioni che mi sono state presentate a difesa di Trump da chi ritiene il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti dopo Kennedy invotabile e meritevole di non ricevere i sacramenti, date le sue posizioni dichiaratamente anti-Life, plaudendo a chi glieli ha rifiutati (fin qui possiamo eccepire che queste sono le disposizioni della Chiesa Cattolica…) dobbiamo proporre un un’ampliamento di prospettiva.

Il richiamo ai valori non negoziabili come quelli pro-Life sono propri non solo della gestione Trump ma anche di altri movimenti e partiti che si richiamano alle visioni sovraniste, dalla Polonia che ha appena legiferato rendendo illegale la pratica abortiva sul suolo nazionale alla leader di FdI che ha recepito la sconfitta dei Repubblicani come non determinante per una visione, quella sovranista appunto, più viva che mai e supportata da un indice di consensi innegabile e significativo non solo oltre Atlantico ma nello stesso Bel Paese.

Tali valori sono, come detto, non negoziabili proprio a partire dalle indicazioni del Magistero della Chiesa Cattolica.

Data questa premessa, ecco la conclusione che già era girata come slogan durante l’ultima tornata elettorale amministrativa qui in Italia, ma che indubbiamente è utilizzato come cavallo di battaglia e ripetuto come un mantra da coloro che ritengono di esprimere il loro consenso verso queste forze politiche: “Chi vota Democratico NON È cattolico!”

È chiaro che un cattolico non può ritenere che l’aborto sia qualcosa di perseguibile. Anche se la cattolicissima Italia già si espresse diversamente col referendum del 1977.

Qui però non dobbiamo discutere sulla illiceità o meno della pratica abortiva.

Da un punto di vista civile, in uno Stato non confessionale, l’interruzione di gravidanza viene presentata come possibilità e non come norma impositiva; è chiaro che un cattolico osservante del Magistero e tutto il Movimento pro-Life promuoveranno una cultura della vita e la difesa della stessa.

È esatto però ritenere che un cattolico che vota per il “centro sinistra” tradisce i fondamenti della sua professione di fede? E che un cattolico non può non votare una espressione partitica di centro-destra?

Evidentemente, la risposta la troviamo nello stesso Magistero della Chiesa Cattolica e, prima di questo, nelle indicazioni bibliche ed evangeliche.

Negli insegnamenti del Magistero Sociale della Chiesa valori non negoziabili non sono solo quelli legati alla sacralità e inviolabilità della vita.

Concetti come: universale destinazione dei beni, riconoscimento dei diritti dei popoli, promozione umana, opzione preferenziale per i poveri, denuncia di ogni “struttura di peccato” e in particolare della frode di mercede agli operai e dello sfruttamento dei lavoratori e della negazione dei loro diritti, promozione del lavoro umano, sono ribaditi con forza nel magistero dei Pontefici dell’ultimo secolo, da Leone XIII a Benedetto XVI.

Con Francesco stiamo ricevendo ulteriori indicazioni: dall’invito a ritrovare la via della pace e il bando dell’industria delle armi e della guerra, produttrici di una “terza guerra mondiale a pezzi” all’appello accorato ad udire il grido delle popolazioni vittime di un sistema liberista economico mondiale che sta condannando allo sfruttamento e alla fame interi continenti, costringendo tanti figli di Dio a migrazioni che trovano nel Mediterraneo solo una delle loro tombe.

Dall’appello ad un dialogo tra le religioni e con l’Islam in particolare per un confronto che sia prolifico per le nazioni avverso ogni percorso di terrorismo e di sfruttamento al grido per l’inarrestabile processo che sta conducendo questo modello economico mondiale liberista a distruggere la “casa comune”, il pianeta Terra, con l’incendio di foreste, l’inquinamento mortale degli oceani, l’emissione esponenziale di gas-serra, incredibilmente arginata proprio grazie al COVID-19 e al conseguente lockdown mondiale vissuto nei mesi scorsi.

A ben guardare tutti questi temi, propri dunque del Magistero non solo dell’attuale Vescovo di Roma ma dei suoi predecessori, non possono non essere considerati come valori anch’essi non negoziabili, non solo da una coscienza civile diffusa fra laici, non credenti o credenti di altri credi, ma proprio per ogni cattolico che si ritenga tale.

Il fatto che siano in giro teorie del Deep State, di un Nuovo Ordine Mondiale e di un Great reseat che vedono in Trump l’ultimo baluardo per i valori del Cattolicesimo e in Biden e papa Francesco gli attori del disegno più satanico del nemico dell’umanità non devono ingannarci.

Ben venga qualsiasi lettura critica. Vero che la presidenza Trump ha anche i suoi meriti come non nego riportando alla lettera, come detto, le osservazioni che mi sono state mosse. Non ha portato avanti guerre pianificate contro i paesi islamici come quelle contro Iraq e Afganistan dei Bush, di Clinton, continuate da Obama con l’eliminazione di Osama Bin Laden; ma non scordiamo l’eliminazione di Soleimani con un’azione che naturalmente calpesta ogni diritto internazionale per proporci la legge del far west; ma in questo è pienamente in linea con la gestione USA a livello internazionale, dal Vietnam alla Corea ad oggi.

Vero anche che Biden non sia un Messia (non porta il nome di Bolsonaro…) e che dovremo aspettarlo all’opera e criticare tutto ciò che sarà criticabile.

La narrazione complottista e mondialista va sottoposta al vaglio critico di chi cerca di interpretare una teoria che vorrebbe imporre una linea di pensiero. Tale narazzione si appoggia, anche, e qui naturalmente in maniera mirata e non trasparente, ai valori “non negoziabili” di chi viene dunque invogliato, sotto l’impegno della difesa di tali valori, ad esprimere un consenso che a ben vedere non risulta sempre lucido ma a volte viene carpito subdolamente.

Sostenere che chi vota per una formazione abortista tradisce una delle indicazioni del magistero cattolico non è inesatto.

Sostenere che, di conseguenza, è realmente “cattolico” solo chi vota dall’altra parte è non solo inesatto ma anche fuorviante.

Posto che il mondialismo e il complottismo debbano ancora essere “studiati” (fino a che punto si tratta di un reale movimento-complotto o quanto una lettura critica può smontare-ridimensionare tale narrazione?) non possiamo negare che i “valori” sui quali si fondano le teorie, i movimenti e i partiti sovranisti sono profondamente antievangelici e dunque, chi esprime il consenso a queste realtà, deve avere l’onestà di dire che il suo voto non può essere motivato da una visione cristiana nè tanto meno da un’etica cattolica.

Non ce lo ricorda in maniera costante il solo Papa Francesco con i suoi appelli e con il suo magistero.

Ce lo ricorda il Vangelo stesso con l’icona del Buon Samaritano e non solo.

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Zwei Monate in Santa Marta

Reflexion über den Inhalt der Predigten in Santa Marta während der Sperrung

Alessandro Manfridi

04/09/2020

Vom 9. März bis 17. Mai 2020 wurden 64 eucharistische Feierlichkeiten des Bischofs von Rom live aus der Kapelle Santa Marta übertragen.
Durch seinen ausdrücklichen Willen haben diese Feierlichkeiten, die seit Beginn seines Dienstes ein Familientreffen mit einer kleinen Anzahl von Gläubigen abgehalten haben, die an ihnen teilgenommen haben (Tausende in den letzten Jahren) und die er nie in einem integralen und öffentlich machen wollte direkt, waren stattdessen in dieser Zeit offen für alle, die über die von den vatikanischen Medien übermittelte Streaming-Verbindung an die verschiedenen mit ihnen verbundenen Netze teilnehmen wollten.
Auf diese Weise wollte der Papst seine Nähe “zu den Kranken dieser Coronavirus-Epidemie” zeigen, für Ärzte, Krankenschwestern, Freiwillige, die so viel helfen, Familienmitglieder, für ältere Menschen, die in Altersheimen sind, für Gefangene, die sie sind eingesperrt »¹.
Diese Ernennung, die mit einer bedeutenden Zeit zusammenfiel, wie sie die Liturgie jedes Jahr zuerst mit der Fastenzeit und dann mit Ostern vorschlägt, wurde in einem ebenso kritischen wie unerwarteten Kontext geteilt wie der der Pandemie und der daraus resultierenden erzwungenen Isolation aufgrund der Sperrung. .
Ausgehend von einem bestimmten Kontext wie dem der Predigten, die die biblischen Lesarten der eucharistischen Liturgie erklären, übermittelte Franziskus viele Inhalte, Hinweise, Vorschläge und Ermahnungen, die nicht nur von denjenigen empfangen und geschätzt wurden, die sich im Netzwerk oder über das Fernsehen verbanden. Live, aber auch von denen, die dank der Medien und der Nachrichten, die damals über einige von Santa Marta übermittelte Überlegungen berichteten, darauf aufmerksam wurden.
Lassen Sie uns versuchen, einige dieser Passagen aufzugreifen, von denen wir glauben, dass sie wichtig sind, um sie zu begrüßen und weiterzuentwickeln.
Was waren die beliebtesten Themen in diesen zwei Monaten in Santa Marta?
Beim Durchblättern aller Predigten fanden wir die Wörter, die in mehr als einer Predigt vorkamen, und zeichneten 106 Elemente unter ihnen auf.
Die Begriffe, die am häufigsten vorkommen – abgesehen von den Namen: Sohn, Vater und Heiliger Geist – sind die Wörter Teufel (in neun Predigten), Kirche (10), Gesetz (10), Sünde (12), Herz (16), Volk Gottes (17); Wir haben auch die Wörter Glaube, Vertrauen, Treue, Glauben, Vertrauen kombiniert und ihre Wiederholung in 21 Predigten festgestellt.
Was sind die Anzeichen für diejenigen, die die Verpflichtung des Glaubens leben?
Der Glaube muss weitergegeben, angeboten werden, ohne jedoch in die Versuchung eines Proselytismus zu geraten: Die Wege sind Zeugnis und Dienst; das Kleidungsstück das der Demut. Jeder Proselytismus führt zu Korruption².
In Bezug auf die Umsetzung des Glaubenszeugnisses behauptet Franziskus:
Sie können ein Krankenhaus errichten, eine Bildungsstruktur von großer Perfektion, von großer Entwicklung, aber wenn eine Struktur ohne christliches Zeugnis ist, wird Ihre Arbeit dort keine Zeugenarbeit sein, eine Arbeit der wahren Verkündigung Jesu: Es wird eine Wohltätigkeit sein, sehr gut sehr gut! – aber nichts mehr³.
Diese Worte scheinen eine Antwort auf alle zu sein, die den Bischof von Rom beschuldigen, eine Vision zu fördern, die den Vorrang des Glaubens mit dem Vorschlag der Kirche als “Feldkrankenhaus” vernachlässigen würde. Franziskus lädt uns ein, vorsichtig zu sein und die Verpflichtung, den Glauben zu predigen, auf das binomische Zeugnis und Gebet zu stützen.
Der Glaube zeichnet sich durch die Konkretheit aus, die in seinen verschiedenen Aspekten umrissen ist: die Konkretheit der Wahrheit, die Konkretheit der Demut, die Gnade der Einfachheit.
Dienst ist das eigentümliche Merkmal, das im “Personalausweis” des Nachfolgers Jesu enthalten ist, und es ist dieser Stil, der zum Bauen und Bauen gemäß dem Wahlaufruf führt, wie er in der Predigt am Dienstag der Karwoche übermittelt wird. Ausdauer im Dienst ist von grundlegender Bedeutung.
Die biblischen Konzepte von Wahl, Verheißung und Bund werden in der Predigt vom 2. April in Erinnerung gerufen.
Franziskus sagt auch: Wehe den Heuchlern und den Korrupten. Gott in der Tat
Dem Korrupten vergibt er nicht, einfach weil der Korrupte nicht um Vergebung bitten kann, ist er weiter gegangen. Er ist müde … nein, er ist nicht müde: er ist nicht fähig. Korruption hat ihn auch der Fähigkeit beraubt, dass wir uns alle schämen müssen, um um Vergebung zu bitten. Nein, die Korrupten sind in Sicherheit, sie gehen weiter, sie zerstören, sie beuten Menschen aus, wie diese Frau, alles, alles … es geht weiter. Er stellte sich an Gottes Stelle.
Eine der schädlichsten und destruktivsten Einstellungen, die der Botschaft des Evangeliums entgegengesetzt sind, ist das Murmeln, Beschweren und Geschwätz, was zu einem echten sozialen Lynchen wird und so weit geht, die Wahrheit mit Verleumdungen und falschen Nachrichten umzukehren, die, wenn sie verbreitet werden, die Massen, die auch zu Formen blutiger Gewalt führen.
Neben den Beispielen von Jesus und Stephanus und den christlichen Märtyrern jeden Alters haben wir das zeitgenössische Drama des Holocaust.
Angesichts dieser tödlichen Situation, die durch eine destruktive Beharrlichkeit gekennzeichnet ist, ist das Beispiel, das Jesus uns übermittelt hat, das des Mutes zu schweigen: Wut nur mit Stille, niemals mit Rechtfertigung entgegenzutreten.
Menschlicher Missbrauch hört nicht bei Murmeln und Wut auf, die zu körperlicher Gewalt führen, sondern wird auf tragische Weise durch jede Form von Ungerechtigkeit verwirklicht, die über einzelne Gesellschaften hinausgeht, um universelle Dimensionen anzunehmen.
Meisterhaft in dieser Hinsicht ist die Predigt am Gründonnerstag mit der Lesung des Verrats neben dem Verkauf unseres Nachbarn.
Wenn wir daran denken, Menschen zu verkaufen, fällt uns der Handel mit Sklaven aus Afrika ein, um sie nach Amerika zu bringen – eine alte Sache -, dann der Handel zum Beispiel mit jazidischen Mädchen, die an Daesh verkauft wurden: aber es ist eine entfernte Sache, das ist es eins … Noch heute werden Menschen verkauft. Jeden Tag. Es gibt Judas, die ihre Brüder und Schwestern verkaufen: sie in ihrer Arbeit ausbeuten, nicht das Recht bezahlen, ihre Pflichten nicht anerkennen … In der Tat verkaufen sie oft die teuersten Dinge. Ich denke, um sich wohler zu fühlen, kann ein Mann seine Eltern wegschieben und sie nicht mehr sehen. Bewahren Sie sie in einem Altersheim auf und gehen Sie nicht zu ihnen … es verkauft sich. Es gibt ein sehr verbreitetes Sprichwort, das von solchen Leuten spricht, dass “dies in der Lage ist, die eigene Mutter zu verkaufen”: und sie verkaufen sie. Jetzt sind sie ruhig, sie sind weg: “Du kümmerst dich um sie …”.
Heute ist der Menschenhandel wie in den frühen Tagen: Er wird durchgeführt. Warum ist das? Warum: Jesus hat es gesagt. Er gab einem Herrn Geld. Jesus sagte: “Gott und Geld können nicht gedient werden” (vgl. Lk 16,13), zwei Herren. Es ist das einzige, was Jesus auferweckt und jeder von uns muss wählen: o Gott dienen, und du wirst frei in Anbetung und Dienst sein; oder Geld dienen, und Sie werden ein Sklave des Geldes sein. Dies ist die Option; und viele Menschen wollen Gott und Geld dienen. Und das geht nicht. Am Ende geben sie vor, Gott zu dienen, um Geld zu dienen. Es sind die versteckten Ausbeuter, die sozial einwandfrei sind, aber unter dem Tisch machen sie Geschäfte, auch mit Menschen: Es spielt keine Rolle. Menschliche Ausbeutung verkauft den Nachbarn … es gibt einen Schritt zu stehlen, um zu verraten, Kleiner. Diejenigen, die Geld zu sehr lieben, betrügen immer, um mehr zu bekommen: Es ist eine Regel, es ist eine Tatsache¹⁰.
Denken Sie nur an die Ungerechtigkeiten, die die Würde des Menschen leugnen, indem sie Arbeitsbedingungen auferlegen, die reale Situationen der Sklaverei sind¹¹.
Die Predigt vom 6. April berührt das Gewissen:
Diese Geschichte des untreuen Administrators ist immer aktuell, es gibt immer auch auf hohem Niveau: Denken wir an einige gemeinnützige oder humanitäre Organisationen, die viele Mitarbeiter haben, viele, die eine sehr reiche Struktur von Menschen haben und am Ende die erreichen vierzig Prozent arm, weil sechzig das Gehalt so vieler Menschen bezahlen sollen. Es ist eine Möglichkeit, Geld von den Armen zu nehmen. Aber die Antwort ist Jesus. Und hier möchte ich aufhören: “Du hast die Armen immer bei dir” (Joh 12,8). Dies ist eine Wahrheit: “Tatsächlich haben Sie immer die Armen bei sich”. Die Armen sind da. Es gibt viele: Es gibt die Armen, die wir sehen, aber das ist der kleinste Teil; Die große Zahl der Armen sind diejenigen, die wir nicht sehen: die verborgenen Armen. Und wir sehen sie nicht, weil wir in diese Kultur der Gleichgültigkeit eintreten, die negationistisch ist, und wir leugnen: “Nein, nein, es gibt nicht viele, sie können nicht gesehen werden; Ja, dieser Fall… “, was die Realität der Armen immer schmälert. Aber es gibt viele, viele.
Oder sogar, wenn wir nicht in diese Kultur der Gleichgültigkeit eintreten, gibt es die Gewohnheit, die Armen als Ornamente einer Stadt zu sehen: Ja, es gibt wie Statuen; ja, es gibt sie zu sehen; Ja, diese alte Frau, die um Almosen bittet, die andere … Aber als ob es eine normale Sache wäre. Es gehört zur Ornamentik der Stadt, arme Menschen zu haben. Aber die große Mehrheit sind die armen Opfer der Wirtschaftspolitik, der Finanzpolitik. Einige neuere Statistiken fassen dies wie folgt zusammen: Es gibt viel Geld in den Händen einiger weniger und viel Armut in vielen, vielen. Und dies ist die Armut so vieler Menschen, die Opfer der strukturellen Ungerechtigkeit der Weltwirtschaft sind. Und es gibt viele arme Leute, die sich schämen zu zeigen, dass sie es nicht bis zum Ende des Monats schaffen; viele arme bürgerliche Leute, die heimlich zur Caritas gehen und heimlich fragen und sich schämen. Die Armen sind viel zahlreicher als die Reichen; sehr, sehr viel… Und was Jesus sagt, ist wahr: „Tatsächlich hast du immer die Armen bei dir“. Aber sehe ich sie? Merke ich diese Realität? Besonders von der verborgenen Realität, diejenigen, die sich schämen zu sagen, dass sie es nicht bis zum Ende des Monats schaffen².
Die Bereitschaft, am Leid derer teilzunehmen, die von dieser Pandemie betroffen sind¹³, muss unsere Reflexion über die Brüder eröffnen, die unter vielen anderen Pandemien wie dem Hunger in der Welt leiden¹⁴.
Möge diese Pandemieerfahrung daher zu einer Gelegenheit werden, unsere Optionen neu zu definieren und nicht in die sogenannte Nostalgie für das Grab zurückzufallen:
Noch heute, vor dem nächsten – wir hoffen, dass es bald sein wird – dem nächsten Ende dieser Pandemie gibt es die gleiche Option: Entweder wird unsere Wette auf das Leben, auf die Auferstehung der Völker oder auf den Gott des Geldes gerichtet sein: auf das Grab von Hunger, Sklaverei, Kriege, Waffenfabriken, Kinder ohne Bildung … da ist das Grab¹⁵.
Zweifellos ist die Pandemie eine Erfahrung sozialer Krisen, wie viele andere Krisenzeiten: Ehen, Familien, Arbeit. Wie kann man in Krisenzeiten reagieren?
In meinem Land gibt es ein Sprichwort, das besagt: “Wenn Sie zu Pferd gehen und einen Fluss überqueren müssen, wechseln Sie bitte nicht das Pferd mitten im Fluss.” […] Es ist der Moment der Treue, der Treue zu Gott, der Treue zu den Dingen [Entscheidungen], die wir zuvor getroffen haben. Es ist auch der Moment der Bekehrung, denn diese Treue wird uns inspirieren, uns zum Guten zu verändern und uns nicht vom Guten zu distanzieren¹⁶.
Was ist die Rolle des Volkes Gottes, ein häufigerer Begriff, vielleicht nicht überraschend, in diesen Predigten a

Santa Marta?

Das Christentum ist nicht nur eine Ethik, es ist nicht nur eine Elite von Menschen, die ausgewählt wurden, um vom Glauben Zeugnis zu geben.
Der Gläubige muss den Geruchssinn erfahren und die Erinnerung an die Zugehörigkeit zum Volk Gottes erfahren. Gewinnen Sie sich ein Gewissen
von Leuten:
Wenn dies fehlt, gibt es Dogmatismen, Moralismen, Ethik, elitäre Bewegungen. Die Leute werden vermisst¹⁷.
Eines der Bilder, die in diesem Zyklus der Predigten am meisten beeindruckt bleiben werden, ist das der Kirche als Fluss, in dem alle verschiedenen Strömungen das Recht haben, präsent zu sein.
Wir glauben, dass dies eine Behauptung ist, die als Reaktion auf all diejenigen gemacht wurde, die Ansprüche an die Grenzen des Schismas geltend machen oder sich über die Unmöglichkeit des Zusammenlebens verschiedener Seelen beschweren, ob traditionalistisch oder progressiv.
Hier erinnert sich Franziskus weiterhin daran, dass sich das Werk der Spaltung, der Zersplitterung zwischen den Parteien (ich bin Paulus, ich bin Apollos …) als eine echte Krankheit für die Kirche darstellt.
Die Kirche ist wie ein Fluss, weißt du? Einige sind mehr auf dieser Seite, andere auf der anderen Seite, aber das Wichtigste ist, dass sich jeder im Fluss befindet. ” Dies ist die Einheit der Kirche. Niemand draußen, jeder drinnen. Dann mit den Besonderheiten: Dies teilt sich nicht, es ist keine Ideologie, es ist legitim. Aber warum hat die Kirche diese Flussbreite? Es ist, weil der Herr es so will¹¹⁸.
Wir schließen diese Reihe von Zitaten mit der bedeutenden Predigt vom 18. März, in der Franziskus uns daran erinnert
Unser Gott ist der Gott der Nähe, er ist ein Gott, der mit seinem Volk wandelt. […] Der Mensch lehnt die Nähe Gottes ab, er möchte der Meister der Beziehungen sein, und die Nähe bringt immer eine gewisse Schwäche mit sich. […] …] Der “nahe Gott” wird schwach und je näher er kommt, desto schwächer scheint er […]
Unser Gott ist nahe und bittet uns, nahe beieinander zu sein und nicht voneinander abzuweichen. Und in diesem Moment der Krise aufgrund der Pandemie, die wir erleben, fordert uns diese Nähe auf, mehr zu zeigen, mehr zu zeigen. Wir können uns vielleicht aus Angst vor Ansteckung nicht physisch nähern, aber wir können in uns eine Haltung der Nähe zwischen uns erwecken: mit Gebet, mit Hilfe, vielen Wegen der Nähe. Und warum müssen wir nah beieinander sein? Weil unser Gott nahe ist, wollte er uns im Leben begleiten. Er ist der Gott der Nähe. Aus diesem Grund sind wir keine isolierten Menschen: Wir stehen uns nahe, denn das Erbe, das wir vom Herrn erhalten haben, ist Nähe, dh die Geste der Nähe¹⁹.
Einige Monate nach Beginn der Pandemie ist das erneute Lesen von Francis ‘Worten eine wertvolle Gelegenheit, die Ereignisse zu verstehen und alle zum Aufbau einer besseren Welt zu ermutigen.
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1 Vatikanische Nachrichten, Die Nähe des Papstes: Die Messe von Santa Marta lebt jeden Tag unter https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/coronavirus-papa-francesco-messa-santa-marta -every-day.html
2 Siehe FRANCIS, Glaube muss übermittelt werden, er muss insbesondere mit Zeugenaussage am 25. April 2020 in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200425_testimoniare angeboten werden -lafede-conlavita.html
3 ID., Ohne Zeugnis und Gebet ist es nicht möglich, am 30. April 2020 unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200430_testimonianza-e- zu apostolisch zu predigen Gebet.html
4 Siehe ID., Die Konkretheit und Einfachheit der Kleinen, 29. April 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200429_laconcretezza-dellaverita.html
5 Siehe ID., Beharrlich im Dienst, 7. April 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200407_perseverare-nelservizio.html
6 Siehe ID., Die drei Dimensionen des christlichen Lebens: Wahl, Verheißung, Bund, 2. April 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco- cotidie_20200402_letre-dimensions-of-life.html
7 ID., Vertrauen in Gottes Barmherzigkeit, 30. März 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200330_pregare-peril-perdono.html
8 Siehe ID., Das kleine tägliche Lynchen von Geschwätz, 28. April 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200428_laverita-dellatestimonianza.html
9 Siehe ID., Der Mut zum Schweigen, 27. März 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200327_ilcoraggio-ditacere.html
10 ID., Judas, wo bist du?, 8. April 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200408_tra-lealta-e-interesse.html
11 Siehe ID., Arbeit ist die Berufung des Menschen, 1. Mai 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200501_illavoro-primavocazione- von man.html
12 ID., Auf der Suche nach Jesus in den Armen, 6. April 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200406_la-poverta-nascosta.html
13 Siehe ID., Sonntag der Tränen, 29. März 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200329_lagrazia-dipiangere.html
14 Siehe ID., Tag der Brüderlichkeit, Tag der Buße und des Gebets, 14. Mai 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200514_giornodi-fratellanza – Bußgebet.html
15 ID., Wählen Sie die Ankündigung, um nicht in unsere Gräber zu fallen, 13. April 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200413_annunciare-cristo- vivoerisorto.html
16 ID., Lernen, in Krisenmomenten zu leben, 2. Mai 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200502_lecrisi-occasioni-diconversione.html
17 ID., Christ zu sein bedeutet, dem Volk Gottes am 7. Mai 2020 in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200507_consapevoli-diessere-popolodidio zu gehören. html
18 ID., Wir haben alle einen Hirten: Jesus, 4. Mai 2020, unter http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200504_cristo-unicopastore.html
19 ID., Unser Gott ist nahe und bittet uns, am 18. März 2020 in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa nahe beieinander zu sein -francesco-cotidie_20200318_pergli-operatorisanitari.html

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SE NON ORA QUANDO?

Pubblicato su http://www.parrocchiemarrubiu.it/modules.php?modulo=mkNews&idcontent=1603

La domanda «Se non ora, quando?» posta oggi da una parte significativa dell’orbe cattolico al Vescovo di Roma non è certamente nuova nella Storia del Cristianesimo.

Penso alla stagione e ai fermenti dei moti per l’Indipendenza dell’Italia con le relative attese cariche di speranze – dovute anche ad alcuni atteggiamenti da parte del pontefice neoeletto che pareva le giustificassero – nutrite dai romani nei confronti dell’ultimo Papa-Re, Giovanni Maria Mastai-Ferretti. Il pontificato di Pio IX, ancora oggi il più longevo della storia della Chiesa Cattolica (31 anni), si trovò a vivere il passaggio dalla presa di Roma – con la breccia di porta Pia – alla stagione in cui egli volle proporsi come «prigioniero in Vaticano». Fu anche il Papa del Sillabo e del Concilio Vaticano I.

Nel secolo trascorso si sono succeduti una serie di Pontificati che hanno lasciato il loro segno.

Dopo Leone XIII con la sua prima Enciclica sociale, la RERUM NOVARUM e Pio X con il quale si è inaugurata la prassi della canonizzazione «quasi dovuta» per chi siede sul soglio di Pietro1, troviamo i pontificati di Benedetto XV, testimone della Grande Guerra e di Pio XI.

Con Pio XII abbiamo avuto una figura ieratica e sacrale, grande personalità e pontefice ancora oggi discusso perché decise di non levare la voce della Chiesa di Roma per denunciare la barbarie della vicenda che con il Nazismo portò alla Shoà e alla Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi sono criticati da molti quei Patti Lateranensi che diedero visibilità a Mussolini e vantaggi al Vaticano, risultando comunque un passo avanti rispetto alla Questione Romana.

Impossibile negare la stagione di rinnovamento e di speranze aperta con Giovanni XXIII il cui seppur breve pontificato ci ha consegnato l’enciclica PACEM IN TERRIS e l’apertura del Concilio Vaticano II.

Paolo VI ebbe il gravoso compito di portare avanti e concludere i lavori del Concilio, di vivere la stagione dei moti del ‘68 e quella del terrorismo culminata con l’uccisione dello statista Aldo Moro; lo si ricorda come una grandissima figura nella Chiesa Cattolica anche per il suo storico incontro con Atenagora. Documenti che portano la sua firma e che ancora oggi purtroppo destano sofferenze e sono stati motivo per non poche defezioni, sono la SACERDOTALIS CÆLIBATUS e l’HUMANÆ VITÆ.

Dopo l’alba luminosa e il subitaneo smarrimento per la scomparsa di Giovanni Paolo I, abbiamo avuto con Giovanni Paolo II, il secondo pontificato più lungo della storia (26 anni), che rimarrà nella stessa per gli eventi del Crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del «Comunismo reale», per la «fabbrica industriale» dei Santi, per i viaggi apostolici nei cinque Continenti, per la stagione delle GMG, per l’incontro delle Religioni ad Assisi, per la sovraesposizione mediatica e infine per l’atroce malattia che lo ha consumato.

«Santo subito»: e così è stato.

Eppure su questo pontificato pesa la scelta di una lotta personale e motivata contro il Comunismo e al contempo un’alleanza con l’amministrazione Reagan che portò al finanziamento di Solidarnosc e, soprattutto, alla scelta drammatica di smantellare tutti i fermenti della Teologia della Liberazione e delle CEB in America Latina, al punto che oggi in Brasile e nelle altre nazioni sudamericane il Cattolicesimo vive un’emorragia, esponenziale e inarrestabile, di cattolici che passano ad altre Chiese.

Anche il pontificato di Benedetto XVI, inscindibilmente collegato a quello del suo predecessore, ha vissuto non poche traversie, culminate con la scelta storica delle dimissioni.

Agli occhi di diversi teologi gli ultimi due pontificati si sono posti in maniera «frenante» rispetto alle proposte e ai possibili sviluppi che il Concilio Vaticano II stesso prospettava.

Ora la gestione di Roma è nelle mani del «Papa venuto dall’altra parte del mondo».

Premessa l’esistenza di una considerevole parte del mondo cattolico che rema contro l’attuale Pontefice e vistosamente muove contro di lui una guerra spietata, dipingendolo come un massone, un idolatra, un eretico, un papa illegittimo e infine come il precursore stesso dell’Anticristo, che viene definita fazione dei «tradizionalisti», pronta a di esprimersi contro ogni sua uscita, la nostra attenzione è rivolta invece verso quei cattolici che si pongono da una prospettiva diametralmente opposta a quella dei nostalgici di un “Papa-re”.

Ed è da questi che sale la domanda, che riassumo nel titolo di questa riflessione: «Se non ora, quando?».

Quando la Chiesa cattolica, dopo aver individuato la diagnosi di uno dei mali più radicati da cui si riconosce affetta, quello del clericalismo2 con le sue nefaste conseguenze, si impegnerà a predisporre una cura adeguata, riconoscendo che non si può curare un tumore con l’aspirina e, evangelicamente parlando, ammettendo che potrebbe essere necessario effettuare potature e tagli (cfr. Gv 15, 1-8; Mc 9, 43-49) che la stessa forse non dovrebbe più procrastinare e rimandare? Quando realizzerà che queste sono operazioni necessarie che, se negate, la condurrebbero alla morte?

Quando riconoscerà che il clericalismo non si esaurisce in semplice tentazione e deviazione di soggetti corrotti ma si rivela meccanismo connaturato e favorito dalla impostazione della struttura gerarchica stessa (monarchica-piramidale-clericocentrica)? In essa la componente del clero è l’unica investita del munus gubernandi, mentre alla componente laicale è assegnata una funzione meramente consultiva (purtroppo, non poche volte, neanche considerata).

Solo il riconoscimento di simile realtà potrà considerare come la «separazione»3 del clero dal resto dei battezzati di fatto non si realizza in un totalizzante servizio di minorità (ministero← minus stare) (cfr. Lc 17, 7-10) ma purtroppo spesso si trasforma, rivestendosi, secondo l’osservazione del Popolo di Dio, dei contorni antievangelici del potere, del dominio (la signoria propria del dominus) e, nel peggio, della prevaricazione, dell’autoreferenzialità, del narcisimo, dell’individualismo e della vanagloria.

Un Papa che, come detto, davanti al dramma degli scandali già violentemente emersi durante il pontificato del predecessore, quelli della pedofilia e di quanti altri abusi registrati e riferiti ad una parte del clero, si è rivolto con un accorato appello al Popolo di Dio con la sua Lettera il 20.08.2020 denunciando i danni del clericalismo viene atteso alla prova dei fatti.

Se non ora, quando?

Quando la Chiesa Cattolica considererà la necessità di una radicale riforma teologica e strutturale che riveda il bilanciamento dei poteri decisionali, ridistribuendoli alla componente laicale rispetto a quella clericale e, in particolare, dando nuovo e significativo spazio alla presenza e al ministero delle donne? Quando si potrà dare spazio all’ordinazione dei viri probati e all’accesso al diaconato per le donne? Quando i massimi organismi della vita partecipativa ecclesiali, quelli dei Sinodi, potranno riconoscere diritto di voto oltre che di partecipazione ai massimi livelli alla componente laicale e alla componente femminile (sia in quota laicale che in quota di vita consacrata)?

Al momento sembra di poter registrare due linee direttrici nella strategia e nelle intenzioni del Vescovo di Roma.

La prima è quella che, de facto, si pone come non ricettiva di questi imput provenienti da una base composita di movimenti che chiedono una riforma radicale dell’istituzione, fondata sulla esigenza di trovare una soluzione al male, denunciato da Francesco, che è definito con il termine di clericalismo.

La seconda, quella che definirei significativa e al tempo stesso necessaria da cogliere, è quella che, fin dai primi passi del suo ministero, pare indicare e voler condurre la Chiesa oltre se stessa e i credenti fuori dal recinto dei luoghi deputati alla vita intraecclesiale.

Veniamo alla prima linea direttrice.

Il Vescovo di Roma, fin dai suoi primi passi, si sta sforzando di correggere la direzione della gestione della Santa Sede secondo un intento riformatore e, allo stesso tempo, in qualche maniera collegiale. Tale significato avrebbe nelle sue intenzioni il lavoro di un gruppo ristretto di nove cardinali chiamati a collaborare con lui per affrontare in agenda tutte le questioni che riguardano la gestione della Chiesa Cattolica.

Pare che egli ritenga che sia importante che le indicazioni ecclesiali siano gestite e disciplinate da ciascuna Conferenza Episcopale nazionale e regionale con un’autonomia decisionale maggiore di quella che al momento viene loro riconosciuta.

Egli poi sta cercando di incaricare vari laici nella gestione di alcuni uffici nelle varie Congregazioni vaticane.

Al di là dei tentativi e degli ostacoli registrati nella proposta di qualsiasi novità, e considerando naturalmente che il ruolo dei laici e delle donne nella Chiesa cattolica è ancora lontano dall’aver ricevuto un riconoscimento che non sia di facciata ma si traduca in gestione partecipata della funzione di governo, pare evidente che Francesco non intenda causare un qualche strappo con la componente più refrattaria e reazionaria, prediligendo l’auspicio per una maturazione diffusa da parte dei singoli vescovi e delle varie Conferenze Episcopali (in ordine alla sua proposta per una “Chiesa in uscita”), piuttosto che una qualche radicale riforma calata dall’alto da Pietro.

Due eventi tra tutti: le premesse della esortazione apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA, dove il vescovo di Roma, pur non presentando riforme auspicate e richieste dai padri sinodali (fra queste l’apertura ai viri probati), afferma che il suo documento non vuole chiudere a possibili riforme ma deve essere considerato solo come una proposta, rimandando al Documento conclusivo sinodale che egli non vuole né sostituire né ripetere4.

Altro passaggio significativo, come ho rilevato nel mio articolo sulle omelie di Francesco a Santa Marta durante il lockdown5, a mio modo di vedere è stata l’immagine iconica della “Chiesa come un fiume”6 in cui ogni corrente avrebbe diritto di cittadinanza. Francesco si è espresso altre volte a sfavore di qualsiasi processo che sia generativo di esperienze scismatiche che portano ancora oggi alla divisione. Dunque, egli preferisce non rispondere agli appelli molteplici che gli vengono mossi in ordine ad una riforma radicale e strutturale della Chiesa Cattolica, laddove ritenga che i tempi non siano maturi (ma qui è lecito domandarsi: “se non ora quando?” ossia: quando lo saranno?) o, più semplicemente, se questo dovesse comportare il rischio di un qualche scisma, paventato dalla componente più oltranzista della Chiesa Cattolica.

Veniamo ora alla seconda direttrice, quella che mi sembra caratterizzare questo ministero petrino fin dai suoi esordi e che, indubbiamente, miete consensi e plausi in gran parte del mondo extra-ecclesiale.

Francesco pone l’accento su questioni e su argomenti che vanno oltre le tematiche esclusivamente proprie alle coordinate del credente, rivolgendosi a tutti e confidando, naturalmente, in uno “passaggio di prospettiva” da parte dei credenti stessi.

Con le due ultime encicliche, la LAUDATO SI’ e la FRATRES OMNES, insieme all’esortazione apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA, egli sposta l’orizzonte dalle dinamiche ecclesiali ed intra ecclesiali per allargarlo alle questioni che riguardano l’intero globo terrestre, richiamando l’attenzione propria dei grandi documenti del Magistero Sociale della Chiesa.

E spazia in temi non nuovi a tale Magistero: i diritti dei popoli a partire dalla denuncia dello sfruttamento degli ultimi e dei poveri della Terra, dagli indios amazzonici agli abitanti di qualsiasi periferia della storia, lo scandalo globale costituito dai meccanismi dello scarto e dai disastri provocati da una globalizzazione che si fa promotrice di pochi e aguzzina per molti, l’appello alla promozione di una fraternità sociale da riscoprire, la questione ecologica con il dramma della casa comune che stiamo distruggendo; questi sono solo alcuni tra i temi che ci indirizzano verso la condivisione di un appello che il Vescovo di Roma rivolge a tutti in maniera insistente.

In gioco non c’è il futuro della Chiesa di Roma. C’è il futuro dell’umanità e della vivibilità dello stesso pianeta Terra.

Cogliere queste indicazioni non significherebbe rinunciare alla contemporanea richiesta rivolta da molti a Francesco, inerente una riforma radicale in seno alla Chiesa di Roma; significherebbe realizzare una ulteriorità di prospettive che il Signore stesso presentò ai suoi seguaci prima di consegnarli alla loro missione.

Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele? ”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. (At 1, 1-11)

Se non ora quando?

Continuiamo a lavorare e pregare per necessarie riforme interne alla Chiesa Cattolica.

Al tempo stesso, non lasciamoci sfuggire le indicazioni e i continui appelli che il Vescovo di Roma rivolge a tutti noi con il suo Magistero.

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1 RUSCONI R., Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II, Viella, 2010

2 Lettera del Santo Padre Francesco al Popolo di Dio (20 agosto 2018) http://w2.vatican.va/content/ francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180820_lettera-popolo-didio.html

3 CONCILIO VATICANO II, Decreto Presbyterorum Ordinis, http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207-presbyterorum-ordinis_it.html

4 FRANCESCO, Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia http://www.vatican.va/content/ francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_ esortazione-ap_20200202_querida-amazonia.html

5 Alessandro Manfridi, Due mesi a Santa Marta, https://www.alessandromanfridicostruttoridiponti.com/2020/09/04/due-mesi-a-santa-marta/

6 FRANCESCO, Tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù, 4 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200504_cristo-unicopastore.html

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DUE MESI A SANTA MARTA

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http://www.settimananews.it/papa/celebrare-con-francesco/

Sono state 64 le celebrazioni eucaristiche del Vescovo di Roma trasmesse in diretta dalla cappella di Santa Marta, dal 9 marzo al 17 maggio 2020.

Per sua esplicita volontà, queste celebrazioni che dall’inizio del suo ministero hanno realizzato un incontro di carattere familiare con un numero ristretto di fedeli che vi hanno preso parte (migliaia in questi anni) e che non aveva mai voluto rendere pubbliche in maniera integrale e diretta, sono state invece in questo periodo aperte a tutti coloro che volessero prenderne parte attraverso il collegamento streaming trasmesso dai Media vaticani alle varie reti con esse collegate.

In tal modo il Papa ha inteso manifestare la sua vicinanza «agli ammalati di questa epidemia di coronavirus, per i medici, gli infermieri, i volontari che aiutano tanto, i familiari, per gli anziani che stanno nelle case di riposo, per i carcerati che sono rinchiusi»1.

Questo appuntamento, coinciso con un tempo significativo quale quello che ogni anno la liturgia propone con il cammino quaresimale prima e con il tempo pasquale poi, è stato condiviso in un contesto tanto critico quanto inaspettato quale quello della pandemia e del conseguente isolamento forzato dovuto al lockdown.

Partendo da un contesto determinato quale quello delle omelie che spiegano le letture bibliche della liturgia eucaristica, Francesco ha trasmesso tanti contenuti, indicazioni, suggestioni ed esortazioni, che sono stati accolti ed apprezzati non solo da coloro che si sono collegati sulla rete o via TV. In diretta ma anche da chi ne è venuto a conoscenza grazie ai media e ai TG che in quei giorni riportavano alcune riflessioni trasmesse da Santa Marta.

Proviamo a riprendere qualcuno di questi passaggi che crediamo sia importante accogliere e sviluppare.

Quali sono stati gli argomenti più apprezzatati in questi due mesi a Santa Marta?

Scorrendo tutte le omelie abbiamo rilevato i vocaboli che sono apparsi in più di una omelia e abbiamo registrato 106 voci tra queste.

I termini che maggiormente compaiono – prescindendo dai nomi: Figlio, Padre e Spirito Santo – sono le parole diavolo (in nove omelie), Chiesa (10), Legge (10), peccato (12), cuore (16), popolo di Dio (17) ; abbiamo inoltre unito i vocaboli fede, fidarsi, fedeltà, credere, fiducia constatando la loro ricorrenza in 21 omelie.

Quale sono le indicazioni che emergono per chi vive l’impegno della fede?

La fede va trasmessa, va offerta ma senza cadere nella tentazione di alcun proselitismo: le vie sono la testimonianza e il servizio; la veste quella dell’umiltà. Ogni proselitismo sfocia in una corruzione2.

A riguardo dell’attuazione della testimonianza della fede Francesco asserisce:

Tu puoi fare una struttura ospedaliera, educativa di grande perfezione, di grande sviluppo, ma se una struttura è senza testimonianza cristiana, il tuo lavoro lì non sarà un lavoro di testimone, un lavoro di vera predicazione di Gesù: sarà una società di beneficenza, molto buona – molto buona! – ma niente di più 3.

Queste parole paiono una risposta a tutti coloro che accusano il vescovo di Roma di promuovere una visione che trascurerebbe il primato della fede con la proposta della Chiesa come “ospedale da campo”. Francesco invita ad essere guardinghi e a fondare l’impegno della predicazione della fede sul binomio testimonianza e preghiera.

La fede si caratterizza nella concretezza che si delinea nei suoi vari aspetti: la concretezza della verità, la concretezza dell’umiltà, la grazia della semplicità 4.

Il servizio è il tratto peculiare presente nella “carta d’identità” del seguace di Gesù ed è questo stile che porta a costruire ed edificare secondo la chiamata della elezione, come trasmesso nell’omelia del martedì della Settimana Santa. Fondamentale la perseveranza nel servizio5.

I concetti biblici di elezione, promessa e alleanza sono ricordati nell’omelia del 2 aprile.6

Afferma inoltre Francesco: guai invece, agli ipocriti e ai corrotti. Dio infatti

ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio7.

Uno degli atteggiamenti più deleteri e distruttivi, opposti al messaggio evangelico, è quello della mormorazione, della lamentela, del chiacchiericcio, che diviene un vero e proprio linciaggio sociale, arrivando a capovolgere la verità con calunnie e notizie false che, se diffuse, trascinano le masse, sfociando anche in forme di violenza cruenta.

Oltre agli esempi di Gesù e di Stefano e dei martiri cristiani di ogni epoca, abbiamo il dramma contemporaneo della Shoà8.

Davanti a questa situazione letale, che si caratterizza con un accanimento distruttivo, l’esempio trasmesso a noi da Gesù è quello del coraggio di tacere: contrapporre all’accanimento soltanto il silenzio, mai la giustificazione9.

Le prevaricazioni umane non si fermano alla mormorazione e all’accanimento che porta alla violenza fisica ma sono tragicamente attualizzate da ogni forma di ingiustizia che travalica le singole società per assumere dimensioni universali.

Magistrale a riguardo è l’omelia del mercoledì Santo con la lettura del tradimento accostata alla vendita del nostro prossimo.

Quando noi pensiamo al fatto di vendere gente, viene alla mente il commercio fatto con gli schiavi dall’Africa per portarli in America – una cosa vecchia – poi il commercio, per esempio, delle ragazze yazide vendute a Daesh: ma è cosa lontana, è una cosa … Anche oggi si vende gente. Tutti i giorni. Ci sono dei Giuda che vendono i fratelli e le sorelle: sfruttandoli nel lavoro, non pagando il giusto, non riconoscendo i doveri … Anzi, vendono tante volte le cose più care. Io penso che per essere più comodo un uomo è capace di allontanare i genitori e non vederli più; metterli al sicuro in una casa di riposo e non andare a trovarli … vende. C’è un detto molto comune che, parlando di gente così, dice che “questo è capace di vendere la propria madre”: e la vendono. Adesso sono tranquilli, sono allontanati: “Curateli voi …”.

Oggi il commercio umano è come ai primi tempi: si fa. E questo perché? Perché: Gesù lo ha detto. Lui ha dato al denaro una signorìa. Gesù ha detto: “Non si può servire Dio e il denaro” (cf.Lc. 16,13), due signori. È l’unica cosa che Gesù pone all’altezza e ognuno di noi deve scegliere: o servi Dio, e sarai libero nell’adorazione e nel servizio; o servi il denaro, e sarai schiavo del denaro. Questa è l’opzione; e tanta gente vuole servire Dio e il denaro. E questo non si può fare. Alla fine fanno finta di servire Dio per servire il denaro. Sono gli sfruttatori nascosti che sono socialmente impeccabili, ma sotto il tavolo fanno il commercio, anche con la gente: non importa. Lo sfruttamento umano è vendere il prossimo… da rubare a tradire c’è un passo, piccolino. Chi ama troppo i soldi tradisce per averne di più, sempre: è una regola, è un dato di fatto10.

Basti pensare alle ingiustizie che negano la dignità dell’uomo imponendo condizioni di lavoro che sono vere e proprie situazioni di schiavitù11.

Tocca le coscienze l’omelia del 6 aprile:

Questa storia dell’amministratore non fedele è sempre attuale, sempre ce ne sono, anche a un alto livello: pensiamo ad alcune organizzazioni di beneficenza o umanitarie che hanno tanti impiegati, tanti, che hanno una struttura molto ricca di gente e alla fine arriva ai poveri il quaranta percento, perché il sessanta è per pagare lo stipendio a tanta gente. È un modo di prendere i soldi dei poveri. Ma la risposta è Gesù. E qui voglio fermarmi: “I poveri infatti li avete sempre con voi” (Gv. 12,8). Questa è una verità: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. I poveri ci sono. Ce ne sono tanti: c’è il povero che noi vediamo, ma questa è la minima parte; la grande quantità dei poveri sono coloro che noi non vediamo: i poveri nascosti. E noi non li vediamo perché entriamo in questa cultura dell’indifferenza che è negazionista e neghiamo: “No, no, non ce ne sono tanti, non si vedono; si, quel caso …”, diminuendo sempre la realtà dei poveri. Ma ce ne sono tanti, tanti.

O anche, se non entriamo in questa cultura dell’indifferenza, c’è un’abitudine di vedere i poveri come ornamenti di una città: sì, ci sono, come le statue; sì, ci sono, si vedono; sì, quella vecchietta che chiede l’elemosina, quell’altro … Ma come se fosse una cosa normale. È parte dell’ornamentazione della città avere dei poveri. Ma la grande maggioranza sono i poveri vittime delle politiche economiche, delle politiche finanziarie. Alcune recenti statistiche fanno il riassunto così: ci sono tanti soldi in mano a pochi e tanta povertà in tanti, in molti. E questa è la povertà di tanta gente vittima dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. E ci sono tanti poveri che provano vergogna di far vedere che non arrivano a fine mese; tanti poveri del ceto medio, che vanno di nascosto alla Caritas e di nascosto chiedono e provano vergogna. I poveri sono molto più [numerosi] dei ricchi; molto, molto … E quello che dice Gesù è vero: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Ma io li vedo? Io me ne accorgo di questa realtà? Soprattutto della realtà nascosta, coloro che provano vergogna di dire che non arrivano a fine mese12.

La disponibilità a partecipare alle sofferenze di coloro che sono stati colpiti da questa pandemia13, deve aprire la nostra riflessione sui fratelli sofferenti per tante altre pandemie come quella della fame nel mondo14.

Che questa esperienza di pandemia diventi dunque un’occasione per ridefinire le nostre opzioni e non ricadere in quella che viene definita nostalgia del sepolcro:

Anche oggi, davanti alla prossima – speriamo che sia presto – prossima fine di questa pandemia, c’è la stessa opzione: o la nostra scommessa sarà per la vita, per la resurrezione dei popoli o sarà per il dio denaro: tornare al sepolcro della fame, della schiavitù, delle guerre, delle fabbriche delle armi, dei bambini senza educazione … lì c’è il sepolcro15.

Indubbiamente quella della pandemia è una esperienza di crisi sociale, come tanti altri possono essere i tempi di crisi: matrimoniali, familiari, lavorativi. Come reagire nei momenti di crisi?

Nella mia terra c’è un detto che dice: “Quando tu vai a cavallo e devi attraversare un fiume, per favore, non cambiare cavallo in mezzo al fiume”. [] È il momento della fedeltà, della fedeltà a Dio, della fedeltà alle cose [decisioni] che noi abbiamo preso da prima. È anche il momento della conversione, perché questa fedeltà sì, ci ispirerà qualche cambiamento per il bene, non per allontanarci dal bene16.

Qual’è il ruolo del popolo di Dio, termine più ricorrente, forse non a caso, in queste omelie a Santa Marta?

Il cristianesimo non è solo un’etica, non è solo un’élite di gente scelta per testimoniare la fede.

Il credente deve sperimentare il fiuto e vivere la memoria di appartenere al popolo di Dio. Acquisire una coscienza di popolo:

Quando manca questo vengono i dogmatismi, i moralismi, gli eticismi, i movimenti elitari. Manca il popolo17.

Una delle immagini che rimarrà più impressa in questo ciclo di omelie è quella della Chiesa come un fiume nel quale hanno diritto di presenza tutte le diverse correnti.

Riteniamo sia questa un’asserzione decisa in risposta a tutti coloro che rivendicano pretese ai limiti dello scisma o lamentano l’impossibilità della coabitazione di anime diverse, tradizionaliste o progressiste che siano.

Qui Francesco continua a ricordare che l’opera della divisione, della frammentazione tra partiti (io sono di Paolo, io sono di Apollo…) si presenta come una vera e propria malattia per la Chiesa.

La Chiesa è come un fiume, sai? Alcuni sono più da questa parte, alcuni dall’altra parte, ma l’importante è che tutti siano dentro al fiume”. Questa è l’unità della Chiesa. Nessuno fuori, tutti dentro. Poi, con le peculiarità: questo non divide, non è ideologia, è lecito. Ma perché la Chiesa ha questa ampiezza di fiume? È perché il Signore vuole così18.

Chiudiamo questo ventaglio di citazioni con la significativa omelia del 18 marzo in cui Francesco ci ricorda che

Il nostro Dio è il Dio della vicinanza, è un Dio vicino, che cammina con il suo popolo.[] L’uomo rifiuta la vicinanza di Dio, lui vuole essere padrone dei rapporti e la vicinanza porta sempre con sé qualche debolezza.[] Il “Dio vicino” si fa debole, e quanto più vicino si fa, più debole sembra[]

Il nostro Dio è vicino e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro, di non allontanarci tra noi. E in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo, questa vicinanza ci chiede di manifestarla di più, di farla vedere di più. Noi non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio, ma possiamo risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi: con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza19.

A qualche mese dall’inizio della pandemia rileggere le parole di Francesco risulta una occasione preziosa per dare un senso agli avvenimenti e spronare ciascuno alla costruzione di un mondo migliore.

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1 Vatican News, La vicinanza del Papa: Messa di Santa Marta in diretta ogni giorno, in https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/coronavirus-papa-francesco-messa-santa-marta-ogni-giorno.html

2 Cfr. FRANCESCO, La fede va trasmessa, va offerta, soprattutto con la testimonianza, 25 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200425_testimoniare-lafede-conlavita.html

3 ID., Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica, 30 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200430_testimonianza-e-preghiera.html

4 Cfr. ID., La concretezza e la semplicità dei piccoli, 29 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200429_laconcretezza-dellaverita.html

5 Cfr. ID., Perseverare nel servizio, 7 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200407_perseverare-nelservizio.html

6 Cfr. ID., Le tre dimensioni della vita cristiana: elezione, promessa, alleanza, 2 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200402_letre-dimensioni-dellavita.html

7 ID., Fidarsi della misericordia di Dio, 30 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200330_pregare-peril-perdono.html

8 Cfr. ID., Il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio, 28 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200428_laverita-dellatestimonianza.html

9 Cfr. ID., Il coraggio di tacere, 27 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200327_ilcoraggio-ditacere.html

10 ID., Giuda, dove sei?, 8 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200408_tra-lealta-e-interesse.html

11 Cfr. ID., Il lavoro è la vocazione dell’uomo, 1 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200501_illavoro-primavocazione-delluomo.html

12 ID., Cercare Gesù nel povero, 6 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200406_la-poverta-nascosta.html

13 Cfr. ID., La domenica del pianto, 29 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200329_lagrazia-dipiangere.html

14 Cfr. ID., Giorno di fratellanza, giorno di penitenza e preghiera, 14 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200514_giornodi-fratellanza-penitenza-preghiera.html

15 ID., Scegliere l’annuncio per non cadere nei nostri sepolcri, 13 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200413_annunciare-cristo-vivoerisorto.html

16 ID., Imparare a vivere i momenti di crisi, 2 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200502_lecrisi-occasioni-diconversione.html

17 ID., Essere cristiani è appartenere al popolo di Dio, 7 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200507_consapevoli-diessere-popolodidio.html

18 ID., Tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù, 4 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200504_cristo-unicopastore.html

19 ID., Il nostro Dio è vicino e ci chiede di essere vicini l’uno all’altro, 18 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200318_pergli-operatorisanitari.html

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Costruttori di ponti

VISION COSTRUTTORI DI PONTI

Pubblicato su http://www.parrocchiemarrubiu.it/modules.php?modulo=mkNews&idcontent=1546

L’immagine del ponte richiama alla sua funzione: unire, collegare, permettere la comunicazione, oltrepassare gli ostacoli, innalzarsi sopra di essi, permettere di proseguire un percorso, condurre a conoscere ciò che c’è oltre gli ostacoli, favorire l’incontro superando una situazione iniziale di separazione.

Queste caratteristiche sono preziose ed importanti, e insieme con la bellezza di tante costruzioni opera dell’uomo che si ergono sulle asperità del paesaggio naturale, questa immagine diviene ispirazione per un approccio ad ogni situazione che coinvolge le relazioni umane e metodo per ricercare soluzioni costruttive ad ogni questione.

Costruttori di ponti.

Siamo diversi, per cultura, formazione, mentalità, stili di vita, opinioni.

Donne e uomini; adulti e giovani; vecchi e bambini; poveri e ricchi; bianchi, neri, gialli, rossi; di destra o di sinistra; sovranisti o europeisti; repubblicani o monarchici; democratici o sostenitori di un regime assolutista; governativi o anarchici; atei, agnostici o credenti; cattolici, ortodossi o protestanti; cristiani, ebrei, musulmani; monoteisti o politeisti; cultori delle scienze esatte o di quelle umanistiche; laureati o analfabeti; lavoratori o disoccupati; imprenditori o dipendenti; professionisti o dilettanti; idealisti o pragmatici; schiavi o liberi… 

Nessuno può negare le nostre differenze. Nessuno le può ignorare.

Lo stesso Aeropago della rete, dei social, dei nuovi media, tende ad esasperare le differenze, esaltando l’opinione, il parere, il punto di vista di ogni singolo pensante o non pensante, le fake news, gli hate speech.

La diversità diventa fazione, divisione, scontro.

La diversità fa paura, desta disagio, chiama a contrapposizione. 

Si ergono muri, si marcano distanze, ci si arrocca nei propri recinti e li si difende a qualunque costo.

La storia è colma di esempi, di pagine, di eventi che hanno mostrato, in maniera drammatica, gli sviluppi di queste dinamiche.

Eppure, la diversità non deve necessariamente portare ad una contrapposizione, ad uno scontro, ad un conflitto.

Senza negare le singole identità e le singole appartenenze (di un individuo, di una popolazione, di uno Stato), il cammino della convivenza civile, sociale e inter-multi/culturale, multietnica, multireligiosa può portare a un un’arricchimento reciproco e collettivo. 

Costruttori di ponti.

E non “identificatori di identità”. 

Quando si passa un confine è necessario dichiararsi.

C’è un passaporto, una carta d’identità, un bagaglio, qualcosa che ci appartiene e va dichiarata.

C’è chi ci deve identificare, schedare, timbrare.

Questo avviene sul confine.

E questo avviene sul confine dell’incontro.

Quando entro in contatto con una nuova persona o con una nuova situazione ho la necessità di definirla.

Ho la necessità di leggerla.

Per farlo, non posso che partire dalla mia visione, dalla mia prospettiva, dal mio punto di vista.

Sono determinato da quello che sono e da quello che sono divenuto.

Ho una cultura, un’idioma linguistico, una mentalità. 

Vedo con le “mie” lenti. Ascolto con le “mie” orecchie. Sento, percepisco, leggo, interpreto, dispongo, giudico, sviluppo in base a quello che IO SONO.

Fin qui, tutto normale.

La precomprensione è inevitabile.

A volte lo è anche il pregiudizio.

Ad una condizione: che tutto questo non mi porti ad alzare muri.

Se sono predisposto e disposto a COSTRUIRE PONTI non sarà la precomprensione a impedirlo e sarò disposto a rivedere i miei pregiudizi e riconoscere che “c’è qualcosa di diverso oltre questo ponte”. Di diverso non solo perché diverso da me. Di diverso in quanto diverso dalle mie precomprensioni, dai miei pregiudizi, da quello che avevo pensato e creduto di trovare oltre questo ponte; mi sbagliavo perché, prima dell’incontro, la mia conoscenza era incompleta e forse viziata.

Costruttori di ponti, dicevamo.

Non “identificatori di identità”.

Quando incontro l’altro, al di là del mio suddetto approccio “precomprensivo” (conoscere l’altro attraverso il mio metro di lettura) quanto pesano sul mio giudizio gli stereotipi che sono, in sé, “divisori” perché portatori di un tratto binario?

Quello che favorirà l’innalzamento di muri piuttosto che la costruzione di ponti sarà appunto questo metodo. 

Quello di chi, sul confine, più che APRIRSI all’altro, all’incontro, a una relazione tra diversi, sentirà il bisogno di definirlo, di tracciare la sua identità, di “schematizzarlo”.

Per poter, lui sì, DOMINARE quest’incontro.

Non l’accoglienza delle diversità ma il controllo delle stesse.

Un approccio simile potrebbe nascere, non tanto dalla  necessità di definire la propria identità (cosa sacrosanta anche se forse non esauribile; perché io stesso non sono “determinato” ma “in divenire”); potrebbe nascere dalla “paura del diverso”, dalla “paura dell’ignoto”, in definitiva dalla “paura dell’altro”: così ben evidente dalla necessità di “schedarlo” fra un ventaglio di stereotipi che posso controllare.

Evidentemente tale approccio potrebbe nascere proprio a causa di una insicurezza di partenza.

Se ho la necessità di “avere tutto sotto controllo” questa nasce proprio dal fatto che io stesso non ho sotto controllo quello che sono.

E riverso le mie insicurezze sulla necessità di “tenere sotto controllo” gli altri.

Divenendo non dunque un costruttore di ponti ma un “identificatore di identità”.

Se quando entro in relazione con una nuova persona sento il bisogno impellente di “identificarla” potrei dunque vivere un tale meccanismo.

“Sei di destra o di sinistra? Sei cattolico o musulmano? Sei credente o ateo? Sei etero o Lgbt? Sei un filosofo o uno scienziato? Sei un capitalista o un proletario? Sei un imprenditore o un dipendente? Sei emigrato o immigrato? Sei bianco o nero? Sei donna o uomo? Sei vecchio o giovane? Sei sportivo o sedentario? Sei grasso o magro? Sei governativo o anarchico? Sei ricco o povero?”… e via dicendo. 

L’ambizione di un costruttore di ponti è quella di incontrare ed entrare in relazione con ognuna di queste persone e di queste situazioni; di non negarne le diversità, le asperità, i conflitti; ma di cercare un punto d’incontro, una proposta, una soluzione; di indicare sempre una visione d’insieme, dei punti d’appoggio, un bene comune.

VISIONE D’INSIEME: ciò che unisce le due sponde di un percorso non sono due punti di vista diversi, opposti, parziali. Ciò che le unisce è la visione d’insieme.

Ogni problema va riconosciuto, affrontato, dibattuto, e il lavoro non è semplice, a volte ci possono essere diversità di vedute e scontri, ma per costruire un ponte, per risolvere le situazioni, c’è la necessità di far incontrare visioni panoramiche diverse.

PUNTI D’APPOGGIO: i pilastri sono necessari, fondamentali. Possono ergersi ad altezze impensabili e su asperità notevoli; vanno piantati ciascuno a partire dalle due sponde opposte. Ma la strada costruita su di essi diviene un tutto unico.

UN BENE COMUNE. È un concetto che ha valenze che vanno al di là dell’utile “materiale” (un ponte favorisce comunicazioni, scambi economici, moneta, sviluppo, prosperità) per transitare a livelli semantici uteriori: politico (non “partitico”), sociale, culturale, morale, religioso, interiore, spirituale.

Anche il concetto di “bene comune” può essere diversamente normato e sentito.

Nelle società di non molto tempo fa, ad esempio, la schiavitù era considerata accettabile e necessaria per le esigenze del “bene comune” delle realtà che su di essa si fondavano.

Se però oggi, l’idea di “bene comune” suggerisce la promozione integrale dell’esistenza di ogni essere umano sulla Terra, è evidente che abbiamo ancora molto da fare. 

Dunque, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre diversità, rendiamoci disponibili a questa fatica.

Spero di poter dare il mio contributo e costruire solidi ponti anche con persone che sono diverse da me e dal mio modo di agire e di pensare.

Se quello che conta sarà sforzarci di costruire ponti, qualcosa di buono riusciremo a fare.

Alessandro Manfridi 

visioncostruttoridiponti@gmail.com