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Costruttori di ponti

Una scuola popolare di filosofia e teologia

Officina del pensiero

di Alessandro Manfridi

Ricerca libera, conversazione aperta, pensiero che non chiede il permesso di esistere: con queste premesse parte un suggestivo spazio di confronto

18 Agosto 2026

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Cultura

don MilanieducazionefilosofiaIpaziapopoloscuolateologia

Nel 415 d.C. Ipazia di Alessandria, già direttrice della scuola neoplatonica di Alessandria d’Egitto, docente di filosofia, astronomia e matematica, scienziata brillante e consigliera del prefetto romano Oreste, viene assassinata brutalmente all’età di circa 45 anni da quelli che oggi potremmo definire dei “fondamentalisti cristiani” che non le avevano perdonato il suo scontro aperto con il patriarca Cirillo.

Alla sua figura di libera pensatrice e di genio femminile viene dedicata una bella iniziativa, ideata dalla professoressa Selene Zorzi e realizzata con Gabrielli editori, una Scuola popolare di filosofia e teologia che si svolgerà a San Pietro in Cariano (VR) da settembre prossimo a giugno 2027, con lezioni a cadenza quindicinale.

La dicitura “scuola popolare” richiama un patrimonio che ci appartiene e che va riscoperto e promosso, a partire da quello della “Scuola di Barbiana”, che con la sua “Lettera ad una professoressa” e non solo, ha segnato un’epoca storica, quella del rinnovamento dei processi educativi e della necessità che la scuola fosse raggiungibile da tutti, esploso con i movimenti studenteschi degli anni ‘60-‘70.

Oggi, in tempi di BES, di DSA, di emergenze educative e sociali, nei quali l’irruzione delle AI e i disagi del mondo giovanile nativo digitale che respira byte già in placenta e viene cresciuto a pane e smartphone, l’”educazione popolare” risulta un’illustre sconosciuta, venendo oscurata dal bombardamento di informazioni e notizie che divora chi se ne nutre al ritmo di visualizzazioni e gradimenti.

Il seme fa fatica a crescere, perché il terreno è alquanto roccioso e dà poca profondità, impedendo alle radici di mettere dimora.

La sfida posta a noi insegnanti, educatori e formatori, è dunque enorme e al tempo stesso affascinante; il compito è lo stesso che hanno assunto tanti altri prima di noi, di preziosa memoria, da Ipazia a don Milani.

Il dramma sta proprio nell’urgenza presente. In un mondo in cui la globalizzazione ha abbattuto i confini nazionali ma ha reso tutti più connessi e a tempo stesso più soli, in una società che non ha più bisogno di essere distolta a panem et circenses perché siamo costantemente galleggianti in quella pentola che rischia di cuocerci tutti come delle “rane bollite”, abbiamo bisogno come l’aria e come l’acqua di spazi di confronto e di dibattito che ci possano mettere con onestà difronte a degli interrogativi fondanti, capaci di dare strumenti per la costruzione di persone rinnovate, pronte a spendersi per il bene comune al servizio della res publica.

Quando gli apostoli si rivolgono a Gesù e gli dicono: “Tutti ti cercano” (cfr. Mc 1, 37), il loro appello nasce dalla pressione delle folle insistenti. Ma Gesù li spiazza, dicendo che bisogna spostarsi altrove.

Il bene prezioso, che le folle intuivano di aver trovato nel maestro di Nazareth, sfugge loro e le chiama ad un “mettersi in cammino” per seguirne le orme.

Potete leggere il programma in dettaglio qui, nel frattempo vi segnalo alcuni contenuti che mi sembrano rilevanti: Nulla è ovvio: le domande socratiche; Fede e ragione; La Scrittura: Come si è formata, come si legge, i generi letterari, i soggetti, la narrazione; Idee incendiarie: Gesù è il Cristo?; Gesù nella teologia della liberazione; Violenza e Sacro: René Girard e il meccanismo del capro espiatorio; Guerre di religione e violenza in nome di Dio; Religione e violenza politica oggi; Violenza e abusi nelle istituzioni religiose; Comunicazione nonviolenta; Autocoscienza, trascendenza, estasi: un lessico dell’esperienza interiore in prospettiva credente e non; – Gestire la rabbia.

I docenti della Scuola sono: Selene Zorzi, Anita Prati, Marinella Perroni, Marco Campedelli, Emanuela Prinzivalli, Hanz Gutiérrez Salazar, Andrea Grillo, Federica Tourn, Valeria Mercandino, Massimo Foladori.

Suggerisco con convinzione agli amici che si trovano a Verona e provincia e non solo, di affacciarsi a questa esperienza.

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Il cuore parla al cuore

Il cuore parla al cuore

di Alessandro Manfridi

Per Leone XIV l’insegnante di religione deve mostrarsi ai ragazzi come un uomo o una donna che cerca, pensa, vive e crede.

30 Aprile 2026

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Attualità

domandeinsegnamento religione cattolicainsegnanti di religioneLeone XIV

Dal 23 al 25 aprile si sono svolti a Roma i lavori per il 3° Meeting nazionale dei docenti di religione cattolica che segue quelli del 2005 e del 2009, dedicati rispettivamente alla preparazione del Convegno ecclesiale di Verona e all’Anno Paolino indetto da Benedetto XVI. Il titolo del Meeting – “Il cuore parla al cuore. IRC laboratorio di cultura e dialogo” – prende spunto dalle parole del Cardinale San Jonh Henry Newman.

I primi due giorni si è svolto un Convegno al quale hanno preso parte i direttori e le direttrici degli Uffici Scuola diocesani, accompagnati da due docenti di religione in rappresentanza delle diocesi, con la partecipazione straordinaria del Cardinale Matteo Zuppi Presidente CEI in dialogo con il professor Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, di S.E. Mons. Carlo Maria Polvani, Segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione e dei direttori dei Servizi per l’insegnamento della religione di alcune Conferenze Episcopali d’Europa, il dott. Fernando Moita dal Portogallo e il dott. Antonio Roura dalla Spagna.

Sabato 25 aprile oltre seimila docenti di religione provenienti da tutta Italia, a cui si sono unite delle rappresentanze di docenti di religione spagnole, portoghesi e dalla diocesi di Lugano in Svizzera, si sono riuniti nell’aula Paolo VI in Vaticano, per l’incontro con il Santo Padre Leone XIV.

Dopo la preghiera introduttiva di S. Ecc. Giuseppe Andrea Salvatore Baturi, Segretario generale della CEI, Gabriella Facondo, giornalista di TV 2000, ha condotto e presentato le varie testimonianze. Si è iniziato con la visione di un cortometraggio di 18 minuti che ha commosso tutti, “L’ora libera”, realizzato da One more production e RAI Cinema, nel quale si racconta l’arrivo in una classe di una scuola superiore del nuovo docente di religione cattolica e il suo confronto con i colleghi ed i ragazzi che considerano questo insegnamento, appunto, “un’ora libera”. Le domande di senso, la sofferenza, la rabbia, il grido di Filippo, giovane studente travolto dal dramma familiare di una madre che si sta consumando sotto i suoi occhi per una malattia terminale, si scontrano con colui che dovrebbe rappresentare un Dio che evidentemente non esiste o si disinteressa di questa tragedia. Il professore riesce ad aprire uno spiraglio nel cuore del ragazzo, dicendogli che lui ha ragione, che non ci sono risposte a queste domande, e che quel che conta è solo che continui ad esserci per sua madre. Gli racconta una sua esperienza-limite, la perdita per incidente di un fratello con il quale aveva litigato e con il quale non parlava, e come Gesù gli abbia cambiato la vita dopo una crisi profonda. Alla fine il ragazzo riesce a trovare il coraggio per avvicinarsi alla madre che egli sfuggiva per paura e senso di impotenza, e alla domanda su come sia il nuovo prof di religione, le risponde: “è un tipo un po’ strano!”

Proprio questa affermazione viene sottolineata nella sua testimonianza da Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, già insegnante di Religione e giornalista conduttore su Tv 2000 del format “Buongiorno professore”. La definizione che il ragazzo dà del nuovo professore indica che egli è stato colpito e agganciato dalle sue parole. Anche noi, come educatori, dobbiamo dare quello che abbiamo, se lo abbiamo, non ci sono altre ricette. Parliamo di quel “fuoco” che si propaga da chi lo trasmette. L’assemblea dei docenti ha poi tributato un caloroso applauso agli studenti dell’IIS De Sanctis di Roma, presenti in sala, comparse del corto girato nella loro scuola. L’idea del corto è stata di Andrea Piersanti, giornalista e consulente RAI. Le prime testimonianze che seguono la visione del cortometraggio sono quelle degli attori, tra i quali il giovane Samuele Carrino che, dopo aver interpretato il protagonista de “Il ragazzo dai pantaloni rosa” e il giovane studente de “L’ora libera”, sta ora girando tra Milano e Assisi “Il mio nome è Carlo”, il film in cui interpreta Carlo Acutis. L’attore Gabriel Montesi nel ruolo del prof di religione.

Ho avuto l’occasione di incontrare gli attori e il regista Alessandro Celli sul marciapiede difronte al colonnato del Bernini dopo l’udienza. Ho fatto i complimenti a tutti ed espresso al cineasta il desiderio che da anni mi accompagna. Spesso utilizzo a scuola alcune interpretazioni impegnate e davvero attuali dell’attore Beppe Fiorello (“L’amore che guarisce” su San Giuseppe Moscati, “L’oro di Scampia”, “L’angelo di Sarajevo”, “Sarò sempre tuo padre”), come anche il bel film su Pietro Mennea “La Freccia del Sud” di Ricky Tognazzi. Il mio utilizzo dei lavori “del grande schermo” è dunque sperimentato da decenni di esperienza di insegnamento. Da tempo, però, vorrei che qualcuno realizzasse un film sulla persona e sulla vita di don Tonino Bello che ho avuto l’occasione di conoscere di persona e che ritengo sia un testimone prezioso ed attuale per i giovani di oggi. Celli mi ha suggerito di scrivere alla produzione, cosa che farò, e al tempo stesso mi ha detto che dobbiamo promuovere questo lavoro che ci hanno presentato, l’obiettivo è che davvero la visione del cortometraggio possa entrare in tutte le nostre classi. Come lui e la produzione hanno ricordato in aula Paolo VI, dopo il gradimento già riconoscibile per i contenuti di questo cortometraggio, c’è il progetto di realizzare un film che metta in scena in maniera più completa l’esperienza di un professore di religione.

Un’altra testimonianza è stata quella dell’attrice Giusy Buscemi che, dopo aver ricevuto la fede dai suoi genitori, l’ha maturata nel percorso con il marito, scegliendo di sposarsi il 13 maggio e decidendo insieme a lui di dare come secondo nome “Maria” ai tre figli, Caterina Maria, Pietro Maria ed Elia Maria. Ricorda l’ultima sua interpretazione, quella nel film appena uscito nelle sale, “…che Dio perdona a tutti” del regista Pif, che è agnostico eppure è attirato, come altri, da questi contenuti di cui parlare. La Buscemi ci ricorda poi come i ragazzi siano colpiti dai primi secondi dei video su Tik Tok, il cosiddetto “HOOK=GANCIO” che lasciano loro un segno. E questa è stata una una verità ricordata dalle testimonianze della mattina: quel che conta per noi educatori non è dare delle risposte, ma saper proporre le giuste domande ai ragazzi (la “pedagogia della domanda”). La nostra ora deve essere lo spazio in cui facciamo entrare il mondo perché i ragazzi lo possano decodificare e avere gli strumenti per capirlo.

Dopo l’ultima testimonianza, quella della professoressa di religione Maria Raspatelli dell’ITT “Panetti-Pitagora” di Bari, vincitrice dei riconoscimenti internazionali “Global Teacher Award 2022” e “Global Education Awards 2025-26”, è giunto finalmente il momento dell’ingresso in aula di Papa Leone XIV, il quale, dopo la preghiera, ha ricordato nel discorso che la nostra missione deve essere “la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla. Esse vi impegnano, attraverso l’insegnamento, ad aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo. Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi “sente troppo” e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta”.

Dopodiché, il vescovo di Roma ha citato la nota pastorale della CEI L’insegnamento della religione cattolica: laboratorio di cultura e dialogo, la valenza culturale della materia, la ricchezza del patrimonio della Bibbia che ci rivela Gesù, Sant’Agostino e San John Henry Newman, le cui parole (ispiratrici di questo Meeting) devono guidare la nostra opera a condurre i ragazzi verso una ricerca interiore della verità presente nei loro cuori. Il Papa ci ha invitato all’importanza fondamentale della nostra testimonianza di vita e di fede – noi siamo e dobbiamo essere un mezzo per i nostri ragazzi – e, infine, ha chiuso il suo discorso citando la sua Lettera Apostolica Disegnare nuove mappe di speranza pubblicata nel LX anniversario della Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis. L’invito che Leone XIV ci ha lasciato può sintetizzarsi in queste parole: l’insegnante di religione deve mostrarsi ai ragazzi come un uomo o una donna che cerca, pensa, vive e crede.

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Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono

Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono

Pregare per i presbiteri in crisi, ma chiedersi anche perché soffrono

di Alessandro Manfridi

Non è che certi abusi del ministero non sono accidenti legati alla soggettività dei singoli preti, ma conseguenze della struttura moderna del presbitero?

27 Aprile 2026

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Teologia

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  • fotografia di Nazim Coskun su Unsplash

C’è una frase preziosa che ogni credente dovrebbe far sua, attribuita a Sant’Ignazio di Loyola: “Nella vita bisogna pregare come se tutto dipendesse da Dio e bisogna agire come se tutto dipendesse da noi”. L’insegnamento è chiaro: chi non prega, ritiene di far tutto da solo, mentre invece innumerevoli sono le situazioni nella vita e le variabili negli avvenimenti che sfuggono totalmente al nostro controllo. Chi, viceversa, prega ma non agisce, si deresponsabilizza in maniera pericolosa, attribuendo ora a Dio ora al “Principe di questo mondo” le cause della riuscita o della non riuscita delle situazioni per le quali prega. Insomma, preghiera ed azione devono essere vissute entrambe, manifestando al contempo la consapevolezza dell’importanza sia della fede che si “abbandona” (cfr Sal 131), sia della maturità di chi si riconosce responsabile in prima persona di ogni sua azione (cfr. Gn 1, 28; 2,15). Don Tonino Bello aveva coniato il bel neologismo, affermando che ognuno di noi deve essere un “contemplattivo”.

Ringraziamo dunque Papa Leone XIV per aver chiesto a tutti i credenti della Chiesa di unirsi in preghiera in questo mese di aprile 2026 secondo questa intenzione diffusa sulla
Rete Mondiale di Preghiera del Papa “Preghiamo per i sacerdoti in crisi“:

Signore Gesù,
Buon Pastore e compagno di cammino,
oggi mettiamo nelle tue mani tutti i sacerdoti,
specialmente coloro che attraversano momenti di crisi,
quando la solitudine pesa, i dubbi oscurano il cuore
e la stanchezza sembra più forte della speranza.
Tu che conosci le loro lotte e le loro ferite,
rinnova in loro la certezza del tuo amore incondizionato.
Fa’ che sentano di non essere funzionari né eroi solitari,
ma figli amati, discepoli umili e cari,
e pastori sostenuti dalla preghiera del loro popolo.
Padre buono,
insegnaci, come comunità, a prenderci cura dei nostri presbiteri:
ad ascoltarli senza giudicare,
a ringraziare senza esigere perfezione,
a condividere con loro la missione battesimale
di annunciare il Regno con gesti e parole,
e ad accompagnarli con vicinanza e preghiera sincera.
Fa’ che sappiamo sostenere coloro che tante volte sostengono noi.
Spirito Santo,
ravviva nei nostri sacerdoti la gioia del Vangelo.
Concedi loro amicizie sane, reti di sostegno fraterno,
senso dell’umorismo quando le cose non vanno come speravano,
e la grazia di riscoprire sempre la bellezza della loro vocazione.
Che non perdano mai la fiducia in Te,
né la gioia di servire la tua Chiesa con cuore umile e generoso.
Amen

Molto significativa anche la meditazione proposta da Mons. Erio Castelluccci al clero delle diocesi di Modena-Nonantola e di Carpi prima della Messa Crismale, dedicata proprio quest’anno alla crisi dei presbiteri. Il Vescovo inizia individuando tre grandi cause che provocano disagio nei presbiteri: la sproporzione tra le energie spese e i risultati ottenuti nel ministero, il sovraccarico delle strutture, il fenomeno degli abusi presbiterali che è una grave ferita nel corpo ecclesiale. Poi contestualizza queste situazioni in quelle di una società nella quale siamo inseriti che vive tutta una serie di crisi profonde; le crisi presbiterali dovrebbero essere ri-dimensionate, proprio perché comprese in un contesto in cui la Chiesa vive delle sue crisi e al tempo stesso la società stessa è permeata da varie crisi. Infine, indica quattro passi necessari per affrontare le crisi presbiterali: vivere amicizie significative, chiedere aiuto nelle difficoltà, individuare le vere cause della crisi, frequentare gli ultimi.

Come credenti vogliamo raccogliere l’invito e unirci alla preghiera di Papa Leone XIV, così come ringraziare Mons. Castellucci per i suoi spunti. Al tempo stesso proponiamo anche noi una serie di riflessioni. Sulla scorta del rinnovato dibattito che ha nuovamente posto la domanda sulla possibilità di ripensare la legge che rende obbligatorio il celibato per i presbiteri nella Chiesa Cattolica di tradizione latina.

Potrebbe non essere un caso se i presbiteri latini si sentono “funzionari od eroi solitari”? Non dovrebbero sentirsi tali. Eppure è questo che viene chiesto loro. Amministrare i beni ecclesiastici, le parrocchie, gli oratori, le case, le varie strutture. A un parroco viene chiesto annualmente di rendere conto dei bilanci, e di firmare come rappresentante legale i vari contratti nella gestione di oratori e altre strutture. Come invece gestisca “le anime” dei fedeli (“cura animarum“) è un aspetto legalmente non rilevante e formalmente facoltativo. La teologia dell’Alter Christus ha condannato i presbiteri latini a una inevitabile solitudine, quella propria “dell’uomo solo al comando” che li rende agli occhi dei fedeli degli “eroi solitari”.

Se i presbiteri dunque vivono momenti di crisi, solitudine che pesa, dubbi che oscurano il cuore e la stanchezza che spegne ogni anelito, può darsi che le ragioni non siano solo da individuare negli sforzi che non corrispondono ai risultati, quanto in una legge che chiede loro di rinunciare ad una famiglia umana per vivere come “uomini soli al comando”, senza la fatica di un confronto fondante né con una moglie e dei figli, né con una comunità fraterna di credenti che viene invece gestita come quella di “sottoposti”: i laici sono “il gregge”. Il presbitero è “il pastore”.

Di conseguenza, le dinamiche del “clericalismo”, del “super-ego”, del “narcisismo”, della conduzione solitaria, dell’autoreferenzialità, potrebbero non dover essere liquidate come semplici “deviazioni” dell’autentico spirito del ministero, esattamente perché sono dinamiche e sviluppi determinati proprio dalle premesse  sulle quali il presbiterato è proposto e fondato.

In effetti, in merito agli abusi, Lungi dai casi di rilevanza penale – quali quelli della pedofilia o quelli legati ad appropriazioni indebite di fondi e di beni ecclesiastici – la “tentazione” di maltrattare i laici e di compiere vari abusi di potere che si manifestano in un ventaglio di varie scelte, azioni, comportamenti, atteggiamenti, è purtroppo non solo non rara, quanto anche poco sanzionata e contenuta, proprio a motivo del “potere” che è affidato all’”uomo solo al comando”. “Qui il parroco sono io e si fa come dico io”. Non è abuso di un presbitero tridentino. È condizione di un ministro che ha l’incipit di un “Alter Christus”. Dunque, un suo diritto.

Ma, come già detto, solo la verità ci farà liberi. Posto che sono tanti i presbiteri sani che si sforzano, con fatica, di vivere il proprio ministero: bisognerebbe chiedersi quanto delle loro crisi sia circostanza fisiologica di un ciclo vitale; e quanto invece sia conseguenza inevitabile della stessa impostazione con la quale il ministero viene delineato. Detto diversamente: se son sposato, dovrò rendere conto e condividere gioie e dolori con i coniugi e i figli, affrontando situazioni o periodi di eventuali crisi coniugali o genitoriali; se sono obbligato al celibato perpetuo per mantenere il ministero e al tempo stesso obbligato ad amministrare beni ecclesiastici piuttosto che “beni evangelici” non potrò evitare la solitudine dell’”uomo solo al comando” e dovrò subire la sofferenza di chi viene privato per legge della possibilità della realizzazione affettiva di una unione matrimoniale, pena la sospensione del ministero.

A quanti poi individuino in queste circostanze le cause reali delle loro sofferenze, sta la responsabilità nelle scelte da operare: lasciare il ministero per poter rispondere ad una vocazione affettiva matrimoniale, o rimanere nel ministero, affrontando sofferenze destinate a riproporsi, non potendone eliminare la causa.

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Pandemia, nostra maestra?

Pandemia, nostra maestra?

di Alessandro Manfridi

Nell’anniversario della chiusura di tutta l’Italia per la pandemia da Covid, è forse necessario riflettere ancora una volta su quale lezione ci abbia lasciato…

Marzo 2026

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Attualità

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L’inno di Mameli suonato da due chitarre in motivo quasi rock da una terrazza che si affaccia su una piazza Navona deserta. È una delle immagini più iconiche di quei tre mesi vissuti in  lockdown nel marzo-maggio 2020. Insieme con le riprese di Papa Francesco che si presenta su una piazza San Pietro vuota per pregare con i fedeli collegati in mondovisione.  Abbiamo vissuto un’esperienza surreale, reclusi ciascuno nella propria abitazione, alcuni di noi separati a forza e lontani dalle proprie famiglie per mesi, seguendo regole ferree quali mascherine, distanze di sicurezza, sanificazione, uscita di casa solo per comprare medicinali e cibo, vaccinazione con farmaci forse non sufficientemente testati, indotta e forzata dalle circostanze. Bollettini statistici quotidiani sulle vittime. L’Italia è risultata l’ottava nazione al mondo per decessi, con oltre 196 mila vittime, su oltre sette milioni di morti nel mondo.

Ma quella che fu ricordata come una “nemica” contro cui “andare in guerra” (a proposito di linguaggio militare) deve, a mio parere, essere riletta come una esperienza limite che avrebbe potuto renderci migliori. Sapete come chiamava San Giovanni Crisostomo il diavolo? “Il santificatore”! Perché, dove lui agisce, si aprono due prospettive opposte: o favorirlo (ecco tutte le dinamiche spirituali legate al male: superbia, orgoglio, egoismo, arrivismo, delitti in parole, opere e omissioni attuati per la conquista del “potere”) o combatterlo (e questo, sì, santifica chi gli si oppone). Ogni esperienza, per quante prove e quante sofferenze possa provocare, deve poter essere vissuta con pazienza e come un’occasione per crescere e produrre dei frutti – come insegna la parabola della vite, nella quale l’operazione dolorosa della potatura comporta il risultato positivo di aumentarne i frutti (cfr. Gv 15, 1-8).

Del magistero di papa Francesco segnalo soprattutto le parole dell’udienza del 26 agosto 2020 che invito caldamente a rileggere: “Noi stiamo vivendo una crisi. La pandemia ci ha messo tutti in crisi. Ma ricordatevi: da una crisi non si può uscire uguali, o usciamo migliori, o usciamo peggiori. Questa è la nostra opzione”.

Non è difficile accorgersi che, invece, dopo i mesi di sospensione, di speranza (“andrà tutto bene!” – era la parola d’ordine che girava nel Paese, insieme con l’invito a esporre sui balconi una bandiera italiana per certificare la solidarietà di intenti che univa tutti i cittadini), di attesa e infine di lenta uscita dal dramma vissuto, siamo entrati in due conflitti armati – in Ucraina e a Gaza – che hanno coinvolto il nostro sentito e le nostre coscienze. Per quattro anni abbiamo chiesto invano che le vie della diplomazia potessero essere ripercorse rispetto a quelle delle armi. Oggi, però, le vicende internazionali ci spingono verso un nuovo paradigma che non è più quello disegnato da chi vide nell’ONU una alternativa alla pazzia che portò a due conflitti mondiali. Con evidenza, la proposta che vede nell’investimento nelle armi la soluzione a qualsiasi supposta minaccia bellica sta entrando come una nuova e più vorace “pandemia” che costringe a povertà e miseria intere popolazioni: da quelle del “Sud del mondo” al quelle delle nostre società occidentali.

È sotto gli occhi di tutti che gli Obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU hanno subito un brusca frenata da queste vicende. I costi degli armamenti sono raddoppiati in questi anni ed essi richiedono tagli alle spese su alimentazione, sanità, istruzione, welfare state, ricerca e formazione. Non è un mistero che dalla pandemia in poi la forbice tra la ricchezza di poche migliaia di miliardari e la sussistenza del resto degli otto miliardi di abitanti della Terra si sia drammaticamente allargata: ci sono miliardari che non sanno più come impiegare i loro soldi al punto di decidere di costruire vettori che li portino a fare una passeggiata nello spazio (mentre un quarto dell’umanità muore di fame e non ha accesso all’acqua potabile!). Certo, queste derive non sono nuove nella storia dell’uomo, ma oggi più che mai non possiamo permetterci di imboccare strade di non ritorno.

Torniamo a quei mesi in pandemia. Cosa ci ha insegnato quell’esperienza?

Intanto ci ha fatto vivere quasi all’unisono, con un senso di profonda solidarietà fra tutti noi che vivevamo sospesi in quell’esperienza drammatica e le vittime con le loro famiglie, i contagiati, gli “eroi” di quella stagione, gli operatori sanitari. Data l’iniziale impreparazione in cui si era trovato il Sistema Sanitario Nazionale (al punto di dover drammaticamente scegliere tra i contagiati delle prime settimane chi attaccare alle macchine salvavita e chi no), il primo insegnamento è quello legato agli investimenti nel settore della sanità pubblica, affinché possa divenire sempre più capillare, diffusa, efficiente e preventiva, in termini di strutture, di assunzioni e di formazione.

Altra esperienza incredibile è stato il fatto che nei tre mesi di lockdown la natura si è riappropriata di spazi perduti. L’arrivo in città di cinghiali, daini e altri animali lo certificava. Ma, soprattutto, i satelliti hanno registrato livelli di pulizia dell’atmosfera e dei bacini idrici mai visti dall’epoca della prima rivoluzione industriale ad oggi! La denuncia e le indicazioni che vengono fornite dalla Laudato si’, ben rappresentata dal docufilm TheLetter.org,  insieme alle statistiche che ci parlano della scomparsa del 70% della biodiversità, del continuo anticipo dell’Overshot day, dell’innalzamemto  delle temperature e dei fenomeni climatici estremi dovrebbe suggerire ai governi mondiali di imporre per tre mesi l’anno la sospensione di tutte le emissioni di anidride carbonica dovute alle industrie e ai trasporti marittimi, aerei e terrestri . anche perché le stesse immissioni dei cacciabombardieri sono impattanti, insieme con il famigerato uso delle armi all’uranio impoverito e al fosforo, che contaminano i terreni dove sono sganciate, a Gaza, in Ucraina e non solo.

Altra esperienza particolare è stata quella della didattica a distanza e dello smart working. Sicuramente la didattica a distanza e quella mista non hanno le possibilità di efficacia di  quella  in presenza. Altro è avere gli studenti dietro una telecamera, altro è il colpo d’occhio su coloro che sono in presenza, potendone leggere la prossemica, il linguaggio del corpo, l’attenzione o meno e potendo interagire in maniera diretta e non mediata. Però, anche la distanza ha le sue possibilità, innanzitutto nell’utilizzo di tutti quegli strumenti che in classe sono oggi gestibili nelle LIM di ultima generazione, ma che devono poter essere fruibili allo studente nei device a sua disposizione in famiglia (links, video, portali didattici, lavagne interattive, strumenti di registrazione, scrittura, calcolo, disegno). Se, dunque, la didattica in presenza è quella principale, tutti gli strumenti che oggi sono gestibili online a distanza e che sono utili alla didattica e allo studio devono poter essere utilizzati e potenziati. Forse questi campi sono oggi meglio sfruttati dal panorama delle Università, piuttosto che da quello dei cicli di istruzione precedenti. Inoltre, le aziende che permettono il lavoro in smart working producono evidenti benefici non solo sulla qualità della vita dei loro impiegati, ma anche sulle minori emissioni di co² dovute al non utilizzo dei trasporti pubblici o privati.

Chiudo queste riflessioni con due vicende personali.

Il lockdown ha spinto un’ esperienza di volontariato locale parrocchiale – quella di una scuola gratuita di insegnamento di italiano L2 per gli stranieri – a divenire una scuola davvero “internazionale”. In questi anni le lezioni della scuola, passata da quelle in sola presenza a quelle a distanza, hanno accolto tra i suoi studenti persone collegate da tutta Italia, e poi da Ucraina, Siria, Libano, Venezuela, Ecuador, Argentina, Brasile, Panama, Russia, Bielorussia, Germania, Francia, Inghilterra. Senza quella “costrizione” alla didattica a distanza, forse questo non sarebbe avvenuto.

Infine, è grazie al lockdown e ai miei studenti – a cui ho voluto dedicare sei lezioni con tre articoli in chiave biblica e tre su alcune figure di santi (pubblicati online in quei mesi) – che è nata la mia passione per la scrittura e ho scoperto questo strumento di divulgazione, educazione e sensibilizzazione a tematiche sociali, culturali e religiose che sento oggi più che mai urgenti e preziose. Anche di questo ringrazio l’esperienza della pandemia per le occasioni che ha generato e per quelle lezioni che, spero, ognuno di noi possa raccogliere…

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A solidao dos filhos mais velhos

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La solitudine dei figli maggiori

La solitudine dei figli maggiori

di Alessandro Manfridi

Il recente dibattito sulla questione del celibato deve farci considerare quella che qui analizziamo come “la solitudine dei figli maggiori”…

Marzo 2026

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Teologia

autoritàfamigliafedelta’giustiziamisericordiasan Francescosolitudine

Da domenica 22 febbraio a domenica 22 marzo 2026, per commemorare gli 800 anni del transito di San Francesco d’Assisi, per la prima volta nella storia, i Frati Minori hanno organizzato una prima ostensione pubblica delle spoglie mortali del patrono d’Italia. La sua figura, da sempre celebrata e ammirata nel mondo intero, ispiratrice del dialogo tra le religioni voluto da Giovanni Paolo II e del nome e del ministero di papa Francesco, con questo centenario è al centro di celebrazioni, iniziative e pubblicazioni varie.

“Francesco d’Assisi? Non riesco a comprendere come possa essere additato a modello di vita cristiana un uomo che ha abbandonato e rinnegato suo padre, sua madre e la sua famiglia!” – questa la considerazione, sofferta, di una madre di famiglia. Se è vero che nei Vangeli Gesù stesso invita a lasciare la propria famiglia di origine per le esigenze del Regno di Dio (cfr. Lc 14, 25-27), è anche vero che questo passo non deve intendersi come rivolto esclusivamente a coloro che fanno una scelta di speciale consacrazione, assumendo voti di castità o promesse di celibato e rinunciando a costituire una propria famiglia. Questo passo deve essere inteso come rivolto a tutti, con un invito ad una priorità nella sequela di Dio, alla quale devono essere subordinati anche gli affetti più cari.

Il ragionamento su un Francesco “traditore degli affetti più cari e trasgressore del comandamento che invita ad onorare il padre e la madre” ci invita ad un ascolto del punto di vista opposto a quello che siamo soliti assumere. A ben vedere le stesse parabole, se siamo attenti, si prestano a dar voce a questi punti di vista “altri”. Così, pare condivisa da molti la perplessità degli operai della prima ora che sono pagati come quelli dell’ultima (cfr. Mt 20, 1-16). Don Tonino Bello commentava con sofferenza l’egoismo pragmatico delle vergini sagge, risolute nel non condividere il proprio olio con le vergini stolte (cfr. Mt 25, 1-13). E cosa dire dell’approvazione di Gesù nei confronti della scaltrezza dell’amministratore disonesto? (cfr. Lc 16, 1-8).

Una tra le parabole più conosciute è la parabola finale delle tre parabole “della misericordia” narrate nel capitolo 15 del Vangelo di Luca. Già nella proposta del titolo i commentatori spostano i riflettori sui vari attori definendola “parabola del figliol prodigo”, “parabola del padre misericordioso”, “parabola dei due fratelli”. L’attenzione è dunque in primis sul figlio minore, poi sull’atteggiamento accogliente del padre, infine sullo sdegno del figlio maggiore. Anche nell’iconografia viene tradizionalmente rappresentato l’abbraccio tra il padre e il figlio minore; il fratello non viene rappresentato. Celeberrimo il dipinto di Rembrandt, dove le mani del padre sulle spalle del figlio hanno le fattezze di una mano maschile e di una mano femminile: a significare i sentimenti di paternità protettiva e al tempo stesso di amore materno viscerale che sono riportate nelle pagine bibliche del Dio che si rivela, al tempo stesso, con le caratteristiche di un Padre e di una Madre.

Quali sono i sentimenti del figlio maggiore, scaturiti dal suo dialogo con il padre? Sconcerto, amarezza, rabbia, sdegno, forse invidia. Tutti noi, ascoltatori della parabola e spettatori degli atti che il racconto mette in scena, ci sentiamo portati a parteggiare per il padre e per il suo atteggiamento accogliente nei confronti del figlio minore e critichiamo la reazione del figlio maggiore. Nella risposta del padre è per noi scritta la “sentenza” che caliamo sul figlio maggiore: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo!”. Ecco! Non è vero che il padre non ha mai concesso un capretto al figlio maggiore per fare festa con i propri amici! È il figlio maggiore che non ha mai ritenuto di chiedere al padre quello che il padre gli avrebbe concesso senza indugio, come d’altronde aveva fatto verso il figlio minore!

Mettiamoci ora nei panni del figlio maggiore. Egli non è mosso da un sentimento oscuro di invidia nei confronti del fratello; è invece percorso da un grido profondo che reclama giustizia. Egli ha sempre seguito le regole, è stato ligio ai suoi doveri, ha sempre reso al padre quel rispetto che la legge richiede. Ora che il fratello, dopo essersi divertito e aver dilapidato il patrimonio che gli spettava, è tornato, questi è stato accolto con una grande festa. Ma la ferita più grande che il figlio maggiore subisce non è tanto verso una ingiustizia che egli sente di aver subito; quanto è quella di non sentirsi compreso da quel padre che egli ha sempre rispettato. Quello che lo devasta non è dunque lo sconcerto, non è lo smarrimento, non è neppure la sofferenza che egli dimostra con la sua ribellione piena di amarezza; è, sicuramente, il suo senso di profonda solitudine che lo travolge.

La parabola dunque, oltre a raccontarci la traiettoria da una vita dissoluta ad una nuova opportunità di rinascita per il figliol prodigo; oltre a raccontarci le caratteristiche misericordiose di un padre che assume i tratti degli stessi sentimenti e atteggiamenti che sono quelli del Padre di cui ci parla Gesù; ci racconta anche il dramma del figlio maggiore che si sente incompreso e tradito da parte del padre. La solitudine del figlio maggiore.

Facciamo un’attualizzazione a partire dal dibattito che è stato ravvivato dalla scelta del “prete influencer”, don Alberto Ravagnani, di lasciare il ministero. Coloro che, come lui, preti, consacrati, monaci e suore abbiano scelto di “dismettere l’abito” non necessariamente sono paragonabili alla figura del figliol prodigo, per tanti motivi. I

Il primo è che difficilmente, forse solo in rarissimi casi, chi lascia se ne va con “la cassa” dei conti bancari. La cosa potrebbe accadere solo a qualche superiore di qualche istituto che abbia in effetti accesso a conti milionari. In alcuni casi chi lascia ha la possibilità di garantirsi il pane, o grazie a sue pregresse risorse economiche, o grazie all’appoggio della sua famiglia di origine o di quella che si va a costituire, o grazie ad una attività lavorativa già in essere o che parte al momento del passaggio da uno stato di vita ad un altro. In moltissimi casi invece chi lascia si trova a vivere anni di precarietà, perché a 40, 50 o 60 anni deve industriarsi nel mercato del lavoro e reinventarsi, non essendo i suoi cinque o sette anni di studi universitari in teologia spendibili nel panorama lavorativo italiano, ad eccezione dell’eventualità di essere accolto come insegnante di religione cattolica nelle scuole statali. Altro motivo che non allinea tali persone alla figura del figliol prodigo: il “ritorno alla casa del padre” non deve essere inteso come richiesta di rientrare nel ministero (casi rarissimi) o calcolo interessato o come pentimento per un male prodotto. Si tratta, piuttosto, di richieste ad essere riconosciuti come figli appartenenti all’unica famiglia di origine, quella della comunità ecclesiale.

È qui che entra in campo la sofferenza e il dramma dei figli maggiori. Questi sono quegli ex “confratelli” o ex “consorelle” che sono rimasti, fedeli, nel ministero loro affidato. E che vivono il disagio, la sofferenza, il rifiuto verso una possibile accoglienza dei “figli minori” che vorrebbero essere riconosciuti e accolti nuovamente in famiglia. Queste persone, vivono, dunque, la SOLITUDINE DEI FIGLI MAGGIORI.

Perché il dibattito sulla possibilità di abolire l’obbligatorietà del celibato, su quello del rivedere il sistema di rinnovamento delle promesse dello stesso, ogni giovedì Santo durante la solenne messa crismale o quello di ripensare i “voti perpetui” dei consacrati, monaci o suore, dando loro la possibilità di “uscire dai ranghi” senza restare per la strada rischiando la fame, vengono vissuti con sofferenza e smarrimento da parte dei “figli maggiori”?

“Si è sempre fatto così, perché bisogna cambiare?” “Io ho sofferto, mi sono adeguato alla legge, mi son dovuto “reprimere” e controllare, ho rinunciato a costituirmi una famiglia con coniuge e figli… perché chi vuole fare questa scelta dovrebbe essere riammesso in famiglia?” In effetti, nelle statistiche, non è il clero celibe a chiedere il ripensamento del celibato.

Qual è il dilemma del padre? Può rischiare di perdere o vedere allontanarsi o non avere più il riscontro del rispetto, dell’obbedienza, da parte dei suoi “figli maggiori”? Non può correre questo rischio. Per questo coloro che hanno la responsabilità delle diocesi o degli Istituti religiosi (vescovi, Padri superiori o  Madri superiore) non possono permettersi di “riaccogliere nel gregge” a braccia spalancate coloro che hanno fatto la scelta di lasciare il ministero.

Tanto più, è difficile per loro spendersi senza riserve per trovare dei percorsi lavorativi che permettano a chi lascia (e alle loro famiglie) di vivere in maniera dignitosa. Se dovessero far questo, potrebbero rischiare non solo la ribellione ma anche l’emulazione dei “figli maggiori”, tentati, a questo punto, di imitare le scelte di chi ha lasciato.

Chiudiamo questa nostra riflessione passando dalla considerazione di una solitudine “psicologica”, quella dei figli maggiori che si sentono traditi dai padri, ad una solitudine effettiva. C’è una vignetta celeberrima, intitolata “la solitudine del prete”, dove viene illustrato un ministro che viene tirato per la tonaca da tutte le parti, per l’impegno di una miriade di attività parrocchiali che lo terrebbero sempre occupato. La vignetta, che vorrebbe suggerire l’idea che il prete non è mai solo, perché sempre circondato da persone nei suoi vari impegni, non può negare quella che è invece la realtà.

Questa solitudine, ad una attenta analisi, non è solo quella della rinuncia ad una famiglia. Ha anche, non raramente, altri livelli. Può divenire una solitudine affettiva, perché l’impegno a non legarsi a nulla e a nessuno può inaridire chi porta avanti questo sforzo negando e sopprimendo ogni tipo di sentimento. Può essere una solitudine di classe, quando a volte il rapporto con i “confratelli” o con le “consorelle” si dovesse rivelare superficiale e non veramente fraterno. È, senza dubbio, in maniera radicale, una solitudine sistemica ed inevitabile, quando l’impostazione delle comunità non è quella di una condivisione responsabile di tutti i suoi membri, pur nella varietà e nell’articolazione dei compiti e dei ministeri, ma è, fondamentalmente, quella di “un uomo solo al comando” dal quale, di fatto, dipende l’ultima parola e la decisione finale su tutta la gestione delle linee e delle attività comunitarie.

Questa solitudine cronica è naturalmente in proporzione esponenziale sempre più ampia e pesante, man mano che si sale nella scala gerarchica e nelle responsabilità connesse ai ruoli ed è naturalmente umanamente dolorosa e va affrontata non solo con le motivazioni spirituali, quelle legate alla vocazione, al mandato, alla missione, al servizio; anche l’apporto delle scienze umane può essere di aiuto, dando supporto psicologico e gli strumenti per riconsiderare e rifondare le motivazioni di partenza che possono risultare non più sufficienti a reggere il peso di questa solitudine. Così, un padre spirituale di un Seminario Maggiore teologico italiano, affermava ai candidati agli Ordini Sacri: “Ragazzi, non c’è solitudine più grande, rispetto a quella che possa sperimentare un prete, che la solitudine che vivono i vescovi!”

Se la “carriera ecclesiastica” fosse fonte di potere e di ricchezze come può avvenire per il CEO di una grande Società, non ci sarebbe da stupirsi per il gradimento che questa riscuote. Ma se parliamo di servizio e di peso delle responsabilità, è logico che la solitudine di chi è più in alto è incolmabile rispetto a quella di chi è nei gradini precedenti (cfr Mc 10, 43-44; Mt 20, 26-28).

Rispettiamo dunque e accompagniamo chi vive queste solitudini.

E non stupiamoci neanche della “solitudine dei figli maggiori”.

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Vocazione, quella conversione costante

Vocazione, quella conversione costante.

di Alessandro Manfridi

Il tempo di Quaresima ci ricorda che il “mestiere” della vita come “vocazione” richiede una continua “conversione” e non la “routine” tipica di un lavoro ordinario…

23 Febbraio 2026

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Teologia

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L’immagine plastica di San Paolo (Saulo) caduto da cavallo, riprodotta da Caravaggio e conservata nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, ci presenta l’episodio celebrato nel calendario come quello della sua “Conversione” (cfr. At 9,1-19, At 22,6-11, At 26,12-18). In realtà, il nostro professore di esegesi biblica neotestamentaria ci invitava a notare come sia improprio, in questo caso, parlare di “conversione”. Sarebbe molto più esatto parlare di “vocazione”.

Se per conversione, infatti, si intende il passaggio da una ignoranza della fede all’accoglienza della stessa, nulla è più sbagliato se riferito a colui che sarebbe diventato “l’Apostolo delle genti”. Paolo è tutt’altro di quello che si può definire un “ignorante nella fede”, come egli ben riassume nella sua difesa dinanzi alle accuse che gli muovono i suoi avversari:

Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (cfr. Fil 3, 4-6).

Paolo è un credente, zelante, difensore della fede dei padri nei confronti di questa nuova “setta”, che egli perseguita. Sulla via di Damasco il Signore lo chiama, in maniera potente, facendo “violenza” su di lui. “Conversione”, traduzione italiana della parola greca “metànoia”, significa “cambiamento di prospettiva”, significa “mettere a fuoco”, “centrare” ciò che era “fuori mira”, come Gesù sintetizza nel suo primo annuncio:

Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è qui. Convertitevi e credete al Vangelo” (cfr. Mc 1, 14-15).

A questo punto vogliamo raccogliere una considerazione di Roberto Beretta:

Vocazione? Sarebbe ora di finirla con la retorica della vocazione sacerdotale e religiosa come “chiamata di Dio”. Si dica semplicemente che è un impegno, un servizio che alcuni – dopo averlo sperimentato e avendone magari le doti – accettano di assumersi. Come si fa in tanti altri mestieri” (Post.it su VinoNuovo, 2 febbraio 2026).

E proporre qualche osservazione.

Nei cammini di formazione alla vita consacrata e al sacerdozio sacramentale non avviene una “sperimentazione” del ministero, che sarà invece assunto al termine di questi iter. In questo senso, l’”apprendistato” non è quello che si svolge “sul campo”, come può avvenire per altri “mestieri”. I seminaristi e gli altri candidati, è vero, fanno alcune esperienze propedeutiche di servizio in varie realtà, ecclesiali e sociali (fra tutte le parrocchie e gli oratori), ma le stesse sono solo un “assaggio” del ministero che un giorno verrà assunto.

Certamente, le “doti” delle quali si parla sono tutte quelle qualità umane, relazionali e proprie di chi si forma al ministero (spiritualità, studi filosofici e teologici, vita di preghiera, competenze pastorali). Ma il punto di partenza è proprio il discernimento che i formatori operano sulle motivazioni di ingresso che hanno portato i candidati ad intraprendere questi percorsi. E a quella che ciascuno ritiene sia stata la propria “vocazione”. Così – e questo è il bello – c’è qualcuno che entra “senza vocazione” (o meglio con motivazioni che sono considerate non sufficienti né fondanti) ma che, misurandosi con le esigenze che una simile “chiamata” richiede, le assumono, arrivando fino in fondo.

Ognuno ha una storia diversa dall’altro: chi è entrato in Seminario in prima media perché gli piaceva poter giocare a pallone ogni giorno sul campo di calcio; chi ha deciso di lasciare la futura sposa perché “qualcuno” gli ha capovolto i programmi di vita. “Vocazione”, in questi contesti specifici, non significa “passione per il proprio lavoro”, significato assunto dal linguaggio corrente ed esteso a qualsiasi esperienza lavorativa vissuta con convinzione e dedizione. Significa e suggerisce, propriamente, la chiamata ad andare a lavorare in questa vigna mentre il “chiamato” aveva tutt’altri progetti.

In questo senso quello che afferma Roberto è opinabile. Se vivere un ministero può essere “un mestiere” per alcuni, per altri è una esperienza nata da una “chiamata” personale, non riscontrabile nei propri originali progetti di vita.

I racconti biblici sono ricchi di insegnamenti su queste dinamiche. La prima: Dio si serve di uomini e di donne per portare avanti i suoi disegni. Senza questa collaborazione, Egli sarebbe “impotente”. La seconda: la “chiamata” è, sì, un momento iniziale, che si manifesta a volte come una vera e propria frattura tra una vita “precedente” e quella “seguente” la missione ricevuta. Ma, una volta accolto l’invito, la vita stessa assume una dinamica “vocazionale”: il Signore si manifesta, attraverso i suoi segni e le sue Parole, e colui che lo segue è condotto a ridisegnare continuamente il suo percorso; in qualche modo, inizia sempre in maniera nuova lo stesso, proprio come il bambino o il discepolo di cui ci suggeriscono le Scritture (cfr. Sal 131, Fil 3, 13-14).

Abramo lascia ogni cosa perché crede ad una voce che egli ha udito; rischia di perdere Sarai in Egitto; concepisce Ismaele dalla schiava della moglie; riconosce il Signore alle querce di Mamre; caccia il primo figlio nel deserto e con la morte nel cuore sarà chiamato a sacrificare il secondo. Mosè si stava costruendo una vita nuova, serena, onesta e senza pretese, una moglie e due figli in Madian, quando JHWH lo chiamerà, lui, un balbuziente, per liberare dal faraone e portare Israele alla Terra promessa, nella quale non entrerà. Simon Pietro era un pescatore di pesci e anche dopo la morte di Gesù tornerà a farlo, prima che la nuova apparizione del Risorto lo porti a farsi “pescatore di uomini” (cfr. Mt 4, 18-19, Gv 21, 1-22).

Ogni storia dei personaggi biblici ci presenta uomini e donne la cui vita è stata segnata potentemente dall’incontro con il Signore e dalla sua chiamata a mettersi a disposizione dei suoi disegni: Giacobbe, Giuseppe, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Elisabetta, Giuseppe e Maria, Giovanni il Battista, Sara, Rachele, Tamar, Giuditta, Ruth, Betzabea, Ester, Maddalena, i 12, Barnaba, Stefano, Filippo, Aquila e Priscilla… ho voluto elencarli come invito a rivisitare le loro storie.

Da questo punto di vista, a ben vedere, ogni “vocazione”, ogni vita dunque vissuta con un atteggiamento di ascolto verso Colui che ci ama, che si manifesta a noi con gesti e parole e che ci chiama a lavorare nel mondo come testimoni del Vangelo, è al tempo stesso una vita in continua “metànoia”, perché bisogna convertirsi quotidianamente, bisogna mettere al centro continuamente quelli che sono i “suoi” disegni e non i nostri.

Le vicende di tutti i personaggi sopra ricordati ce lo insegnano. Ma, tra i tanti, ci piace ricordare una delle “conversioni” di Paolo. Ad Atene, centro del mondo culturale dell’epoca, egli si era preparato con cura meticolosa il suo discorso, davvero magistrale, pronunciato all’ Areòpago (cfr. At, 34, 16-32). Risultato? Un fiasco quasi totale. Da quell’esperienza, la sua rinnovata conversione: egli capisce e afferma che al centro della nostra testimonianza non dobbiamo portare noi stessi e i nostri “sapienti discorsi”, ma solo l’annuncio di Cristo, e questi Crocifisso (cfr. 1Cor 2, 1-5).

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Celibato: quella scelta non scelta

Celibato: quella scelta non scelta.

di Alessandro Manfridi

La rinuncia al ministero da parte di don Alberto Ravagnani ci invita ad alcune riflessioni sul problema di fondo legato alla chiamata di Dio

Febbraio 2026

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Teologia

celibatodiscernimentoordinesacramentoseminariotradimentovocazione

La Bibbia ci presenta molteplici uomini e donne che fanno l’esperienza dell’incontro con Dio e sono da lui chiamati a svolgere una missione.

La vocazione nella Bibbia

Abramo, nostro “padre nella fede” (CCC 146-ss), ascolta per primo la voce di un Dio che promette di fare di lui una grande nazione invitandolo a lasciare suo padre ed andare verso un paese lontano. Quella con Abramo è una Alleanza, un patto, cui Dio si impegna in forza della sua Parola. Prima di lui, simile patto era stato stretto con Adamo (Gn 1-3), poi con Noè (Gn 9, 1-17). Dopo di lui, l’Alleanza prenderà forma scritta con Mosè sul Monte Sinai (Es 19-24; 34). Solo con Gesù quest’Alleanza, nel Nuovo Testamento, sarà riscritta non sulla carta, ma nei cuori, per mezzo dell’opera dello Spirito, come ricorda Paolo (2Cor 3,3). Come Abramo, anche Maria di Nazareth ci è madre nella fede. La sua chiamata viene messa da Luca in parallelo con la visione del cugino Zaccaria (Lc 1).

Dio chiama. Si manifesta, in maniera sempre nuova, scegliendo uomini e donne per compiere i suoi disegni. È quella che viene chiamata “vocazione”.

Egli si serve di condottieri del popolo che vengono chiamati “Giudici”. Poi, rispondendo alla richiesta del popolo stesso, chiama dei “Re” a guidare il popolo stesso, da Saul, al giovane e amato Davide, a Salomone, cui dona la sua sapienza. Tutti loro lo tradiranno. Chi viene chiamato viene investito dalla potenza dello Spirito e consacrato con l’olio della consacrazione. Accanto ai Re Egli colloca dei profeti che li accompagnino: Samuele, Natan, Elia, Eliseo. Poi, nelle vicende storiche del suo popolo, sconfitto e imprigionato in Babilonia, continua a guidarlo attraverso la chiamata dei suoi profeti. Maestosa la visione della vocazione di Isaia (Is 6, 1-13). Inutili la resistenza di Geremia (Ger 1, 4-19) e la fuga di Giona (Gio 1, 1-10) davanti alla chiamata di Dio.

Attraverso Gesù di Nazareth, coloro che sono chiamati, i dodici, sono posti simbolicamente all’inizio di un nuovo annuncio, destinato alle dodici tribù di Israele ma aperto alle genti e, durante le prime persecuzioni (At 8, 1-40), esploso in un fenomeno storico che da duemila anni è sotto gli occhi di tutti, con la nascita di una “nuova religione” che si è espansa al mondo intero. Come in tutti i passaggi e i protagonisti di quella che i teologi chiamano la “Storia della Salvezza”, Dio continua a servirsi degli uomini per realizzare i suoi disegni. La “vocazione”, spesso, si presenta come una chiamata, una elezione, da parte di Colui che solo conosce i cuori ed è del tutto inaspettata da parte di chi la riceve. È il caso di Davide, di Geremia, di Pietro, di Paolo.

La vocazione nella Chiesa Cattolica 

La “vocazione”, in tutte queste vicende, è quella che ancora oggi riguarda tutti i credenti. Ci limitiamo qui ad analizzare la realtà del Cristianesimo e in particolare il Magistero della Chiesa Cattolica. Tutti i cristiani sono “chiamati” da Dio a vivere una vita conforme agli insegnamenti dei Vangeli. Sono introdotti a tutto questo attraverso i sacramenti dell’iniziazione, Battesimo, Cresima, Eucarestia. Poi ci sono i sacramenti delle “vocazioni particolari”: Matrimonio e Ordine.

Oggi che cosa significa “essere chiamati”? Cosa significa “rispondere ad una vocazione”?

Alla vita cristiana ci si prepara con i Sacramenti dell’Iniziazione. Normalmente per il battesimo degli infanti viene realizzata la preparazione dei genitori e dei padrini con uno/due incontri. Ai sacramenti della Confermazione, dell’Eucarestia, della Riconciliazione, viene dedicato il catechismo sacramentale dei bambini e dei ragazzi, un incontro alla settimana durante l’anno catechistico; per il matrimonio un corso prematrimoniale per le coppie, con circa una decina di incontri. Coloro che si preparano ad una speciale consacrazione, frati, monaci e suore, fanno un percorso di alcuni anni con varie tappe e vari passaggi. Anche i diaconi permanenti fanno un percorso di studi teologici di alcuni anni, continuando a vivere la loro vita lavorativa e familiare nel mondo, con passaggi che prevedono il consenso delle mogli. I Vescovi vengono scelti tra i presbiteri, i Cardinali creati dal Papa tra i Vescovi, entrambi non frequentano una formazione specifica ma sono scelti in base al loro iter accademico, ministeriale e pastorale. I candidati al sacerdozio ministeriale, infine, si preparano all’Ordine attraverso sei anni vissuti in un Seminario Superiore Teologico (per chi non sia passato anche per i Seminari Minori).

Un bambino che ha ricevuto il Battesimo senza essere in grado di intendere e di volere e ha poi frequentato gli anni dell’iniziazione cristiana celebrando i relativi sacramenti, una volta divenuto adolescente e giovane avrebbe il bisogno di “rendere adulto” il suo percorso di fede. Sappiamo dell’allontanamento diffuso dalla frequenza della comunità dei fedeli che interessa generalmente i ragazzi dopo le tappe delle celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Spesso ci si riaffaccia dopo decenni, in occasione della preparazione al sacramento del Matrimonio e poi, successivamente, per i Battesimi e i successivi percorsi di iniziazione cristiana dei propri figli.

È chiaro che le coordinate di una “vita come vocazione”, come “risposta ad una chiamata”, si perdono laddove ci si allontana da reali percorsi condivisi di fede. Eppure, non è mai tardi per riscoprire la propria vocazione alla vita cristiana, il proprio “sacerdozio battesimale”, la propria chiamata a coltivare percorsi che ci portino ad essere “adulti nella fede”, che questo avvenga in età giovanile, durante un corso prematrimoniale, durante le nostre vicende di vita familiare e lavorativa alla luce della “vita nuova” riscoperta nell’ascolto dei Vangeli e nell’occasione della condivisione di significative esperienze comunitarie.

La vocazione all’Ordine sacerdotale

Pare diverso, a riguardo, il percorso di chi si prepara ad una speciale consacrazione. Non solo per i tempi (sei o più anni) ma anche per il contesto. I candidati vengono “separati dal mondo” per essere messi al servizio del mondo. La vera “libertà”, per questi candidati, riteniamo sia quella che li porta ad essere vagliati e confermati nei loro propositi dal discernimento di altri, deputati a questo scopo dalla Chiesa, dalla comunità dei credenti. Ossia: non sono io che “mi chiamo”, che mi propongo come candidato a rivestire un ruolo ministeriale. Io ritengo che ci sia “Qualcuno che mi stia chiamando”. Sta poi alla Chiesa discernere sulla verità e sulla bontà di questa “vocazione”.

La Chiesa, dunque, discerne su quella che è la “vocazione”. Normalmente questo percorso di discernimento viene svolto in maniera mirata prima dell’ingresso in Seminario Maggiore o comunque nel primo biennio del percorso filosofico teologico. Svolta questa fase, i candidati continuano il percorso teologico e le esperienze pastorali nei successivi quattro anni. Al termine del percorso, prima dell’Ordinazione diaconale, avvengono già, giuridicamente, le promesse, quelle legate alla disciplina dell’Ordine. Fra queste, la promessa del celibato.

La “non-vocazione” al celibato

Chiariamo qualche dinamica. Oggi un giovane potrebbe affermare: “sono stato battezzato ma non ero in grado di intendere e di volere; mi sono accostato ai sacramenti dell’iniziazione ma ero bambino e tutta questa vocazione alla vita cristiana non l’ho mai veramente sperimentata, ho solo frequentato questi percorsi per una consuetudine sociale”. Una coppia di sposi può dire: “non andavamo in chiesa prima, non ci siamo tornati dopo, l’abbiamo fatto per il nostro matrimonio ma tutta questa vita cristiana non l’abbiamo riscoperta con quella dozzina di incontri che il nostro parroco ci ha ‘imposto’ per poterci sposare in chiesa”. È invece difficile che un consacrato – sia una suora, un frate, un monaco o, per quel che riguarda il sacramento dell’Ordine, un sacerdote secolare o regolare – possa dire: “non volevo fare i passi che ho fatto. Qualcuno mi ha fatto un “lavaggio del cervello” e mi ha condotto ad arrivare in fondo a questi percorsi”.

Ci sono, è vero, alcuni casi di nullità riconosciuta dopo un processo canonico per alcune di queste persone. Normalmente, però, è improbabile che una persona faccia un percorso di sei o più anni arrivando sino in fondo se non ne è sinceramente convinto. Ed è proprio questo che la Chiesa afferma per chi, anni o decenni dopo, chiede la dispensa dall’obbligo del celibato. Nel procedimento canonico che accompagna chi chiede tale dispensa, si rileva come il candidato abbia a suo tempo liberamente sottoscritto gli impegni che comportava il sacramento dell’Ordine, senza alcuna costrizione.

Questo è senz’altro vero. Ma, per quel che riguarda la promessa di celibato, riterremmo dire che questa non è propriamente “vocazionale”. Quando faccio una scelta, focalizzo la mia attenzione su ciò che scelgo, non su ciò a cui rinuncio. Se scelgo di sposare una donna sarò convinto della mia scelta di condividere il matrimonio con lei; non penserò al fatto di dover rinunciare a tutte le altre donne che non potrò sposare.

Se dopo un percorso faticoso di discernimento la Chiesa riconoscerà la verità della mia chiamata, della mia vocazione, mi focalizzerò su questa. Vivrò per ciò che sto scegliendo dopo essere stato scelto, pronto a pronunciare il mio “sì” ad una consacrazione ministeriale. Al termine del percorso, dopo sei anni di Seminario Maggiore, prima dell’Ordinazione diaconale che precede quella presbiterale, bisogna sottoscrivere gli impegni canonici. Tra questi, bisognerà sottoscrivere anche la promessa di celibato. Chiaramente, la scelta è fatta: quella della vocazione; dopo sei anni di cammino, la rinuncia, quella del celibato, va sottoscritta. È condizione necessaria perché la scelta vada in porto, perché quel “sì” alla vocazione si realizzi.

I primi anni scorrono pieni di impegni. Prete giovane, sempre al centro dell’attenzione e del gradimento di tutti, sempre sotto i riflettori. Il celibato però, che non è scelta vocazionale ma legge della Chiesa, inizia a pesare. Facciamo un passo indietro. Se in fase del discernimento della vocazione fossero venute a galla queste intenzioni: “non mi piacciono le donne, non ho alcuna intenzione dunque di sposarmi, ecco perché credo di essere chiamato al sacerdozio, sicuramente ho una predisposizione al celibato”; i formatori che erano deputati al discernimento della bontà della mia vocazione non avrebbero avuto dubbi. “Ci dispiace, ma non possiamo riscontrare le condizioni necessarie per una chiamata al ministero. Questo non può essere un ripiego ma deve essere una scelta compiuta in piena libertà”.

Dunque, per i formatori, il centro del discernimento è “la vocazione”. La vocazione al ministero. Non è “la vocazione al celibato”. La condizione del celibato non precede la vocazione ma la segue, come legge dettata dall’attuale disciplina della Chiesa Cattolica di rito latino. La chiamata, la risposta, la scelta, è sulla vocazione ministeriale. La sottoscrizione della promessa del celibato ne è la condizione legale. Ma, possiamo dire, non è vocazione. È una “scelta non scelta”.

Non è un mistero che non pochi ministri vivano la sofferenza, il malessere, se non il rifiuto per questa “scelta non scelta”, per una legge che non è un dogma e un giorno potrebbe essere cancellata, ma che è da un millennio legge canonica. Non c’è da stupirsi se alcuni scelgano, dopo anni o dopo decenni, di rinunciare in maniera sofferta ma vera all’esercizio del ministero sacramentale.

Non è mai un “volgersi indietro”, non è nemmeno un rinnegare il ministero che viene sospeso ma che rimane sempre valido secondo la teologia cattolica; tanto che la Chiesa stessa chiede che venga esercitato in caso di necessità (CJC can. 1335, § 2).

È semplicemente il riconoscere una verità: nella vita ogni scelta convinta risulta concatenata a successivi percorsi; di conseguenza ogni opzione accettata perché impossibile da evitare (“scelta non scelta”) può condurre a sofferenza, a perdita di motivazione, a un disordine di fondo che diviene inevitabile.

Decidere di mettere ordine è un passo sano e coraggioso. Si tratta di accettare oppure rinunciare a questa “scelta non scelta”. In entrambi i casi si tratta di decisioni degne di rispetto, anche se ciò comporta la rinuncia all’esercizio del ministero. Per chi intende sposarsi la Chiesa infine dà la possibilità di farlo, dopo aver chiesto la dispensa dal celibato.

Porsi la domanda sulla possibilità di abolire l’obbligo del celibato, rendendolo facoltativo, non è una questione che debba essere motivata da alcuna lettura di opportunità (quali il calo delle vocazioni, ad esempio). L’unica motivazione, a nostro avviso, è quella fondata sulla verità di una vocazione che sia autentica, qualunque sia lo stato di vita di un ministro, matrimoniale o celibatario. E, come il vangelo ci dice, solo la verità ci farà liberi (Gv 8, 31).

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Fede e reliquie

Fede e reliquie

di Alessandro Manfridi

Se Gesù ha operato miracoli, segni e prodigi, un giusto culto delle reliquie non può allontanare dalla fede ma accompagnare il credente

Dicembre 2025

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Teologia

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La partecipazione ad una messa nel Santuario Santissimo Salvatore in Lauro a Roma mi dà l’occasione di ringraziare Roberto Beretta per un suo post del 1° agosto 2025 che così recitava: “Sapevamo del prepuzio di Gesù e della cintura della Madonna, ma non della reliquia del sangue di Cristo! Invece almeno due città italiane ne vantano il possesso; e sarebbe bene che qualcuno mettesse fine a questi ridicoli falsi, che col cristianesimo non c’entrano proprio”. Da qui nascono alcune mie riflessioni.

Signore, vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).

Questa richiesta di alcuni greci all’apostolo Filippo ci viene trasmessa dal quarto Vangelo dove, nel linguaggio che caratterizza l’evangelista Giovanni, il “vedere” non è il semplice esercizio del senso ottico, ma ha una valenza teologica, rimandando al “vedere” interiore, quello operato dagli “occhi della fede” (Cfr. discorso a Nicodemo Gv 3,3; la guarigione del cieco nato Gv 9, 35-40; discorso sacerdotale Gv 14,7; apparizione a Tommaso Gv 20, 27-29; il “Vide e credette” di Gv 20, 8-9).

Eppure, il bisogno ancestrale “fisico” di “toccare con mano” e “vedere con gli occhi” “l’autore della vita” (1Gv 1, 1-2) ed essere partecipi di segni e opere, ben si raccorda all’esigenza personale che coinvolge oggi ciascuno dei cittadini del mondo contemporaneo.

Non è forse vero che non solo i giovani, nativi digitali, ma anche adulti ed anziani oggi sono in uso e quasi sentono l’esigenza, di ritrarsi con un “selfie” e immortalare i luoghi e gli eventi ai quali prendono parte?

Che sia l’esperienza mondana della partecipazione ad un evento musicale o sportivo o sia quella religiosa di un pellegrinaggio in Piazza San Pietro o al santuario di qualche Santo, ognuno di noi, oggi, usa riprendere i luoghi e gli eventi e ritiene utile portarsi a casa degli oggetti, immagini, gadget o statuette, che ricordino la partecipazione agli eventi stessi o la presenza sul luogo immortalato.

L’Istruzione Le reliquie nella Chiesa, pubblicata l’8 dicembre 2017 dalla Congregazione delle Cause dei Santi, fornisce le indicazioni sulle procedure da seguire inerenti alle reliquie dei santi e dei beati.

Sicuramente quello delle reliquie è un capitolo che può costituire un gap nel dialogo ecumenico nei confronti delle Chiese della Riforma. La storia ci narra uno scisma fondato sulla Sola Scriptura e sulla critica alle deviazioni del potere della Chiesa di Roma con la vendita delle Indulgenze, che giunge a criticare e a delegittimare il peso e il ruolo della stessa Tradizione e del Magistero nella storia e nella gestione della Chiesa. Questo portò alla reazione della Controriforma, con il divieto ai laici di possedere una Bibbia e un accentramento sui Sacramenti, sull’Eucarestia, sulla devozione popolare, nutrita con processioni, rappresentazioni sacre, culto dei santi.

Il culto dei santi e la produzione delle reliquie si diffondono fin dai primi tempi del Cristianesimo ed è innegabile che commercio e mercimonio si siano accompagnati nei secoli a tali devozioni: “translare” le reliquie di un santo e costruire una cattedrale in suo onore costituiva un richiamo per i pellegrini ed un sicuro introito per i mercanti.

Se l’Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi tenta di mettere un po’ d’ordine sul culto delle reliquie dei santi, cosa dire delle reliquie attribuite a Gesù o alla Madre di Dio?

Qualcuno ha notato che con le reliquie del legno della Croce diffuse nelle Chiese della cristianità potrebbe ricostruirsi non il semplice “albero della Salvezza” ma un’intera foresta.

Le critiche al culto delle reliquie, non solo da parte della Riforma o di pensatori laici o non credenti ma anche dal parere di credenti che ravvisano in queste pratiche una minaccia allo stesso messaggio evangelico, sono diverse.

Da quello, già citato, del mercimonio, a quello che chiama in causa l’inautenticità, la superstizione, l’idolatria, la mentalità “magica”, la mancanza, dunque, di una fede autentica nel nome della ricerca del “sensazionale” e del “miracolistico”.

Torniamo al messaggio evangelico.

È indubbio che Gesù inviti chi lo segue alla centralità della fede, cioè all’adesione alla relazione con la sua persona e con il suo Vangelo, spostando i riflettori dai “segni” che accompagnano la sua predicazione, segni quali la liberazione dagli spiriti maligni, le guarigioni fisiche, l’operazione di miracoli.

Quello che salva è la fede, non il miracolo. Ai discepoli entusiasti di aver potuto scacciare i demoni, egli invita a rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei Cieli.

Il miracolo, la guarigione, la liberazione, i carismi, hanno tutti, dunque, un ruolo pedagogico, perché non sono “il centro” ma uno dei mezzi che devono portare all’incontro con il Signore.

Gesù, va detto, non si tira mai indietro nell’operare tali “segni”. Si fa vicino, si fa presente, come ricorda Pietro nel suo discorso dopo la Pentecoste, operando per mezzo di miracoli, prodigi e segni (At 2, 22).

Gesù, dunque, soccorre gli uomini sollevandoli dalle loro sofferenze fisiche e spirituali, con guarigioni e liberazioni e operando segni che superano le leggi della natura e della fisica, con il potere dei miracoli (conversione dell’acqua in vino, moltiplicazione di pani e dei pesci, cammino sulle acque, sgrido agli elementi calmando la tempesta).

Posto che ci sono teologi che mettono in dubbio la veridicità di tali episodi, letti come costruzioni mitologiche della comunità dei credenti, non dimentichiamo che i miracoli più appariscenti, quelli del riportare in vita persone defunte, sono preludio e finestra particolare su quello che è l’articolo di fede centrale non solo del Cattolicesimo ma di tutto il Cristianesimo, la credenza della Risurrezione da morte di Gesù di Nazareth.

Per la ragione umana, fondata sugli studi scientifici biologici, questa credenza sarebbe irragionevole.

Non dimentichiamo che Gesù consegna ai suoi seguaci il mandato di andare in tutto il mondo predicando, battezzando ed operando gli stessi miracoli, segni e prodigi da lui operati, grazie all’azione dello Spirito Santo.

Questi eventi sono narrati fin dal libro degli Atti degli Apostoli e dalle lettere di Paolo che ci istruisce sui carismi, dono dello Spirito.

Lo stesso culto delle reliquie attribuite a Gesù, a Maria e a i “santi e beati” può trovare dunque significato proprio alla luce del motivo pedagogico e salvifico che sottende i “segni” che accompagnano l’evangelizzazione, i miracoli, le guarigioni, le liberazioni.

Queste non devono essere idolatrate e messe al “centro” ma devono rimandare, come quelli, a Colui che è il centro della fede del credente.

Quando poi sulle reliquie stesse si affiancano studi e ricognizioni scientifiche e mediche, la credibilità delle stesse accresce anche nei confronti del dibattito laico, separando alcune di esse dai vari “falsi” prodotti nei secoli.

Certamente il reperto forse più studiato e sul quale continuano ad esserci dibattiti e contrapposizioni è quello della Sindone di Torino. Possiamo citare qui il “Sacro Volto” di Manopello, i reperti dei miracoli eucaristici di Siena e di Lanciano, le ricognizioni scientifiche sulla “Sacra Spina” conservata nella Cattedrale di Andria, gli studi sull’immagine della Madonna di Guadalupe in Messico.

“Fede e reliquie” abbiamo intitolato questa riflessione. Se la fede, autentica, non è fondata sulle reliquie, né su quelle del Signore, di sua Madre o dei suoi seguaci (“santi”) è vero che la storia di oggi e di secoli di Cristianesimo di devozione, di preghiera e di “primato dello Spirito” ci consegna il culto delle reliquie come un mezzo, non necessario ma possibile, per celebrare il Signore a partire dai “segni” della sua presenza.

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Rapporto Raleight – Newsletter mensile del CEO di ACLED, prof. Clionadh Raleight – agosto 2026

Cari lettori,

 Innanzitutto, presupponiamo di essere virtuosi. In secondo luogo, presupponiamo che la nostra virtù sia molto diffusa. In terzo luogo, cosa potrebbe mai andare storto?  – Alex Massie

Il nostro lavoro qui all’ACLED è importante e impegnativo, e ha un impatto evidente e immediato, ma non c’è niente che mi piaccia di più che tornare a scoprire cosa succede nel mondo accademico. Non posso farne a meno. È come pensare a un vecchio fidanzato che potrebbe (o meno) essere caduto in un abisso. In entrambi i casi, seguono una piccola preghiera (“se non fosse per la grazia di Dio, sarei anch’io lì”) e una smorfia.

Ultimamente si discute molto sull’adeguatezza delle università al loro scopo, o se siano le ultime vittime di un movimento “Occupy”. Questa volta, i responsabili sono “accademici attivisti” che, puntualmente, lasciano tutto in condizioni ben peggiori di come lo hanno trovato. Ma non si tratta di una discussione tra teoria e pratica (comune negli ultimi 20-30 anni), perché questa squallida deriva si riflette in ciò che sta accadendo all’umanitarismo, alla promozione della democrazia, ai diritti umani e a molte altre cause di stampo più liberale, occidentale e di sinistra. Per completezza, è bene precisare che le cause di estrema destra si autosabotano costantemente a causa di contraddizioni interne e convinzioni assolutamente spregevoli, ma questo non è il mio campo di indagine oggi.

Ciò che è degno di nota sia nelle questioni accademiche che in quelle dell’internazionalismo di sinistra sono i due dibattiti che si svolgono al loro interno: il primo è ideologico e consiste nel chiedersi fino a che punto possiamo spingerci, avendo da tempo abbandonato il pragmatismo, il buon senso e l’opinione pubblica sulla nostra legittimità. Il secondo è proiettato verso il futuro e non è oggetto di discussione popolare: cosa ci aspetta? Cosa si può salvare? Chi sono i riformatori?

La prima è una forma di intrattenimento alquanto discutibile, poiché decine di suppliche da parte di accademici e operatori di ONG insinuano che il tuo scetticismo sul loro valore dipenda dai tuoi limiti, non dai loro (non conosci Foucault, sei un razzista occasionale, ecc.). È imbarazzante, è esasperante, e anche un po’ divertente.

In ambito accademico, quest’ultima ondata di polemiche coinvolge Piketty. (Ve lo ricordate? A ripensarci, questo è stato il primo segno di totale follia). Comunque, lui e altri si sono espressi in modo assolutamente folle sulle economie intenzionalmente in fase di “decrescita” (il che, ironia della sorte, è a suo discapito, visto che i recenti primi ministri del Regno Unito ci stanno riuscendo senza le sue intuizioni). Contemporaneamente e opportunamente, è arrivato un rapporto sullo stato delle scienze sociali, incentrato sulla “qualità della ricerca accademica” e che la trovava gravemente carente per i seguenti motivi: 1) “la ricerca accurata è stata subordinata, o addirittura soppiantata, da un obiettivo ‘politico’: l’obiettivo di realizzare una concezione di giustizia sociale oggi associata alla sinistra progressista”; 2) “il lavoro accademico è stato distorto all’interno di queste discipline sia per privilegiare il lavoro su argomenti ritenuti rilevanti per la giustizia sociale, sia, cosa ben più importante, per sostituire gli standard più tradizionali di valutazione della ricerca accademica con standard politici progettati per garantire che solo il lavoro politicamente accettabile venga pubblicato, insegnato e valorizzato”; e 3) la creazione di un “ecosistema accademico in cui gran parte di ciò che passa per ricerca nelle discipline umanistiche è in realtà un miscuglio di ricerche tendenziose e di parte, debole propaganda accademica e sciocchezze piene di gergo”. Sì, esatto. Sono punti assolutamente corretti. Tutto vero: lo sanno tutti. Sapete chi lo nega? Coloro che ne traggono vantaggio.

Ovvero, cominciarono ad arrivare le difese di questo misero surrogato del mondo accademico: nel tentativo di rispondere alla domanda su chi e cosa conti nel mondo accademico, la Professoressa Rouse di Princeton disse (sul serio) che non fare nulla è la cosa che conta di più, purché lo si faccia in modo decoloniale . Lettore, questo era solo il più notevole dei suoi molti punti simili .

Questo clamore non è una novità per le scienze sociali. Negli anni ’80 e ’90, in molte università, i dipartimenti di Antropologia e Geografia furono sciolti. Perché? Per diversi motivi, tra cui sicuramente il post-strutturalismo e i professori che consumavano cocaina nei bagni del campus durante il giorno (due fenomeni non del tutto scollegati). Ora il cerchio si è chiuso.

Ci sono anche altri problemi reali, dalla limitazione della libertà di parola allo smantellamento di studi di stampo tradizionale ormai fuori moda . Ma tutta l’energia in sala è concentrata sul giustificare lavori scadenti, truffe, imbrogli, sprechi , ecc., usando la parola “decoloniale”. (Nota per tutti: Tyler Austin Harper sull’Atlantic è fantastico su questo argomento.)

Oggigiorno, il tipico accademico ha l’aspetto di una persona con opinioni condivise e un prestigioso incarico amministrativo. Eppure, è impegnato in una ricerca morale! A dire il vero, questa ricerca è molto più stimolante che rivedere le note a piè di pagina o scrivere una recensione di un corso. Ma cedere a questa banalità ha portato a una tediosa, superficiale e ripetitiva riproposizione di luoghi comuni sulla giustizia sociale; ad affermazioni piatte e noiose sulle gerarchie invertite; e a dolorose difese di posizioni che assomigliano molto a un palese pregiudizio.

Come è potuto diventare un problema? L’ascesa dell’attivista-accademico e la convinzione che chiunque si discosti anche solo minimamente dai “valori” propugnati dai più estremisti tra noi sia “contaminato”. Hai la dicitura “accademico/attivista” nella tua qualifica professionale? L’hai inserita tu? Tutti ti odiano e pensano che tu non faccia nulla tutto il giorno. Tu – proprio tu – sei la ragione per cui le università falliranno come bene pubblico.

Non vedo l’ora di tornare all’università, un tempo popolata da eccentrici bonari e socialmente impacciati. Lavorare in un’università è un privilegio; è un privilegio poter pensare tutto il giorno a qualcosa che ti sta davvero a cuore e contribuire a un bisogno pubblico con il tuo lavoro. E sebbene alcune di queste idee mi sembrino piuttosto bizzarre, è opportuno un dibattito costruttivo sulla sovrapproduzione di élite , così come sui vantaggi della scarsità. La lunga e faticosa impresa di riconquistare la fiducia e la legittimità del pubblico attraverso un lavoro imparziale e indipendente è ben lungi dall’essere iniziata. Qui, la parte accademica è recuperabile, e i riformatori sono coloro che desiderano limitare il numero di università e di personale, e coloro che vogliono dare agli studenti la brutta notizia che imparare qualcosa non deve essere comodo, sicuro o rassicurante.

Passiamo ora alle istituzioni sorelle e alla loro resa dei conti. Abbiamo parlato molte volte di ciò che è accaduto all’umanitarismo e allo sviluppo. Ma anche le istituzioni legate ai diritti umani e alla promozione della democrazia stanno soffrendo a causa dello scoppio di quella particolare bolla politica. (Anche la politica, come l’economia, è soggetta a bolle, e l’agenda internazionale liberale ne è stata una).

Ma visto che i conflitti e le violazioni delle libertà e dei diritti sono in aumento, perché non disponiamo di un sistema umanitario adeguato allo scopo? Il bisogno c’è, quindi perché non riusciamo a organizzarci per fornire un aiuto migliore? Come dovremmo affrontare i conflitti al di fuori della lente della risposta umanitaria? Cos’è un conflitto post-umanitario, se non un impegno militare? Qui, dobbiamo sforzarci di distinguere tra le buone intenzioni e i risultati concreti. Le intenzioni non contano, soprattutto quando sono scollegate dai bisogni e dai desideri delle persone.

Abbiamo bisogno di un argomento molto diverso per spiegare perché i principi umanitari siano importanti, non lo stesso, solo ripetuto con maggiore insistenza o a voce più alta. Non è un problema di traduzione: la gente non ci crede più. Ma perché? C’era qualcosa di sbagliato nei principi con cui l’Occidente ha affrontato lo sviluppo e l’umanitarismo? Sì, sì, c’era. Si è ossessionato con il processo e non con il miglioramento di alcun luogo. È diventato un’economia e un sistema interno a sé stante . Secondo l’Oxford Institute for Ethics, Law and Armed Conflict :

“All’inizio del XXI secolo, molte organizzazioni non governative, come la Croce Rossa/Mezzaluna Rossa e le Nazioni Unite, pioniere nel campo umanitario, si erano trasformate in grandi burocrazie transnazionali.”

“Insieme, queste organizzazioni formarono quello che venne definito il “sistema umanitario internazionale” e furono finanziate con le entrate fiscali dei governi occidentali, con ulteriori donazioni private da parte di cittadini occidentali, fondazioni private e attività commerciali di vendita al dettaglio di prodotti equosolidali e di seconda mano.”

Tra il 2000 e il 2021, il bilancio annuale per questo sistema umanitario è passato da 5,9 miliardi di dollari a 30,9 miliardi di dollari e il settore ha registrato una crescita esponenziale: un vero e proprio boom umanitario. I governi occidentali hanno ampliato gli aiuti alle popolazioni colpite da conflitti armati in tutto il mondo e gli aiuti di guerra hanno superato quelli destinati ai disastri climatici e geologici.

“La portata e l’impatto operativo del sistema sono stati costantemente monitorati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e dal rapporto annuale dell’organizzazione più indipendente Global Humanitarian Assistance…”.

Inoltre:

«Oggi la maggior parte degli operatori umanitari non lavora direttamente nel contesto della violenza bellica e della distruzione in tempo reale, ma piuttosto con grandi gruppi di persone che subiscono le conseguenze della guerra per molti anni, in insediamenti urbani non pianificati per sfollati o in aree rurali gravemente danneggiate e impoverite. Molte agenzie operano da due o tre decenni con le comunità in Afghanistan, Myanmar, Iraq, Siria, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo.»

“All’inizio del ventunesimo secolo, la maggior parte delle organizzazioni umanitarie opera come l’UNRWA a Gaza, non come Oxfam e Medici Senza Frontiere in Cambogia.”

Trasformandosi in un universo a sé stante, irrispondente a persone, donatori, scadenze e progressi, l’umanitarismo si è autodistrutto. Scandali interni, corruzione dilagante e costi elevati erano già difficili da sopportare, ma la negazione della politica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sostengo inoltre che la ricerca di visibilità tramite celebrità sia stata una svolta disastrosa, trasformando alcuni conflitti in punti focali momentanei, dimenticati per sempre non appena i personaggi famosi si allontanavano. La competizione per il patrocinio delle celebrità ha spinto i conflitti a contendersi il primato in termini di orrore mediatico e di risonanza. All’interno di queste burocrazie, operazioni distaccate e in gran parte tecnocratiche si sono rivelate costose e miopi follie, con scarsi risultati alla fine. La presunzione di un sostegno da parte dei politici nazionali ha sostenuto l’USAID e il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale, ma nessuno dei due è stato salvato.

Di recente ho ascoltato un eccellente TED Talk della meravigliosa Hiba Qasas , in cui parlava di come l’interesse personale ponga fine ai conflitti e l’empatia arrivi in ​​un secondo momento. Ancora una volta, verissimo! Queste riflessioni sono state integrate da una conversazione che ho avuto con la fantastica Pearl Pandya di ACLED, durante la quale mi ha spiegato che è improbabile che le manifestazioni in India e Pakistan portino allo stesso destino di Nepal, Sri Lanka e Bangladesh. Pearl ha osservato che le risposte dei governi alle manifestazioni sono completamente diverse: il Pakistan reprime, a caro prezzo per i suoi cittadini e per il suo Stato (ovvero, il potere viene ceduto ai militari data la completa dipendenza da loro per mantenere in piedi il governo provvisorio), mentre in India la democrazia (ovvero, la presenza di numerosi uffici governativi, rappresentanti, livelli di governo, elezioni, ecc.) funziona come una leva per il malcontento popolare. Come ha spiegato Pearl, fomentare una manifestazione e una ribellione popolare è facilitato dall’elevato numero di potenziali aderenti, ma è limitato dall’elevato numero di potenziali obiettivi e programmi.

Non sto sostenendo la democrazia come strumento di controllo della folla (ma non la escludo nemmeno), bensì sottolineando che, se parliamo dei benefici della sua ridistribuzione, dobbiamo rivolgerci a chi detiene effettivamente il potere. Ad esempio, la democrazia permette ai leader di rimuovere molti funzionari inefficienti (attraverso elezioni o sacrifici pubblici per placare le folle che necessitano di una testa per disperdersi). Nelle non democrazie, si è molto più dipendenti dai militari e si è più propensi a sbarazzarsi violentemente di funzionari inefficienti e potenziali concorrenti. “Non farlo ti costerà caro” potrebbe non essere un modo attraente per promuovere la democrazia e i diritti umani, ma se è efficace, chi se ne importa! Non è necessario che siamo tutti d’accordo sul come.

Cosa si può salvare, dunque? Il desiderio di aiutare i più bisognosi; l’impegno profuso nella distribuzione e nella produzione di aiuti umanitari; i compromessi concreti che permettono di aiutare le persone; gli approcci più intelligenti all’interesse personale che ci portano più lontano di infiniti seminari, diktat e procedure. Chi sono i riformatori? Si spera tutti coloro che riconoscono il problema che abbiamo, piuttosto che il problema che vorremmo avere. Per riassumere: il nostro problema non è Trump, né la destra, né chi non è d’accordo con noi; è che, come collettività, abbiamo intrapreso decenni di spese ingenti e sprechi a causa di presupposti diffusi, ma errati, su ciò che funziona nei paesi mal governati, e ora nessuno si fida più delle nostre idee di progresso. Cambiamo in meglio.Appunti e nozioniSpesso mi trovo al centro di polemiche per le mie opinioni sul conteggio delle vittime. Ma vi prego di leggere questi interessantissimi resoconti su come sta cambiando il metodo di conteggio in Ucraina e negli Stati Uniti .

L’Arabia Saudita è impegnata a combattere gli Houthi e a creare passaporti per cammelli (nota: questo articolo è in pidgin e no, non so spiegarne il perché).

Ma questi cammelli hanno bisogno di passaporti immediatamente, e queste signore sono le migliori .

Sto per andare in vacanza per un breve periodo, durante il quale spero di leggere più libri possibile, trattando i bambini con benevola negligenza (cosa che loro ricambiano). Al momento sto leggendo: “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump” di Maggie Haberman e Jonathan Swan; “Black Bag” di Luke Kennard; “They Came to Baghdad” di Agatha Christie; e “In At the Kill” di Gerald Seymour. Nella mia testa si stanno confondendo, e il risultato è pura follia.

“Il golf è essenzialmente una forma di freccette all’aperto di lusso.” — Nicholas Harris a “The Hawk”.

Questa è la migliore e definitiva analisi del terribile spettacolo dell’intervallo dei Mondiali.

Keir Starmer se n’è andato .

“ Le persone superiori soffrono ”: un’affermazione attuale oggi come lo era quando Joan Didion la scrisse.

Questo articolo tratta di come l’attuale clima tra la Generazione Z suggerisca che, sebbene alle donne sia permesso raggiungere ricchezza e status, essere sorprese a impegnarsi per ottenerli sia un suicidio sociale. In generale, però, le donne amano sia essere ostacolate nel loro percorso di crescita, sia sentirsi dire come comportarsi una volta che ci riescono.

La storia di un paese raccontata in due parti: da una parte, qualcuno ha commesso un grave crimine e la gente teme che possa essere punito ; dall’altra, una riunione viene annullata perché si sono presentati alcuni manifestanti e coloro che volevano incontrarsi vengono ritenuti responsabili di aver spaventato la gente.Webinar ACLEDL’estrazione mineraria sotto attacco: come l’attività estrattiva rimodella i conflitti nel Sahel

Il nostro webinar più recente, realizzato in collaborazione con la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC) e l’International Land Coalition, si è basato sulle ultime ricerche di ACLED, che dimostrano come il ruolo dell’industria mineraria si estenda ben oltre il finanziamento dei conflitti. La nostra analista senior per l’Africa occidentale, Héni Nsaibia, ha esaminato come i gruppi jihadisti sfruttino le economie minerarie per finanziare le proprie operazioni, rafforzare il controllo territoriale e condurre una guerra economica contro gli Stati che combattono. Lucia Bird Ruiz-Benitez de Lugo, direttrice dell’Osservatorio per l’Africa occidentale presso GI-TOC, ha analizzato l’intersezione tra gruppi armati ed economia mineraria. Se vi siete persi questa interessante conversazione, potete guardare il video completo qui .Seleziona ACLED tra i media!Ho rilasciato un’intervista all’Associated Press per il loro articolo intitolato “Una nuova minaccia da parte degli Houthi yemeniti potrebbe allargare la guerra con l’Iran e mettere a rischio un altro punto nevralgico per gli scambi commerciali”.Ali Mahmoud Ali ha condiviso le sue riflessioni con Al Jazeera per il loro servizio “Inside Story” intitolato “Riusciranno le RSF a prendere il controllo di el-Obeid in Sudan?”.Altre menzioni del Sudan: Nohad Eltayeb è stato citato dal Guardian , dalla BBC e dalla pubblicazione tedesca NZZ in articoli che trattavano del conflitto.I dati di ACLED sulle vittime e sul conflitto in Myanmar sono stati ampiamente diffusi il mese scorso. Questo articolo di France24 , che cita Su Mon, ne è un esempio.Passando all’America Latina, Sandra Pellegrini ha rilasciato un’intervista al Guardian sull’espansione delle bande criminali ad Haiti, mentre Tiziano Breda ha parlato con il Guardian e l’ Associated Press delle elezioni in Nicaragua.I dati di ACLED sono stati utilizzati anche dalla BBC , The Economist , il New York Times , il Financial Times , Bloomberg , la rivista adf , la CNN e da Al Jazeera per realizzare delle ottime infografiche .Le dichiarazioni di Susanna Deetlefs e Ladd Serwats sulle proteste anti-immigrati in Sudafrica sono state citate in numerosi media. Tra questi, Reuters , le testate sudafricane EWN e Briefly e Afriquinfos .Newsweek ha citato Kieran Doyle in un articolo riguardante un presunto complotto iraniano per assassinare Donald Trump.Nasser Khdour ha rilasciato dichiarazioni a The New Arab in merito alla nuova strategia di Israele nel Libano meridionale, a The Intercept sulla Cisgiordania e ad Al Jazeera sulla violenza dei coloni in Palestina.Prof. Clionadh Raleigh, CEO
ACLED (Dati sulla localizzazione e sugli eventi dei conflitti armati)Conflitti di interesse  Nuovo episodioQuesta settimana, nella rubrica “Conflitti di interesse”, la professoressa Clionadh Raleigh e Bron Mills analizzano il presunto attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana: perché Kiev potrebbe star estendendo la lotta oltre la Russia, se si trattasse di un messaggio a Donald Trump e cosa potrebbe significare la minaccia di rappresaglia da parte dell’Iran.

Inoltre, dopo un attentato durante un evento del Pride a Berlino, esaminano l’evoluzione della minaccia terroristica in Europa e la sfida di prevenire attacchi rari ma devastanti senza iper-securizzare la società.

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