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Vangelo e Cattolicesimo. Quali i valori non negoziabili?

All’indomani della proclamazione di Joe Biden come certo 46° presidente degli Stati Uniti d’America, non sono poche le voci di chi sottolinea che sia l’ultimo inquilino della Casa Bianca a poter incarnare il ruolo di “defensor fidei”.

Biden sarebbe sgradito a coloro che si richiamano ai valori non negoziabili che per i cattolici sarebbero in primis quelli “pro-life” della difesa per la vita che la Chiesa Cattolica ha costantemente insegnato col suo Magistero in Teologia Morale fino ad spaziare negli ultimi decenni nelle frontiere della Bioetica.

Dunque il senatore del Delaware sarebbe giudicato mancante proprio a partire dalla sua posizione abortista.

Altri lo accusano di essere supportato da pedofili e satanisti, mettendo sotto accusa tra l’altro dei reati di cui si sarebbe macchiato il figlio.

D’altronde i meriti di Trump, alla luce degli insegnamenti cattolici, non sarebbero pochi.

Egli infatti:

1. Ha tolto fondi a planet parenthood, l’abortificio che trafficava in organi dei feti uccisi (anche a mano, per strangolamento, dopo il parto, inchieste agghiaccianti lo hanno provato) e ha sempre difeso la sacralità della vita dal concepimento. 2) NON HA FATTO GUERRE ALL’ESTERO! A differenza di Obama, Bush, Clinton e di tutti i presidenti americani precedenti, stabilendo un record da Eisenhower ad oggi. 3) HA CONTRIBUITO AI PROCESSI DI PACE con nord Corea, e soprattutto tra israeliani e palestinesi con il Piano Abramo, un concreto percorso di pace mai tentato prima. 4) HA FATTO CIÒ CHE HA PROMESSO IN ECONOMIA INTERNA, dando il rilancio per cui i suoi elettori lo hanno votato. 5) HA DIFESO LA LIBERTÀ RELIGIOSA, sempre più messa a rischio da leftist, marxists, egemoni nel mondo delle università americane. 6) HA DIFESO LA VISIONE NATURALE DELLA FAMIGLIA E DEL MATRIMONIO, ostacolando i progetti di indottrinamento gender. Il muro del Messico è lo stesso di prima, solo i media l’hanno usato per per dargli addosso.

Per questo motivo egli sarebbe l’ultimo bastione di difesa avverso un progetto globalista mondiale che unisce lo sprezzo alla vita umana ben significato dai movimenti abortisti e gender e l’ateismo che oggi impera ovunque facendosi forte di due super potenze economiche nelle quali esso ha messo radici, la Cina e la Russia.

Dopo aver letteralmente ripreso nei due capoversi precedenti delle osservazioni che mi sono state presentate a difesa di Trump da chi ritiene il secondo presidente cattolico degli Stati Uniti dopo Kennedy invotabile e meritevole di non ricevere i sacramenti, date le sue posizioni dichiaratamente anti-Life, plaudendo a chi glieli ha rifiutati (fin qui possiamo eccepire che queste sono le disposizioni della Chiesa Cattolica…) dobbiamo proporre un un’ampliamento di prospettiva.

Il richiamo ai valori non negoziabili come quelli pro-Life sono propri non solo della gestione Trump ma anche di altri movimenti e partiti che si richiamano alle visioni sovraniste, dalla Polonia che ha appena legiferato rendendo illegale la pratica abortiva sul suolo nazionale alla leader di FdI che ha recepito la sconfitta dei Repubblicani come non determinante per una visione, quella sovranista appunto, più viva che mai e supportata da un indice di consensi innegabile e significativo non solo oltre Atlantico ma nello stesso Bel Paese.

Tali valori sono, come detto, non negoziabili proprio a partire dalle indicazioni del Magistero della Chiesa Cattolica.

Data questa premessa, ecco la conclusione che già era girata come slogan durante l’ultima tornata elettorale amministrativa qui in Italia, ma che indubbiamente è utilizzato come cavallo di battaglia e ripetuto come un mantra da coloro che ritengono di esprimere il loro consenso verso queste forze politiche: “Chi vota Democratico NON È cattolico!”

È chiaro che un cattolico non può ritenere che l’aborto sia qualcosa di perseguibile. Anche se la cattolicissima Italia già si espresse diversamente col referendum del 1977.

Qui però non dobbiamo discutere sulla illiceità o meno della pratica abortiva.

Da un punto di vista civile, in uno Stato non confessionale, l’interruzione di gravidanza viene presentata come possibilità e non come norma impositiva; è chiaro che un cattolico osservante del Magistero e tutto il Movimento pro-Life promuoveranno una cultura della vita e la difesa della stessa.

È esatto però ritenere che un cattolico che vota per il “centro sinistra” tradisce i fondamenti della sua professione di fede? E che un cattolico non può non votare una espressione partitica di centro-destra?

Evidentemente, la risposta la troviamo nello stesso Magistero della Chiesa Cattolica e, prima di questo, nelle indicazioni bibliche ed evangeliche.

Negli insegnamenti del Magistero Sociale della Chiesa valori non negoziabili non sono solo quelli legati alla sacralità e inviolabilità della vita.

Concetti come: universale destinazione dei beni, riconoscimento dei diritti dei popoli, promozione umana, opzione preferenziale per i poveri, denuncia di ogni “struttura di peccato” e in particolare della frode di mercede agli operai e dello sfruttamento dei lavoratori e della negazione dei loro diritti, promozione del lavoro umano, sono ribaditi con forza nel magistero dei Pontefici dell’ultimo secolo, da Leone XIII a Benedetto XVI.

Con Francesco stiamo ricevendo ulteriori indicazioni: dall’invito a ritrovare la via della pace e il bando dell’industria delle armi e della guerra, produttrici di una “terza guerra mondiale a pezzi” all’appello accorato ad udire il grido delle popolazioni vittime di un sistema liberista economico mondiale che sta condannando allo sfruttamento e alla fame interi continenti, costringendo tanti figli di Dio a migrazioni che trovano nel Mediterraneo solo una delle loro tombe.

Dall’appello ad un dialogo tra le religioni e con l’Islam in particolare per un confronto che sia prolifico per le nazioni avverso ogni percorso di terrorismo e di sfruttamento al grido per l’inarrestabile processo che sta conducendo questo modello economico mondiale liberista a distruggere la “casa comune”, il pianeta Terra, con l’incendio di foreste, l’inquinamento mortale degli oceani, l’emissione esponenziale di gas-serra, incredibilmente arginata proprio grazie al COVID-19 e al conseguente lockdown mondiale vissuto nei mesi scorsi.

A ben guardare tutti questi temi, propri dunque del Magistero non solo dell’attuale Vescovo di Roma ma dei suoi predecessori, non possono non essere considerati come valori anch’essi non negoziabili, non solo da una coscienza civile diffusa fra laici, non credenti o credenti di altri credi, ma proprio per ogni cattolico che si ritenga tale.

Il fatto che siano in giro teorie del Deep State, di un Nuovo Ordine Mondiale e di un Great reseat che vedono in Trump l’ultimo baluardo per i valori del Cattolicesimo e in Biden e papa Francesco gli attori del disegno più satanico del nemico dell’umanità non devono ingannarci.

Ben venga qualsiasi lettura critica. Vero che la presidenza Trump ha anche i suoi meriti come non nego riportando alla lettera, come detto, le osservazioni che mi sono state mosse. Non ha portato avanti guerre pianificate contro i paesi islamici come quelle contro Iraq e Afganistan dei Bush, di Clinton, continuate da Obama con l’eliminazione di Osama Bin Laden; ma non scordiamo l’eliminazione di Soleimani con un’azione che naturalmente calpesta ogni diritto internazionale per proporci la legge del far west; ma in questo è pienamente in linea con la gestione USA a livello internazionale, dal Vietnam alla Corea ad oggi.

Vero anche che Biden non sia un Messia (non porta il nome di Bolsonaro…) e che dovremo aspettarlo all’opera e criticare tutto ciò che sarà criticabile.

La narrazione complottista e mondialista va sottoposta al vaglio critico di chi cerca di interpretare una teoria che vorrebbe imporre una linea di pensiero. Tale narazzione si appoggia, anche, e qui naturalmente in maniera mirata e non trasparente, ai valori “non negoziabili” di chi viene dunque invogliato, sotto l’impegno della difesa di tali valori, ad esprimere un consenso che a ben vedere non risulta sempre lucido ma a volte viene carpito subdolamente.

Sostenere che chi vota per una formazione abortista tradisce una delle indicazioni del magistero cattolico non è inesatto.

Sostenere che, di conseguenza, è realmente “cattolico” solo chi vota dall’altra parte è non solo inesatto ma anche fuorviante.

Posto che il mondialismo e il complottismo debbano ancora essere “studiati” (fino a che punto si tratta di un reale movimento-complotto o quanto una lettura critica può smontare-ridimensionare tale narrazione?) non possiamo negare che i “valori” sui quali si fondano le teorie, i movimenti e i partiti sovranisti sono profondamente antievangelici e dunque, chi esprime il consenso a queste realtà, deve avere l’onestà di dire che il suo voto non può essere motivato da una visione cristiana nè tanto meno da un’etica cattolica.

Non ce lo ricorda in maniera costante il solo Papa Francesco con i suoi appelli e con il suo magistero.

Ce lo ricorda il Vangelo stesso con l’icona del Buon Samaritano e non solo.

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SE NON ORA QUANDO?

La domanda «Se non ora, quando?» posta oggi da una parte significativa dell’orbe cattolico al Vescovo di Roma non è certamente nuova nella Storia del Cristianesimo.

Penso alla stagione e ai fermenti dei moti per l’Indipendenza dell’Italia con le relative attese cariche di speranze – dovute anche ad alcuni atteggiamenti da parte del pontefice neoeletto che pareva le giustificassero – nutrite dai romani nei confronti dell’ultimo Papa-Re, Giovanni Maria Mastai-Ferretti. Il pontificato di Pio IX, ancora oggi il più longevo della storia della Chiesa Cattolica (31 anni), si trovò a vivere il passaggio dalla presa di Roma – con la breccia di porta Pia – alla stagione in cui egli volle proporsi come «prigioniero in Vaticano». Fu anche il Papa del Sillabo e del Concilio Vaticano I.

Nel secolo trascorso si sono succeduti una serie di Pontificati che hanno lasciato il loro segno.

Dopo Leone XIII con la sua prima Enciclica sociale, la RERUM NOVARUM e Pio X con il quale si è inaugurata la prassi della canonizzazione «quasi dovuta» per chi siede sul soglio di Pietro1, troviamo i pontificati di Benedetto XV, testimone della Grande Guerra e di Pio XI.

Con Pio XII abbiamo avuto una figura ieratica e sacrale, grande personalità e pontefice ancora oggi discusso perché decise di non levare la voce della Chiesa di Roma per denunciare la barbarie della vicenda che con il Nazismo portò alla Shoà e alla Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi sono criticati da molti quei Patti Lateranensi che diedero visibilità a Mussolini e vantaggi al Vaticano, risultando comunque un passo avanti rispetto alla Questione Romana.

Impossibile negare la stagione di rinnovamento e di speranze aperta con Giovanni XXIII il cui seppur breve pontificato ci ha consegnato l’enciclica PACEM IN TERRIS e l’apertura del Concilio Vaticano II.

Paolo VI ebbe il gravoso compito di portare avanti e concludere i lavori del Concilio, di vivere la stagione dei moti del ‘68 e quella del terrorismo culminata con l’uccisione dello statista Aldo Moro; lo si ricorda come una grandissima figura nella Chiesa Cattolica anche per il suo storico incontro con Atenagora. Documenti che portano la sua firma e che ancora oggi purtroppo destano sofferenze e sono stati motivo per non poche defezioni, sono la SACERDOTALIS CÆLIBATUS e l’HUMANÆ VITÆ.

Dopo l’alba luminosa e il subitaneo smarrimento per la scomparsa di Giovanni Paolo I, abbiamo avuto con Giovanni Paolo II, il secondo pontificato più lungo della storia (26 anni), che rimarrà nella stessa per gli eventi del Crollo del muro di Berlino e il dissolvimento del «Comunismo reale», per la «fabbrica industriale» dei Santi, per i viaggi apostolici nei cinque Continenti, per la stagione delle GMG, per l’incontro delle Religioni ad Assisi, per la sovraesposizione mediatica e infine per l’atroce malattia che lo ha consumato.

«Santo subito»: e così è stato.

Eppure su questo pontificato pesa la scelta di una lotta personale e motivata contro il Comunismo e al contempo un’alleanza con l’amministrazione Reagan che portò al finanziamento di Solidarnosc e, soprattutto, alla scelta drammatica di smantellare tutti i fermenti della Teologia della Liberazione e delle CEB in America Latina, al punto che oggi in Brasile e nelle altre nazioni sudamericane il Cattolicesimo vive un’emorragia, esponenziale e inarrestabile, di cattolici che passano ad altre Chiese.

Anche il pontificato di Benedetto XVI, inscindibilmente collegato a quello del suo predecessore, ha vissuto non poche traversie, culminate con la scelta storica delle dimissioni.

Agli occhi di diversi teologi gli ultimi due pontificati si sono posti in maniera «frenante» rispetto alle proposte e ai possibili sviluppi che il Concilio Vaticano II stesso prospettava.

Ora la gestione di Roma è nelle mani del «Papa venuto dall’altra parte del mondo».

Premessa l’esistenza di una considerevole parte del mondo cattolico che rema contro l’attuale Pontefice e vistosamente muove contro di lui una guerra spietata, dipingendolo come un massone, un idolatra, un eretico, un papa illegittimo e infine come il precursore stesso dell’Anticristo, che viene definita fazione dei «tradizionalisti», pronta a di esprimersi contro ogni sua uscita, la nostra attenzione è rivolta invece verso quei cattolici che si pongono da una prospettiva diametralmente opposta a quella dei nostalgici di un “Papa-re”.

Ed è da questi che sale la domanda, che riassumo nel titolo di questa riflessione: «Se non ora, quando?».

Quando la Chiesa cattolica, dopo aver individuato la diagnosi di uno dei mali più radicati da cui si riconosce affetta, quello del clericalismo2 con le sue nefaste conseguenze, si impegnerà a predisporre una cura adeguata, riconoscendo che non si può curare un tumore con l’aspirina e, evangelicamente parlando, ammettendo che potrebbe essere necessario effettuare potature e tagli (cfr. Gv 15, 1-8; Mc 9, 43-49) che la stessa forse non dovrebbe più procrastinare e rimandare? Quando realizzerà che queste sono operazioni necessarie che, se negate, la condurrebbero alla morte?

Quando riconoscerà che il clericalismo non si esaurisce in semplice tentazione e deviazione di soggetti corrotti ma si rivela meccanismo connaturato e favorito dalla impostazione della struttura gerarchica stessa (monarchica-piramidale-clericocentrica)? In essa la componente del clero è l’unica investita del munus gubernandi, mentre alla componente laicale è assegnata una funzione meramente consultiva (purtroppo, non poche volte, neanche considerata).

Solo il riconoscimento di simile realtà potrà considerare come la «separazione»3 del clero dal resto dei battezzati di fatto non si realizza in un totalizzante servizio di minorità (ministero← minus stare) (cfr. Lc 17, 7-10) ma purtroppo spesso si trasforma, rivestendosi, secondo l’osservazione del Popolo di Dio, dei contorni antievangelici del potere, del dominio (la signoria propria del dominus) e, nel peggio, della prevaricazione, dell’autoreferenzialità, del narcisimo, dell’individualismo e della vanagloria.

Un Papa che, come detto, davanti al dramma degli scandali già violentemente emersi durante il pontificato del predecessore, quelli della pedofilia e di quanti altri abusi registrati e riferiti ad una parte del clero, si è rivolto con un accorato appello al Popolo di Dio con la sua Lettera il 20.08.2020 denunciando i danni del clericalismo viene atteso alla prova dei fatti.

Se non ora, quando?

Quando la Chiesa Cattolica considererà la necessità di una radicale riforma teologica e strutturale che riveda il bilanciamento dei poteri decisionali, ridistribuendoli alla componente laicale rispetto a quella clericale e, in particolare, dando nuovo e significativo spazio alla presenza e al ministero delle donne? Quando si potrà dare spazio all’ordinazione dei viri probati e all’accesso al diaconato per le donne? Quando i massimi organismi della vita partecipativa ecclesiali, quelli dei Sinodi, potranno riconoscere diritto di voto oltre che di partecipazione ai massimi livelli alla componente laicale e alla componente femminile (sia in quota laicale che in quota di vita consacrata)?

Al momento sembra di poter registrare due linee direttrici nella strategia e nelle intenzioni del Vescovo di Roma.

La prima è quella che, de facto, si pone come non ricettiva di questi imput provenienti da una base composita di movimenti che chiedono una riforma radicale dell’istituzione, fondata sulla esigenza di trovare una soluzione al male, denunciato da Francesco, che è definito con il termine di clericalismo.

La seconda, quella che definirei significativa e al tempo stesso necessaria da cogliere, è quella che, fin dai primi passi del suo ministero, pare indicare e voler condurre la Chiesa oltre se stessa e i credenti fuori dal recinto dei luoghi deputati alla vita intraecclesiale.

Veniamo alla prima linea direttrice.

Il Vescovo di Roma, fin dai suoi primi passi, si sta sforzando di correggere la direzione della gestione della Santa Sede secondo un intento riformatore e, allo stesso tempo, in qualche maniera collegiale. Tale significato avrebbe nelle sue intenzioni il lavoro di un gruppo ristretto di nove cardinali chiamati a collaborare con lui per affrontare in agenda tutte le questioni che riguardano la gestione della Chiesa Cattolica.

Pare che egli ritenga che sia importante che le indicazioni ecclesiali siano gestite e disciplinate da ciascuna Conferenza Episcopale nazionale e regionale con un’autonomia decisionale maggiore di quella che al momento viene loro riconosciuta.

Egli poi sta cercando di incaricare vari laici nella gestione di alcuni uffici nelle varie Congregazioni vaticane.

Al di là dei tentativi e degli ostacoli registrati nella proposta di qualsiasi novità, e considerando naturalmente che il ruolo dei laici e delle donne nella Chiesa cattolica è ancora lontano dall’aver ricevuto un riconoscimento che non sia di facciata ma si traduca in gestione partecipata della funzione di governo, pare evidente che Francesco non intenda causare un qualche strappo con la componente più refrattaria e reazionaria, prediligendo l’auspicio per una maturazione diffusa da parte dei singoli vescovi e delle varie Conferenze Episcopali (in ordine alla sua proposta per una “Chiesa in uscita”), piuttosto che una qualche radicale riforma calata dall’alto da Pietro.

Due eventi tra tutti: le premesse della esortazione apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA, dove il vescovo di Roma, pur non presentando riforme auspicate e richieste dai padri sinodali (fra queste l’apertura ai viri probati), afferma che il suo documento non vuole chiudere a possibili riforme ma deve essere considerato solo come una proposta, rimandando al Documento conclusivo sinodale che egli non vuole né sostituire né ripetere4.

Altro passaggio significativo, come ho rilevato nel mio articolo sulle omelie di Francesco a Santa Marta durante il lockdown5, a mio modo di vedere è stata l’immagine iconica della “Chiesa come un fiume”6 in cui ogni corrente avrebbe diritto di cittadinanza. Francesco si è espresso altre volte a sfavore di qualsiasi processo che sia generativo di esperienze scismatiche che portano ancora oggi alla divisione. Dunque, egli preferisce non rispondere agli appelli molteplici che gli vengono mossi in ordine ad una riforma radicale e strutturale della Chiesa Cattolica, laddove ritenga che i tempi non siano maturi (ma qui è lecito domandarsi: “se non ora quando?” ossia: quando lo saranno?) o, più semplicemente, se questo dovesse comportare il rischio di un qualche scisma, paventato dalla componente più oltranzista della Chiesa Cattolica.

Veniamo ora alla seconda direttrice, quella che mi sembra caratterizzare questo ministero petrino fin dai suoi esordi e che, indubbiamente, miete consensi e plausi in gran parte del mondo extra-ecclesiale.

Francesco pone l’accento su questioni e su argomenti che vanno oltre le tematiche esclusivamente proprie alle coordinate del credente, rivolgendosi a tutti e confidando, naturalmente, in uno “passaggio di prospettiva” da parte dei credenti stessi.

Con le due ultime encicliche, la LAUDATO SI’ e la FRATRES OMNES, insieme all’esortazione apostolica post-sinodale QUERIDA AMAZONIA, egli sposta l’orizzonte dalle dinamiche ecclesiali ed intra ecclesiali per allargarlo alle questioni che riguardano l’intero globo terrestre, richiamando l’attenzione propria dei grandi documenti del Magistero Sociale della Chiesa.

E spazia in temi non nuovi a tale Magistero: i diritti dei popoli a partire dalla denuncia dello sfruttamento degli ultimi e dei poveri della Terra, dagli indios amazzonici agli abitanti di qualsiasi periferia della storia, lo scandalo globale costituito dai meccanismi dello scarto e dai disastri provocati da una globalizzazione che si fa promotrice di pochi e aguzzina per molti, l’appello alla promozione di una fraternità sociale da riscoprire, la questione ecologica con il dramma della casa comune che stiamo distruggendo; questi sono solo alcuni tra i temi che ci indirizzano verso la condivisione di un appello che il Vescovo di Roma rivolge a tutti in maniera insistente.

In gioco non c’è il futuro della Chiesa di Roma. C’è il futuro dell’umanità e della vivibilità dello stesso pianeta Terra.

Cogliere queste indicazioni non significherebbe rinunciare alla contemporanea richiesta rivolta da molti a Francesco, inerente una riforma radicale in seno alla Chiesa di Roma; significherebbe realizzare una ulteriorità di prospettive che il Signore stesso presentò ai suoi seguaci prima di consegnarli alla loro missione.

Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele? ”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. (At 1, 1-11)

Se non ora quando?

Continuiamo a lavorare e pregare per necessarie riforme interne alla Chiesa Cattolica.

Al tempo stesso, non lasciamoci sfuggire le indicazioni e i continui appelli che il Vescovo di Roma rivolge a tutti noi con il suo Magistero.

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1 RUSCONI R., Santo Padre. La santità del papa da san Pietro a Giovanni Paolo II, Viella, 2010

2 Lettera del Santo Padre Francesco al Popolo di Dio (20 agosto 2018) http://w2.vatican.va/content/ francesco/it/letters/2018/documents/papa-francesco_20180820_lettera-popolo-didio.html

3 CONCILIO VATICANO II, Decreto Presbyterorum Ordinis, http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decree_19651207-presbyterorum-ordinis_it.html

4 FRANCESCO, Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia http://www.vatican.va/content/ francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_ esortazione-ap_20200202_querida-amazonia.html

5 Alessandro Manfridi, Due mesi a Santa Marta, https://www.alessandromanfridicostruttoridiponti.com/2020/09/04/due-mesi-a-santa-marta/

6 FRANCESCO, Tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù, 4 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200504_cristo-unicopastore.html

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Due mesi a Santa Marta

Sono state 64 le celebrazioni eucaristiche del Vescovo di Roma trasmesse in diretta dalla cappella di Santa Marta, dal 9 marzo al 17 maggio 2020.

Per sua esplicita volontà, queste celebrazioni che dall’inizio del suo ministero hanno realizzato un incontro di carattere familiare con un numero ristretto di fedeli che vi hanno preso parte (migliaia in questi anni) e che non aveva mai voluto rendere pubbliche in maniera integrale e diretta, sono state invece in questo periodo aperte a tutti coloro che volessero prenderne parte attraverso il collegamento streaming trasmesso dai Media vaticani alle varie reti con esse collegate.

In tal modo il Papa ha inteso manifestare la sua vicinanza «agli ammalati di questa epidemia di coronavirus, per i medici, gli infermieri, i volontari che aiutano tanto, i familiari, per gli anziani che stanno nelle case di riposo, per i carcerati che sono rinchiusi»1.

Questo appuntamento, coinciso con un tempo significativo quale quello che ogni anno la liturgia propone con il cammino quaresimale prima e con il tempo pasquale poi, è stato condiviso in un contesto tanto critico quanto inaspettato quale quello della pandemia e del conseguente isolamento forzato dovuto al lockdown.

Partendo da un contesto determinato quale quello delle omelie che spiegano le letture bibliche della liturgia eucaristica, Francesco ha trasmesso tanti contenuti, indicazioni, suggestioni ed esortazioni, che sono stati accolti ed apprezzati non solo da coloro che si sono collegati sulla rete o via TV. In diretta ma anche da chi ne è venuto a conoscenza grazie ai media e ai TG che in quei giorni riportavano alcune riflessioni trasmesse da Santa Marta.

Proviamo a riprendere qualcuno di questi passaggi che crediamo sia importante accogliere e sviluppare.

Quali sono stati gli argomenti più apprezzatati in questi due mesi a Santa Marta?

Scorrendo tutte le omelie abbiamo rilevato i vocaboli che sono apparsi in più di una omelia e abbiamo registrato 106 voci tra queste.

I termini che maggiormente compaiono – prescindendo dai nomi: Figlio, Padre e Spirito Santo – sono le parole diavolo (in nove omelie), Chiesa (10), Legge (10), peccato (12), cuore (16), popolo di Dio (17) ; abbiamo inoltre unito i vocaboli fede, fidarsi, fedeltà, credere, fiducia constatando la loro ricorrenza in 21 omelie.

Quale sono le indicazioni che emergono per chi vive l’impegno della fede?

La fede va trasmessa, va offerta ma senza cadere nella tentazione di alcun proselitismo: le vie sono la testimonianza e il servizio; la veste quella dell’umiltà. Ogni proselitismo sfocia in una corruzione2.

A riguardo dell’attuazione della testimonianza della fede Francesco asserisce:

Tu puoi fare una struttura ospedaliera, educativa di grande perfezione, di grande sviluppo, ma se una struttura è senza testimonianza cristiana, il tuo lavoro lì non sarà un lavoro di testimone, un lavoro di vera predicazione di Gesù: sarà una società di beneficenza, molto buona – molto buona! – ma niente di più 3.

Queste parole paiono una risposta a tutti coloro che accusano il vescovo di Roma di promuovere una visione che trascurerebbe il primato della fede con la proposta della Chiesa come “ospedale da campo”. Francesco invita ad essere guardinghi e a fondare l’impegno della predicazione della fede sul binomio testimonianza e preghiera.

La fede si caratterizza nella concretezza che si delinea nei suoi vari aspetti: la concretezza della verità, la concretezza dell’umiltà, la grazia della semplicità 4.

Il servizio è il tratto peculiare presente nella “carta d’identità” del seguace di Gesù ed è questo stile che porta a costruire ed edificare secondo la chiamata della elezione, come trasmesso nell’omelia del martedì della Settimana Santa. Fondamentale la perseveranza nel servizio5.

I concetti biblici di elezione, promessa e alleanza sono ricordati nell’omelia del 2 aprile.6

Afferma inoltre Francesco: guai invece, agli ipocriti e ai corrotti. Dio infatti

ai corrotti non perdona, semplicemente perché il corrotto è incapace di chiedere perdono, è andato oltre. Si è stancato … no, non si è stancato: non è capace. La corruzione gli ha tolto anche quella capacità che tutti abbiamo di vergognarci, di chiedere perdono. No, il corrotto è sicuro, va avanti, distrugge, sfrutta la gente, come questa donna, tutto, tutto … va avanti. Si è messo al posto di Dio7.

Uno degli atteggiamenti più deleteri e distruttivi, opposti al messaggio evangelico, è quello della mormorazione, della lamentela, del chiacchiericcio, che diviene un vero e proprio linciaggio sociale, arrivando a capovolgere la verità con calunnie e notizie false che, se diffuse, trascinano le masse, sfociando anche in forme di violenza cruenta.

Oltre agli esempi di Gesù e di Stefano e dei martiri cristiani di ogni epoca, abbiamo il dramma contemporaneo della Shoà8.

Davanti a questa situazione letale, che si caratterizza con un accanimento distruttivo, l’esempio trasmesso a noi da Gesù è quello del coraggio di tacere: contrapporre all’accanimento soltanto il silenzio, mai la giustificazione9.

Le prevaricazioni umane non si fermano alla mormorazione e all’accanimento che porta alla violenza fisica ma sono tragicamente attualizzate da ogni forma di ingiustizia che travalica le singole società per assumere dimensioni universali.

Magistrale a riguardo è l’omelia del mercoledì Santo con la lettura del tradimento accostata alla vendita del nostro prossimo.

Quando noi pensiamo al fatto di vendere gente, viene alla mente il commercio fatto con gli schiavi dall’Africa per portarli in America – una cosa vecchia – poi il commercio, per esempio, delle ragazze yazide vendute a Daesh: ma è cosa lontana, è una cosa … Anche oggi si vende gente. Tutti i giorni. Ci sono dei Giuda che vendono i fratelli e le sorelle: sfruttandoli nel lavoro, non pagando il giusto, non riconoscendo i doveri … Anzi, vendono tante volte le cose più care. Io penso che per essere più comodo un uomo è capace di allontanare i genitori e non vederli più; metterli al sicuro in una casa di riposo e non andare a trovarli … vende. C’è un detto molto comune che, parlando di gente così, dice che “questo è capace di vendere la propria madre”: e la vendono. Adesso sono tranquilli, sono allontanati: “Curateli voi …”.

Oggi il commercio umano è come ai primi tempi: si fa. E questo perché? Perché: Gesù lo ha detto. Lui ha dato al denaro una signorìa. Gesù ha detto: “Non si può servire Dio e il denaro” (cf.Lc. 16,13), due signori. È l’unica cosa che Gesù pone all’altezza e ognuno di noi deve scegliere: o servi Dio, e sarai libero nell’adorazione e nel servizio; o servi il denaro, e sarai schiavo del denaro. Questa è l’opzione; e tanta gente vuole servire Dio e il denaro. E questo non si può fare. Alla fine fanno finta di servire Dio per servire il denaro. Sono gli sfruttatori nascosti che sono socialmente impeccabili, ma sotto il tavolo fanno il commercio, anche con la gente: non importa. Lo sfruttamento umano è vendere il prossimo… da rubare a tradire c’è un passo, piccolino. Chi ama troppo i soldi tradisce per averne di più, sempre: è una regola, è un dato di fatto10.

Basti pensare alle ingiustizie che negano la dignità dell’uomo imponendo condizioni di lavoro che sono vere e proprie situazioni di schiavitù11.

Tocca le coscienze l’omelia del 6 aprile:

Questa storia dell’amministratore non fedele è sempre attuale, sempre ce ne sono, anche a un alto livello: pensiamo ad alcune organizzazioni di beneficenza o umanitarie che hanno tanti impiegati, tanti, che hanno una struttura molto ricca di gente e alla fine arriva ai poveri il quaranta percento, perché il sessanta è per pagare lo stipendio a tanta gente. È un modo di prendere i soldi dei poveri. Ma la risposta è Gesù. E qui voglio fermarmi: “I poveri infatti li avete sempre con voi” (Gv. 12,8). Questa è una verità: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. I poveri ci sono. Ce ne sono tanti: c’è il povero che noi vediamo, ma questa è la minima parte; la grande quantità dei poveri sono coloro che noi non vediamo: i poveri nascosti. E noi non li vediamo perché entriamo in questa cultura dell’indifferenza che è negazionista e neghiamo: “No, no, non ce ne sono tanti, non si vedono; si, quel caso …”, diminuendo sempre la realtà dei poveri. Ma ce ne sono tanti, tanti.

O anche, se non entriamo in questa cultura dell’indifferenza, c’è un’abitudine di vedere i poveri come ornamenti di una città: sì, ci sono, come le statue; sì, ci sono, si vedono; sì, quella vecchietta che chiede l’elemosina, quell’altro … Ma come se fosse una cosa normale. È parte dell’ornamentazione della città avere dei poveri. Ma la grande maggioranza sono i poveri vittime delle politiche economiche, delle politiche finanziarie. Alcune recenti statistiche fanno il riassunto così: ci sono tanti soldi in mano a pochi e tanta povertà in tanti, in molti. E questa è la povertà di tanta gente vittima dell’ingiustizia strutturale dell’economia mondiale. E ci sono tanti poveri che provano vergogna di far vedere che non arrivano a fine mese; tanti poveri del ceto medio, che vanno di nascosto alla Caritas e di nascosto chiedono e provano vergogna. I poveri sono molto più [numerosi] dei ricchi; molto, molto … E quello che dice Gesù è vero: “I poveri infatti li avete sempre con voi”. Ma io li vedo? Io me ne accorgo di questa realtà? Soprattutto della realtà nascosta, coloro che provano vergogna di dire che non arrivano a fine mese12.

La disponibilità a partecipare alle sofferenze di coloro che sono stati colpiti da questa pandemia13, deve aprire la nostra riflessione sui fratelli sofferenti per tante altre pandemie come quella della fame nel mondo14.

Che questa esperienza di pandemia diventi dunque un’occasione per ridefinire le nostre opzioni e non ricadere in quella che viene definita nostalgia del sepolcro:

Anche oggi, davanti alla prossima – speriamo che sia presto – prossima fine di questa pandemia, c’è la stessa opzione: o la nostra scommessa sarà per la vita, per la resurrezione dei popoli o sarà per il dio denaro: tornare al sepolcro della fame, della schiavitù, delle guerre, delle fabbriche delle armi, dei bambini senza educazione … lì c’è il sepolcro15.

Indubbiamente quella della pandemia è una esperienza di crisi sociale, come tanti altri possono essere i tempi di crisi: matrimoniali, familiari, lavorativi. Come reagire nei momenti di crisi?

Nella mia terra c’è un detto che dice: “Quando tu vai a cavallo e devi attraversare un fiume, per favore, non cambiare cavallo in mezzo al fiume”. [] È il momento della fedeltà, della fedeltà a Dio, della fedeltà alle cose [decisioni] che noi abbiamo preso da prima. È anche il momento della conversione, perché questa fedeltà sì, ci ispirerà qualche cambiamento per il bene, non per allontanarci dal bene16.

Qual’è il ruolo del popolo di Dio, termine più ricorrente, forse non a caso, in queste omelie a Santa Marta?

Il cristianesimo non è solo un’etica, non è solo un’élite di gente scelta per testimoniare la fede.

Il credente deve sperimentare il fiuto e vivere la memoria di appartenere al popolo di Dio. Acquisire una coscienza di popolo:

Quando manca questo vengono i dogmatismi, i moralismi, gli eticismi, i movimenti elitari. Manca il popolo17.

Una delle immagini che rimarrà più impressa in questo ciclo di omelie è quella della Chiesa come un fiume nel quale hanno diritto di presenza tutte le diverse correnti.

Riteniamo sia questa un’asserzione decisa in risposta a tutti coloro che rivendicano pretese ai limiti dello scisma o lamentano l’impossibilità della coabitazione di anime diverse, tradizionaliste o progressiste che siano.

Qui Francesco continua a ricordare che l’opera della divisione, della frammentazione tra partiti (io sono di Paolo, io sono di Apollo…) si presenta come una vera e propria malattia per la Chiesa.

La Chiesa è come un fiume, sai? Alcuni sono più da questa parte, alcuni dall’altra parte, ma l’importante è che tutti siano dentro al fiume”. Questa è l’unità della Chiesa. Nessuno fuori, tutti dentro. Poi, con le peculiarità: questo non divide, non è ideologia, è lecito. Ma perché la Chiesa ha questa ampiezza di fiume? È perché il Signore vuole così18.

Chiudiamo questo ventaglio di citazioni con la significativa omelia del 18 marzo in cui Francesco ci ricorda che

Il nostro Dio è il Dio della vicinanza, è un Dio vicino, che cammina con il suo popolo.[] L’uomo rifiuta la vicinanza di Dio, lui vuole essere padrone dei rapporti e la vicinanza porta sempre con sé qualche debolezza.[] Il “Dio vicino” si fa debole, e quanto più vicino si fa, più debole sembra[]

Il nostro Dio è vicino e chiede a noi di essere vicini, l’uno all’altro, di non allontanarci tra noi. E in questo momento di crisi per la pandemia che stiamo vivendo, questa vicinanza ci chiede di manifestarla di più, di farla vedere di più. Noi non possiamo, forse, avvicinarci fisicamente per la paura del contagio, ma possiamo risvegliare in noi un atteggiamento di vicinanza tra noi: con la preghiera, con l’aiuto, tanti modi di vicinanza. E perché noi dobbiamo essere vicini l’uno all’altro? Perché il nostro Dio è vicino, ha voluto accompagnarci nella vita. È il Dio della prossimità. Per questo, noi non siamo persone isolate: siamo prossimi, perché l’eredità che abbiamo ricevuto dal Signore è la prossimità, cioè il gesto della vicinanza19.

A qualche mese dall’inizio della pandemia rileggere le parole di Francesco risulta una occasione preziosa per dare un senso agli avvenimenti e spronare ciascuno alla costruzione di un mondo migliore.

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1 Vatican News, La vicinanza del Papa: Messa di Santa Marta in diretta ogni giorno, in https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/coronavirus-papa-francesco-messa-santa-marta-ogni-giorno.html

2 Cfr. FRANCESCO, La fede va trasmessa, va offerta, soprattutto con la testimonianza, 25 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200425_testimoniare-lafede-conlavita.html

3 ID., Senza testimonianza e preghiera non si può fare predicazione apostolica, 30 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200430_testimonianza-e-preghiera.html

4 Cfr. ID., La concretezza e la semplicità dei piccoli, 29 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200429_laconcretezza-dellaverita.html

5 Cfr. ID., Perseverare nel servizio, 7 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200407_perseverare-nelservizio.html

6 Cfr. ID., Le tre dimensioni della vita cristiana: elezione, promessa, alleanza, 2 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200402_letre-dimensioni-dellavita.html

7 ID., Fidarsi della misericordia di Dio, 30 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200330_pregare-peril-perdono.html

8 Cfr. ID., Il piccolo linciaggio quotidiano del chiacchiericcio, 28 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200428_laverita-dellatestimonianza.html

9 Cfr. ID., Il coraggio di tacere, 27 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200327_ilcoraggio-ditacere.html

10 ID., Giuda, dove sei?, 8 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200408_tra-lealta-e-interesse.html

11 Cfr. ID., Il lavoro è la vocazione dell’uomo, 1 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200501_illavoro-primavocazione-delluomo.html

12 ID., Cercare Gesù nel povero, 6 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200406_la-poverta-nascosta.html

13 Cfr. ID., La domenica del pianto, 29 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200329_lagrazia-dipiangere.html

14 Cfr. ID., Giorno di fratellanza, giorno di penitenza e preghiera, 14 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200514_giornodi-fratellanza-penitenza-preghiera.html

15 ID., Scegliere l’annuncio per non cadere nei nostri sepolcri, 13 aprile 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200413_annunciare-cristo-vivoerisorto.html

16 ID., Imparare a vivere i momenti di crisi, 2 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200502_lecrisi-occasioni-diconversione.html

17 ID., Essere cristiani è appartenere al popolo di Dio, 7 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200507_consapevoli-diessere-popolodidio.html

18 ID., Tutti abbiamo un unico Pastore: Gesù, 4 maggio 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200504_cristo-unicopastore.html

19 ID., Il nostro Dio è vicino e ci chiede di essere vicini l’uno all’altro, 18 marzo 2020, in http://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2020/documents/papa-francesco-cotidie_20200318_pergli-operatorisanitari.html

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Costruttori di ponti

VISION COSTRUTTORI DI PONTI

L’immagine del ponte richiama alla sua funzione: unire, collegare, permettere la comunicazione, oltrepassare gli ostacoli, innalzarsi sopra di essi, permettere di proseguire un percorso, condurre a conoscere ciò che c’è oltre gli ostacoli, favorire l’incontro superando una situazione iniziale di separazione.

Queste caratteristiche sono preziose ed importanti, e insieme con la bellezza di tante costruzioni opera dell’uomo che si ergono sulle asperità del paesaggio naturale, questa immagine diviene ispirazione per un approccio ad ogni situazione che coinvolge le relazioni umane e metodo per ricercare soluzioni costruttive ad ogni questione.

Costruttori di ponti.

Siamo diversi, per cultura, formazione, mentalità, stili di vita, opinioni.

Donne e uomini; adulti e giovani; vecchi e bambini; poveri e ricchi; bianchi, neri, gialli, rossi; di destra o di sinistra; sovranisti o europeisti; repubblicani o monarchici; democratici o sostenitori di un regime assolutista; governativi o anarchici; atei, agnostici o credenti; cattolici, ortodossi o protestanti; cristiani, ebrei, musulmani; monoteisti o politeisti; cultori delle scienze esatte o di quelle umanistiche; laureati o analfabeti; lavoratori o disoccupati; imprenditori o dipendenti; professionisti o dilettanti; idealisti o pragmatici; schiavi o liberi… 

Nessuno può negare le nostre differenze. Nessuno le può ignorare.

Lo stesso Aeropago della rete, dei social, dei nuovi media, tende ad esasperare le differenze, esaltando l’opinione, il parere, il punto di vista di ogni singolo pensante o non pensante, le fake news, gli hate speech.

La diversità diventa fazione, divisione, scontro.

La diversità fa paura, desta disagio, chiama a contrapposizione. 

Si ergono muri, si marcano distanze, ci si arrocca nei propri recinti e li si difende a qualunque costo.

La storia è colma di esempi, di pagine, di eventi che hanno mostrato, in maniera drammatica, gli sviluppi di queste dinamiche.

Eppure, la diversità non deve necessariamente portare ad una contrapposizione, ad uno scontro, ad un conflitto.

Senza negare le singole identità e le singole appartenenze (di un individuo, di una popolazione, di uno Stato), il cammino della convivenza civile, sociale e inter-multi/culturale, multietnica, multireligiosa può portare a un un’arricchimento reciproco e collettivo. 

Costruttori di ponti.

E non “identificatori di identità”. 

Quando si passa un confine è necessario dichiararsi.

C’è un passaporto, una carta d’identità, un bagaglio, qualcosa che ci appartiene e va dichiarata.

C’è chi ci deve identificare, schedare, timbrare.

Questo avviene sul confine.

E questo avviene sul confine dell’incontro.

Quando entro in contatto con una nuova persona o con una nuova situazione ho la necessità di definirla.

Ho la necessità di leggerla.

Per farlo, non posso che partire dalla mia visione, dalla mia prospettiva, dal mio punto di vista.

Sono determinato da quello che sono e da quello che sono divenuto.

Ho una cultura, un’idioma linguistico, una mentalità. 

Vedo con le “mie” lenti. Ascolto con le “mie” orecchie. Sento, percepisco, leggo, interpreto, dispongo, giudico, sviluppo in base a quello che IO SONO.

Fin qui, tutto normale.

La precomprensione è inevitabile.

A volte lo è anche il pregiudizio.

Ad una condizione: che tutto questo non mi porti ad alzare muri.

Se sono predisposto e disposto a COSTRUIRE PONTI non sarà la precomprensione a impedirlo e sarò disposto a rivedere i miei pregiudizi e riconoscere che “c’è qualcosa di diverso oltre questo ponte”. Di diverso non solo perché diverso da me. Di diverso in quanto diverso dalle mie precomprensioni, dai miei pregiudizi, da quello che avevo pensato e creduto di trovare oltre questo ponte; mi sbagliavo perché, prima dell’incontro, la mia conoscenza era incompleta e forse viziata.

Costruttori di ponti, dicevamo.

Non “identificatori di identità”.

Quando incontro l’altro, al di là del mio suddetto approccio “precomprensivo” (conoscere l’altro attraverso il mio metro di lettura) quanto pesano sul mio giudizio gli stereotipi che sono, in sé, “divisori” perché portatori di un tratto binario?

Quello che favorirà l’innalzamento di muri piuttosto che la costruzione di ponti sarà appunto questo metodo. 

Quello di chi, sul confine, più che APRIRSI all’altro, all’incontro, a una relazione tra diversi, sentirà il bisogno di definirlo, di tracciare la sua identità, di “schematizzarlo”.

Per poter, lui sì, DOMINARE quest’incontro.

Non l’accoglienza delle diversità ma il controllo delle stesse.

Un approccio simile potrebbe nascere, non tanto dalla  necessità di definire la propria identità (cosa sacrosanta anche se forse non esauribile; perché io stesso non sono “determinato” ma “in divenire”); potrebbe nascere dalla “paura del diverso”, dalla “paura dell’ignoto”, in definitiva dalla “paura dell’altro”: così ben evidente dalla necessità di “schedarlo” fra un ventaglio di stereotipi che posso controllare.

Evidentemente tale approccio potrebbe nascere proprio a causa di una insicurezza di partenza.

Se ho la necessità di “avere tutto sotto controllo” questa nasce proprio dal fatto che io stesso non ho sotto controllo quello che sono.

E riverso le mie insicurezze sulla necessità di “tenere sotto controllo” gli altri.

Divenendo non dunque un costruttore di ponti ma un “identificatore di identità”.

Se quando entro in relazione con una nuova persona sento il bisogno impellente di “identificarla” potrei dunque vivere un tale meccanismo.

“Sei di destra o di sinistra? Sei cattolico o musulmano? Sei credente o ateo? Sei etero o Lgbt? Sei un filosofo o uno scienziato? Sei un capitalista o un proletario? Sei un imprenditore o un dipendente? Sei emigrato o immigrato? Sei bianco o nero? Sei donna o uomo? Sei vecchio o giovane? Sei sportivo o sedentario? Sei grasso o magro? Sei governativo o anarchico? Sei ricco o povero?”… e via dicendo. 

L’ambizione di un costruttore di ponti è quella di incontrare ed entrare in relazione con ognuna di queste persone e di queste situazioni; di non negarne le diversità, le asperità, i conflitti; ma di cercare un punto d’incontro, una proposta, una soluzione; di indicare sempre una visione d’insieme, dei punti d’appoggio, un bene comune.

VISIONE D’INSIEME: ciò che unisce le due sponde di un percorso non sono due punti di vista diversi, opposti, parziali. Ciò che le unisce è la visione d’insieme.

Ogni problema va riconosciuto, affrontato, dibattuto, e il lavoro non è semplice, a volte ci possono essere diversità di vedute e scontri, ma per costruire un ponte, per risolvere le situazioni, c’è la necessità di far incontrare visioni panoramiche diverse.

PUNTI D’APPOGGIO: i pilastri sono necessari, fondamentali. Possono ergersi ad altezze impensabili e su asperità notevoli; vanno piantati ciascuno a partire dalle due sponde opposte. Ma la strada costruita su di essi diviene un tutto unico.

UN BENE COMUNE. È un concetto che ha valenze che vanno al di là dell’utile “materiale” (un ponte favorisce comunicazioni, scambi economici, moneta, sviluppo, prosperità) per transitare a livelli semantici uteriori: politico (non “partitico”), sociale, culturale, morale, religioso, interiore, spirituale.

Anche il concetto di “bene comune” può essere diversamente normato e sentito.

Nelle società di non molto tempo fa, ad esempio, la schiavitù era considerata accettabile e necessaria per le esigenze del “bene comune” delle realtà che su di essa si fondavano.

Se però oggi, l’idea di “bene comune” suggerisce la promozione integrale dell’esistenza di ogni essere umano sulla Terra, è evidente che abbiamo ancora molto da fare. 

Dunque, consapevoli dei nostri limiti e delle nostre diversità, rendiamoci disponibili a questa fatica.

Spero di poter dare il mio contributo e costruire solidi ponti anche con persone che sono diverse da me e dal mio modo di agire e di pensare.

Se quello che conta sarà sforzarci di costruire ponti, qualcosa di buono riusciremo a fare.

Alessandro Manfridi 

visioncostruttoridiponti@gmail.com