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Autore: Alessandro Manfridi
La solitudine dei figli maggiori
Il recente dibattito sulla questione del celibato deve farci considerare quella che qui analizziamo come “la solitudine dei figli maggiori”…
3 Marzo 2026
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Da domenica 22 febbraio a domenica 22 marzo 2026, per commemorare gli 800 anni del transito di San Francesco d’Assisi, per la prima volta nella storia, i Frati Minori hanno organizzato una prima ostensione pubblica delle spoglie mortali del patrono d’Italia. La sua figura, da sempre celebrata e ammirata nel mondo intero, ispiratrice del dialogo tra le religioni voluto da Giovanni Paolo II e del nome e del ministero di papa Francesco, con questo centenario è al centro di celebrazioni, iniziative e pubblicazioni varie.
“Francesco d’Assisi? Non riesco a comprendere come possa essere additato a modello di vita cristiana un uomo che ha abbandonato e rinnegato suo padre, sua madre e la sua famiglia!” – questa la considerazione, sofferta, di una madre di famiglia. Se è vero che nei Vangeli Gesù stesso invita a lasciare la propria famiglia di origine per le esigenze del Regno di Dio (cfr. Lc 14, 25-27), è anche vero che questo passo non deve intendersi come rivolto esclusivamente a coloro che fanno una scelta di speciale consacrazione, assumendo voti di castità o promesse di celibato e rinunciando a costituire una propria famiglia. Questo passo deve essere inteso come rivolto a tutti, con un invito ad una priorità nella sequela di Dio, alla quale devono essere subordinati anche gli affetti più cari.
Il ragionamento su un Francesco “traditore degli affetti più cari e trasgressore del comandamento che invita ad onorare il padre e la madre” ci invita ad un ascolto del punto di vista opposto a quello che siamo soliti assumere. A ben vedere le stesse parabole, se siamo attenti, si prestano a dar voce a questi punti di vista “altri”. Così, pare condivisa da molti la perplessità degli operai della prima ora che sono pagati come quelli dell’ultima (cfr. Mt 20, 1-16). Don Tonino Bello commentava con sofferenza l’egoismo pragmatico delle vergini sagge, risolute nel non condividere il proprio olio con le vergini stolte (cfr. Mt 25, 1-13). E cosa dire dell’approvazione di Gesù nei confronti della scaltrezza dell’amministratore disonesto? (cfr. Lc 16, 1-8).
Una tra le parabole più conosciute è la parabola finale delle tre parabole “della misericordia” narrate nel capitolo 15 del Vangelo di Luca. Già nella proposta del titolo i commentatori spostano i riflettori sui vari attori definendola “parabola del figliol prodigo”, “parabola del padre misericordioso”, “parabola dei due fratelli”. L’attenzione è dunque in primis sul figlio minore, poi sull’atteggiamento accogliente del padre, infine sullo sdegno del figlio maggiore. Anche nell’iconografia viene tradizionalmente rappresentato l’abbraccio tra il padre e il figlio minore; il fratello non viene rappresentato. Celeberrimo il dipinto di Rembrandt, dove le mani del padre sulle spalle del figlio hanno le fattezze di una mano maschile e di una mano femminile: a significare i sentimenti di paternità protettiva e al tempo stesso di amore materno viscerale che sono riportate nelle pagine bibliche del Dio che si rivela, al tempo stesso, con le caratteristiche di un Padre e di una Madre.
Quali sono i sentimenti del figlio maggiore, scaturiti dal suo dialogo con il padre? Sconcerto, amarezza, rabbia, sdegno, forse invidia. Tutti noi, ascoltatori della parabola e spettatori degli atti che il racconto mette in scena, ci sentiamo portati a parteggiare per il padre e per il suo atteggiamento accogliente nei confronti del figlio minore e critichiamo la reazione del figlio maggiore. Nella risposta del padre è per noi scritta la “sentenza” che caliamo sul figlio maggiore: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto quello che è mio è tuo!”. Ecco! Non è vero che il padre non ha mai concesso un capretto al figlio maggiore per fare festa con i propri amici! È il figlio maggiore che non ha mai ritenuto di chiedere al padre quello che il padre gli avrebbe concesso senza indugio, come d’altronde aveva fatto verso il figlio minore!
Mettiamoci ora nei panni del figlio maggiore. Egli non è mosso da un sentimento oscuro di invidia nei confronti del fratello; è invece percorso da un grido profondo che reclama giustizia. Egli ha sempre seguito le regole, è stato ligio ai suoi doveri, ha sempre reso al padre quel rispetto che la legge richiede. Ora che il fratello, dopo essersi divertito e aver dilapidato il patrimonio che gli spettava, è tornato, questi è stato accolto con una grande festa. Ma la ferita più grande che il figlio maggiore subisce non è tanto verso una ingiustizia che egli sente di aver subito; quanto è quella di non sentirsi compreso da quel padre che egli ha sempre rispettato. Quello che lo devasta non è dunque lo sconcerto, non è lo smarrimento, non è neppure la sofferenza che egli dimostra con la sua ribellione piena di amarezza; è, sicuramente, il suo senso di profonda solitudine che lo travolge.
La parabola dunque, oltre a raccontarci la traiettoria da una vita dissoluta ad una nuova opportunità di rinascita per il figliol prodigo; oltre a raccontarci le caratteristiche misericordiose di un padre che assume i tratti degli stessi sentimenti e atteggiamenti che sono quelli del Padre di cui ci parla Gesù; ci racconta anche il dramma del figlio maggiore che si sente incompreso e tradito da parte del padre. La solitudine del figlio maggiore.
Facciamo un’attualizzazione a partire dal dibattito che è stato ravvivato dalla scelta del “prete influencer”, don Alberto Ravagnani, di lasciare il ministero. Coloro che, come lui, preti, consacrati, monaci e suore abbiano scelto di “dismettere l’abito” non necessariamente sono paragonabili alla figura del figliol prodigo, per tanti motivi. I
Il primo è che difficilmente, forse solo in rarissimi casi, chi lascia se ne va con “la cassa” dei conti bancari. La cosa potrebbe accadere solo a qualche superiore di qualche istituto che abbia in effetti accesso a conti milionari. In alcuni casi chi lascia ha la possibilità di garantirsi il pane, o grazie a sue pregresse risorse economiche, o grazie all’appoggio della sua famiglia di origine o di quella che si va a costituire, o grazie ad una attività lavorativa già in essere o che parte al momento del passaggio da uno stato di vita ad un altro. In moltissimi casi invece chi lascia si trova a vivere anni di precarietà, perché a 40, 50 o 60 anni deve industriarsi nel mercato del lavoro e reinventarsi, non essendo i suoi cinque o sette anni di studi universitari in teologia spendibili nel panorama lavorativo italiano, ad eccezione dell’eventualità di essere accolto come insegnante di religione cattolica nelle scuole statali. Altro motivo che non allinea tali persone alla figura del figliol prodigo: il “ritorno alla casa del padre” non deve essere inteso come richiesta di rientrare nel ministero (casi rarissimi) o calcolo interessato o come pentimento per un male prodotto. Si tratta, piuttosto, di richieste ad essere riconosciuti come figli appartenenti all’unica famiglia di origine, quella della comunità ecclesiale.
È qui che entra in campo la sofferenza e il dramma dei figli maggiori. Questi sono quegli ex “confratelli” o ex “consorelle” che sono rimasti, fedeli, nel ministero loro affidato. E che vivono il disagio, la sofferenza, il rifiuto verso una possibile accoglienza dei “figli minori” che vorrebbero essere riconosciuti e accolti nuovamente in famiglia. Queste persone, vivono, dunque, la SOLITUDINE DEI FIGLI MAGGIORI.
Perché il dibattito sulla possibilità di abolire l’obbligatorietà del celibato, su quello del rivedere il sistema di rinnovamento delle promesse dello stesso, ogni giovedì Santo durante la solenne messa crismale o quello di ripensare i “voti perpetui” dei consacrati, monaci o suore, dando loro la possibilità di “uscire dai ranghi” senza restare per la strada rischiando la fame, vengono vissuti con sofferenza e smarrimento da parte dei “figli maggiori”?
“Si è sempre fatto così, perché bisogna cambiare?” “Io ho sofferto, mi sono adeguato alla legge, mi son dovuto “reprimere” e controllare, ho rinunciato a costituirmi una famiglia con coniuge e figli… perché chi vuole fare questa scelta dovrebbe essere riammesso in famiglia?” In effetti, nelle statistiche, non è il clero celibe a chiedere il ripensamento del celibato.
Qual è il dilemma del padre? Può rischiare di perdere o vedere allontanarsi o non avere più il riscontro del rispetto, dell’obbedienza, da parte dei suoi “figli maggiori”? Non può correre questo rischio. Per questo coloro che hanno la responsabilità delle diocesi o degli Istituti religiosi (vescovi, Padri superiori o Madri superiore) non possono permettersi di “riaccogliere nel gregge” a braccia spalancate coloro che hanno fatto la scelta di lasciare il ministero.
Tanto più, è difficile per loro spendersi senza riserve per trovare dei percorsi lavorativi che permettano a chi lascia (e alle loro famiglie) di vivere in maniera dignitosa. Se dovessero far questo, potrebbero rischiare non solo la ribellione ma anche l’emulazione dei “figli maggiori”, tentati, a questo punto, di imitare le scelte di chi ha lasciato.
Chiudiamo questa nostra riflessione passando dalla considerazione di una solitudine “psicologica”, quella dei figli maggiori che si sentono traditi dai padri, ad una solitudine effettiva. C’è una vignetta celeberrima, intitolata “la solitudine del prete”, dove viene illustrato un ministro che viene tirato per la tonaca da tutte le parti, per l’impegno di una miriade di attività parrocchiali che lo terrebbero sempre occupato. La vignetta, che vorrebbe suggerire l’idea che il prete non è mai solo, perché sempre circondato da persone nei suoi vari impegni, non può negare quella che è invece la realtà.
Questa solitudine, ad una attenta analisi, non è solo quella della rinuncia ad una famiglia. Ha anche, non raramente, altri livelli. Può divenire una solitudine affettiva, perché l’impegno a non legarsi a nulla e a nessuno può inaridire chi porta avanti questo sforzo negando e sopprimendo ogni tipo di sentimento. Può essere una solitudine di classe, quando a volte il rapporto con i “confratelli” o con le “consorelle” si dovesse rivelare superficiale e non veramente fraterno. È, senza dubbio, in maniera radicale, una solitudine sistemica ed inevitabile, quando l’impostazione delle comunità non è quella di una condivisione responsabile di tutti i suoi membri, pur nella varietà e nell’articolazione dei compiti e dei ministeri, ma è, fondamentalmente, quella di “un uomo solo al comando” dal quale, di fatto, dipende l’ultima parola e la decisione finale su tutta la gestione delle linee e delle attività comunitarie.
Questa solitudine cronica è naturalmente in proporzione esponenziale sempre più ampia e pesante, man mano che si sale nella scala gerarchica e nelle responsabilità connesse ai ruoli ed è naturalmente umanamente dolorosa e va affrontata non solo con le motivazioni spirituali, quelle legate alla vocazione, al mandato, alla missione, al servizio; anche l’apporto delle scienze umane può essere di aiuto, dando supporto psicologico e gli strumenti per riconsiderare e rifondare le motivazioni di partenza che possono risultare non più sufficienti a reggere il peso di questa solitudine. Così, un padre spirituale di un Seminario Maggiore teologico italiano, affermava ai candidati agli Ordini Sacri: “Ragazzi, non c’è solitudine più grande, rispetto a quella che possa sperimentare un prete, che la solitudine che vivono i vescovi!”
Se la “carriera ecclesiastica” fosse fonte di potere e di ricchezze come può avvenire per il CEO di una grande Società, non ci sarebbe da stupirsi per il gradimento che questa riscuote. Ma se parliamo di servizio e di peso delle responsabilità, è logico che la solitudine di chi è più in alto è incolmabile rispetto a quella di chi è nei gradini precedenti (cfr Mc 10, 43-44; Mt 20, 26-28).
Rispettiamo dunque e accompagniamo chi vive queste solitudini.
E non stupiamoci neanche della “solitudine dei figli maggiori”.
Vocazione, quella conversione costante.
Il tempo di Quaresima ci ricorda che il “mestiere” della vita come “vocazione” richiede una continua “conversione” e non la “routine” tipica di un lavoro ordinario…
23 Febbraio 2026
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L’immagine plastica di San Paolo (Saulo) caduto da cavallo, riprodotta da Caravaggio e conservata nella Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma, ci presenta l’episodio celebrato nel calendario come quello della sua “Conversione” (cfr. At 9,1-19, At 22,6-11, At 26,12-18). In realtà, il nostro professore di esegesi biblica neotestamentaria ci invitava a notare come sia improprio, in questo caso, parlare di “conversione”. Sarebbe molto più esatto parlare di “vocazione”.
Se per conversione, infatti, si intende il passaggio da una ignoranza della fede all’accoglienza della stessa, nulla è più sbagliato se riferito a colui che sarebbe diventato “l’Apostolo delle genti”. Paolo è tutt’altro di quello che si può definire un “ignorante nella fede”, come egli ben riassume nella sua difesa dinanzi alle accuse che gli muovono i suoi avversari:
“Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (cfr. Fil 3, 4-6).
Paolo è un credente, zelante, difensore della fede dei padri nei confronti di questa nuova “setta”, che egli perseguita. Sulla via di Damasco il Signore lo chiama, in maniera potente, facendo “violenza” su di lui. “Conversione”, traduzione italiana della parola greca “metànoia”, significa “cambiamento di prospettiva”, significa “mettere a fuoco”, “centrare” ciò che era “fuori mira”, come Gesù sintetizza nel suo primo annuncio:
“Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è qui. Convertitevi e credete al Vangelo” (cfr. Mc 1, 14-15).
A questo punto vogliamo raccogliere una considerazione di Roberto Beretta:
“Vocazione? Sarebbe ora di finirla con la retorica della vocazione sacerdotale e religiosa come “chiamata di Dio”. Si dica semplicemente che è un impegno, un servizio che alcuni – dopo averlo sperimentato e avendone magari le doti – accettano di assumersi. Come si fa in tanti altri mestieri” (Post.it su VinoNuovo, 2 febbraio 2026).
E proporre qualche osservazione.
Nei cammini di formazione alla vita consacrata e al sacerdozio sacramentale non avviene una “sperimentazione” del ministero, che sarà invece assunto al termine di questi iter. In questo senso, l’”apprendistato” non è quello che si svolge “sul campo”, come può avvenire per altri “mestieri”. I seminaristi e gli altri candidati, è vero, fanno alcune esperienze propedeutiche di servizio in varie realtà, ecclesiali e sociali (fra tutte le parrocchie e gli oratori), ma le stesse sono solo un “assaggio” del ministero che un giorno verrà assunto.
Certamente, le “doti” delle quali si parla sono tutte quelle qualità umane, relazionali e proprie di chi si forma al ministero (spiritualità, studi filosofici e teologici, vita di preghiera, competenze pastorali). Ma il punto di partenza è proprio il discernimento che i formatori operano sulle motivazioni di ingresso che hanno portato i candidati ad intraprendere questi percorsi. E a quella che ciascuno ritiene sia stata la propria “vocazione”. Così – e questo è il bello – c’è qualcuno che entra “senza vocazione” (o meglio con motivazioni che sono considerate non sufficienti né fondanti) ma che, misurandosi con le esigenze che una simile “chiamata” richiede, le assumono, arrivando fino in fondo.
Ognuno ha una storia diversa dall’altro: chi è entrato in Seminario in prima media perché gli piaceva poter giocare a pallone ogni giorno sul campo di calcio; chi ha deciso di lasciare la futura sposa perché “qualcuno” gli ha capovolto i programmi di vita. “Vocazione”, in questi contesti specifici, non significa “passione per il proprio lavoro”, significato assunto dal linguaggio corrente ed esteso a qualsiasi esperienza lavorativa vissuta con convinzione e dedizione. Significa e suggerisce, propriamente, la chiamata ad andare a lavorare in questa vigna mentre il “chiamato” aveva tutt’altri progetti.
In questo senso quello che afferma Roberto è opinabile. Se vivere un ministero può essere “un mestiere” per alcuni, per altri è una esperienza nata da una “chiamata” personale, non riscontrabile nei propri originali progetti di vita.
I racconti biblici sono ricchi di insegnamenti su queste dinamiche. La prima: Dio si serve di uomini e di donne per portare avanti i suoi disegni. Senza questa collaborazione, Egli sarebbe “impotente”. La seconda: la “chiamata” è, sì, un momento iniziale, che si manifesta a volte come una vera e propria frattura tra una vita “precedente” e quella “seguente” la missione ricevuta. Ma, una volta accolto l’invito, la vita stessa assume una dinamica “vocazionale”: il Signore si manifesta, attraverso i suoi segni e le sue Parole, e colui che lo segue è condotto a ridisegnare continuamente il suo percorso; in qualche modo, inizia sempre in maniera nuova lo stesso, proprio come il bambino o il discepolo di cui ci suggeriscono le Scritture (cfr. Sal 131, Fil 3, 13-14).
Abramo lascia ogni cosa perché crede ad una voce che egli ha udito; rischia di perdere Sarai in Egitto; concepisce Ismaele dalla schiava della moglie; riconosce il Signore alle querce di Mamre; caccia il primo figlio nel deserto e con la morte nel cuore sarà chiamato a sacrificare il secondo. Mosè si stava costruendo una vita nuova, serena, onesta e senza pretese, una moglie e due figli in Madian, quando JHWH lo chiamerà, lui, un balbuziente, per liberare dal faraone e portare Israele alla Terra promessa, nella quale non entrerà. Simon Pietro era un pescatore di pesci e anche dopo la morte di Gesù tornerà a farlo, prima che la nuova apparizione del Risorto lo porti a farsi “pescatore di uomini” (cfr. Mt 4, 18-19, Gv 21, 1-22).
Ogni storia dei personaggi biblici ci presenta uomini e donne la cui vita è stata segnata potentemente dall’incontro con il Signore e dalla sua chiamata a mettersi a disposizione dei suoi disegni: Giacobbe, Giuseppe, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Elia, Eliseo, Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Elisabetta, Giuseppe e Maria, Giovanni il Battista, Sara, Rachele, Tamar, Giuditta, Ruth, Betzabea, Ester, Maddalena, i 12, Barnaba, Stefano, Filippo, Aquila e Priscilla… ho voluto elencarli come invito a rivisitare le loro storie.
Da questo punto di vista, a ben vedere, ogni “vocazione”, ogni vita dunque vissuta con un atteggiamento di ascolto verso Colui che ci ama, che si manifesta a noi con gesti e parole e che ci chiama a lavorare nel mondo come testimoni del Vangelo, è al tempo stesso una vita in continua “metànoia”, perché bisogna convertirsi quotidianamente, bisogna mettere al centro continuamente quelli che sono i “suoi” disegni e non i nostri.
Le vicende di tutti i personaggi sopra ricordati ce lo insegnano. Ma, tra i tanti, ci piace ricordare una delle “conversioni” di Paolo. Ad Atene, centro del mondo culturale dell’epoca, egli si era preparato con cura meticolosa il suo discorso, davvero magistrale, pronunciato all’ Areòpago (cfr. At, 34, 16-32). Risultato? Un fiasco quasi totale. Da quell’esperienza, la sua rinnovata conversione: egli capisce e afferma che al centro della nostra testimonianza non dobbiamo portare noi stessi e i nostri “sapienti discorsi”, ma solo l’annuncio di Cristo, e questi Crocifisso (cfr. 1Cor 2, 1-5).
Celibato: quella scelta non scelta.
La rinuncia al ministero da parte di don Alberto Ravagnani ci invita ad alcune riflessioni sul problema di fondo legato alla chiamata di Dio
5 Febbraio 2026
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La Bibbia ci presenta molteplici uomini e donne che fanno l’esperienza dell’incontro con Dio e sono da lui chiamati a svolgere una missione.
La vocazione nella Bibbia
Abramo, nostro “padre nella fede” (CCC 146-ss), ascolta per primo la voce di un Dio che promette di fare di lui una grande nazione invitandolo a lasciare suo padre ed andare verso un paese lontano. Quella con Abramo è una Alleanza, un patto, cui Dio si impegna in forza della sua Parola. Prima di lui, simile patto era stato stretto con Adamo (Gn 1-3), poi con Noè (Gn 9, 1-17). Dopo di lui, l’Alleanza prenderà forma scritta con Mosè sul Monte Sinai (Es 19-24; 34). Solo con Gesù quest’Alleanza, nel Nuovo Testamento, sarà riscritta non sulla carta, ma nei cuori, per mezzo dell’opera dello Spirito, come ricorda Paolo (2Cor 3,3). Come Abramo, anche Maria di Nazareth ci è madre nella fede. La sua chiamata viene messa da Luca in parallelo con la visione del cugino Zaccaria (Lc 1).
Dio chiama. Si manifesta, in maniera sempre nuova, scegliendo uomini e donne per compiere i suoi disegni. È quella che viene chiamata “vocazione”.
Egli si serve di condottieri del popolo che vengono chiamati “Giudici”. Poi, rispondendo alla richiesta del popolo stesso, chiama dei “Re” a guidare il popolo stesso, da Saul, al giovane e amato Davide, a Salomone, cui dona la sua sapienza. Tutti loro lo tradiranno. Chi viene chiamato viene investito dalla potenza dello Spirito e consacrato con l’olio della consacrazione. Accanto ai Re Egli colloca dei profeti che li accompagnino: Samuele, Natan, Elia, Eliseo. Poi, nelle vicende storiche del suo popolo, sconfitto e imprigionato in Babilonia, continua a guidarlo attraverso la chiamata dei suoi profeti. Maestosa la visione della vocazione di Isaia (Is 6, 1-13). Inutili la resistenza di Geremia (Ger 1, 4-19) e la fuga di Giona (Gio 1, 1-10) davanti alla chiamata di Dio.
Attraverso Gesù di Nazareth, coloro che sono chiamati, i dodici, sono posti simbolicamente all’inizio di un nuovo annuncio, destinato alle dodici tribù di Israele ma aperto alle genti e, durante le prime persecuzioni (At 8, 1-40), esploso in un fenomeno storico che da duemila anni è sotto gli occhi di tutti, con la nascita di una “nuova religione” che si è espansa al mondo intero. Come in tutti i passaggi e i protagonisti di quella che i teologi chiamano la “Storia della Salvezza”, Dio continua a servirsi degli uomini per realizzare i suoi disegni. La “vocazione”, spesso, si presenta come una chiamata, una elezione, da parte di Colui che solo conosce i cuori ed è del tutto inaspettata da parte di chi la riceve. È il caso di Davide, di Geremia, di Pietro, di Paolo.
La vocazione nella Chiesa Cattolica
La “vocazione”, in tutte queste vicende, è quella che ancora oggi riguarda tutti i credenti. Ci limitiamo qui ad analizzare la realtà del Cristianesimo e in particolare il Magistero della Chiesa Cattolica. Tutti i cristiani sono “chiamati” da Dio a vivere una vita conforme agli insegnamenti dei Vangeli. Sono introdotti a tutto questo attraverso i sacramenti dell’iniziazione, Battesimo, Cresima, Eucarestia. Poi ci sono i sacramenti delle “vocazioni particolari”: Matrimonio e Ordine.
Oggi che cosa significa “essere chiamati”? Cosa significa “rispondere ad una vocazione”?
Alla vita cristiana ci si prepara con i Sacramenti dell’Iniziazione. Normalmente per il battesimo degli infanti viene realizzata la preparazione dei genitori e dei padrini con uno/due incontri. Ai sacramenti della Confermazione, dell’Eucarestia, della Riconciliazione, viene dedicato il catechismo sacramentale dei bambini e dei ragazzi, un incontro alla settimana durante l’anno catechistico; per il matrimonio un corso prematrimoniale per le coppie, con circa una decina di incontri. Coloro che si preparano ad una speciale consacrazione, frati, monaci e suore, fanno un percorso di alcuni anni con varie tappe e vari passaggi. Anche i diaconi permanenti fanno un percorso di studi teologici di alcuni anni, continuando a vivere la loro vita lavorativa e familiare nel mondo, con passaggi che prevedono il consenso delle mogli. I Vescovi vengono scelti tra i presbiteri, i Cardinali creati dal Papa tra i Vescovi, entrambi non frequentano una formazione specifica ma sono scelti in base al loro iter accademico, ministeriale e pastorale. I candidati al sacerdozio ministeriale, infine, si preparano all’Ordine attraverso sei anni vissuti in un Seminario Superiore Teologico (per chi non sia passato anche per i Seminari Minori).
Un bambino che ha ricevuto il Battesimo senza essere in grado di intendere e di volere e ha poi frequentato gli anni dell’iniziazione cristiana celebrando i relativi sacramenti, una volta divenuto adolescente e giovane avrebbe il bisogno di “rendere adulto” il suo percorso di fede. Sappiamo dell’allontanamento diffuso dalla frequenza della comunità dei fedeli che interessa generalmente i ragazzi dopo le tappe delle celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione cristiana. Spesso ci si riaffaccia dopo decenni, in occasione della preparazione al sacramento del Matrimonio e poi, successivamente, per i Battesimi e i successivi percorsi di iniziazione cristiana dei propri figli.
È chiaro che le coordinate di una “vita come vocazione”, come “risposta ad una chiamata”, si perdono laddove ci si allontana da reali percorsi condivisi di fede. Eppure, non è mai tardi per riscoprire la propria vocazione alla vita cristiana, il proprio “sacerdozio battesimale”, la propria chiamata a coltivare percorsi che ci portino ad essere “adulti nella fede”, che questo avvenga in età giovanile, durante un corso prematrimoniale, durante le nostre vicende di vita familiare e lavorativa alla luce della “vita nuova” riscoperta nell’ascolto dei Vangeli e nell’occasione della condivisione di significative esperienze comunitarie.
La vocazione all’Ordine sacerdotale
Pare diverso, a riguardo, il percorso di chi si prepara ad una speciale consacrazione. Non solo per i tempi (sei o più anni) ma anche per il contesto. I candidati vengono “separati dal mondo” per essere messi al servizio del mondo. La vera “libertà”, per questi candidati, riteniamo sia quella che li porta ad essere vagliati e confermati nei loro propositi dal discernimento di altri, deputati a questo scopo dalla Chiesa, dalla comunità dei credenti. Ossia: non sono io che “mi chiamo”, che mi propongo come candidato a rivestire un ruolo ministeriale. Io ritengo che ci sia “Qualcuno che mi stia chiamando”. Sta poi alla Chiesa discernere sulla verità e sulla bontà di questa “vocazione”.
La Chiesa, dunque, discerne su quella che è la “vocazione”. Normalmente questo percorso di discernimento viene svolto in maniera mirata prima dell’ingresso in Seminario Maggiore o comunque nel primo biennio del percorso filosofico teologico. Svolta questa fase, i candidati continuano il percorso teologico e le esperienze pastorali nei successivi quattro anni. Al termine del percorso, prima dell’Ordinazione diaconale, avvengono già, giuridicamente, le promesse, quelle legate alla disciplina dell’Ordine. Fra queste, la promessa del celibato.
La “non-vocazione” al celibato
Chiariamo qualche dinamica. Oggi un giovane potrebbe affermare: “sono stato battezzato ma non ero in grado di intendere e di volere; mi sono accostato ai sacramenti dell’iniziazione ma ero bambino e tutta questa vocazione alla vita cristiana non l’ho mai veramente sperimentata, ho solo frequentato questi percorsi per una consuetudine sociale”. Una coppia di sposi può dire: “non andavamo in chiesa prima, non ci siamo tornati dopo, l’abbiamo fatto per il nostro matrimonio ma tutta questa vita cristiana non l’abbiamo riscoperta con quella dozzina di incontri che il nostro parroco ci ha ‘imposto’ per poterci sposare in chiesa”. È invece difficile che un consacrato – sia una suora, un frate, un monaco o, per quel che riguarda il sacramento dell’Ordine, un sacerdote secolare o regolare – possa dire: “non volevo fare i passi che ho fatto. Qualcuno mi ha fatto un “lavaggio del cervello” e mi ha condotto ad arrivare in fondo a questi percorsi”.
Ci sono, è vero, alcuni casi di nullità riconosciuta dopo un processo canonico per alcune di queste persone. Normalmente, però, è improbabile che una persona faccia un percorso di sei o più anni arrivando sino in fondo se non ne è sinceramente convinto. Ed è proprio questo che la Chiesa afferma per chi, anni o decenni dopo, chiede la dispensa dall’obbligo del celibato. Nel procedimento canonico che accompagna chi chiede tale dispensa, si rileva come il candidato abbia a suo tempo liberamente sottoscritto gli impegni che comportava il sacramento dell’Ordine, senza alcuna costrizione.
Questo è senz’altro vero. Ma, per quel che riguarda la promessa di celibato, riterremmo dire che questa non è propriamente “vocazionale”. Quando faccio una scelta, focalizzo la mia attenzione su ciò che scelgo, non su ciò a cui rinuncio. Se scelgo di sposare una donna sarò convinto della mia scelta di condividere il matrimonio con lei; non penserò al fatto di dover rinunciare a tutte le altre donne che non potrò sposare.
Se dopo un percorso faticoso di discernimento la Chiesa riconoscerà la verità della mia chiamata, della mia vocazione, mi focalizzerò su questa. Vivrò per ciò che sto scegliendo dopo essere stato scelto, pronto a pronunciare il mio “sì” ad una consacrazione ministeriale. Al termine del percorso, dopo sei anni di Seminario Maggiore, prima dell’Ordinazione diaconale che precede quella presbiterale, bisogna sottoscrivere gli impegni canonici. Tra questi, bisognerà sottoscrivere anche la promessa di celibato. Chiaramente, la scelta è fatta: quella della vocazione; dopo sei anni di cammino, la rinuncia, quella del celibato, va sottoscritta. È condizione necessaria perché la scelta vada in porto, perché quel “sì” alla vocazione si realizzi.
I primi anni scorrono pieni di impegni. Prete giovane, sempre al centro dell’attenzione e del gradimento di tutti, sempre sotto i riflettori. Il celibato però, che non è scelta vocazionale ma legge della Chiesa, inizia a pesare. Facciamo un passo indietro. Se in fase del discernimento della vocazione fossero venute a galla queste intenzioni: “non mi piacciono le donne, non ho alcuna intenzione dunque di sposarmi, ecco perché credo di essere chiamato al sacerdozio, sicuramente ho una predisposizione al celibato”; i formatori che erano deputati al discernimento della bontà della mia vocazione non avrebbero avuto dubbi. “Ci dispiace, ma non possiamo riscontrare le condizioni necessarie per una chiamata al ministero. Questo non può essere un ripiego ma deve essere una scelta compiuta in piena libertà”.
Dunque, per i formatori, il centro del discernimento è “la vocazione”. La vocazione al ministero. Non è “la vocazione al celibato”. La condizione del celibato non precede la vocazione ma la segue, come legge dettata dall’attuale disciplina della Chiesa Cattolica di rito latino. La chiamata, la risposta, la scelta, è sulla vocazione ministeriale. La sottoscrizione della promessa del celibato ne è la condizione legale. Ma, possiamo dire, non è vocazione. È una “scelta non scelta”.
Non è un mistero che non pochi ministri vivano la sofferenza, il malessere, se non il rifiuto per questa “scelta non scelta”, per una legge che non è un dogma e un giorno potrebbe essere cancellata, ma che è da un millennio legge canonica. Non c’è da stupirsi se alcuni scelgano, dopo anni o dopo decenni, di rinunciare in maniera sofferta ma vera all’esercizio del ministero sacramentale.
Non è mai un “volgersi indietro”, non è nemmeno un rinnegare il ministero che viene sospeso ma che rimane sempre valido secondo la teologia cattolica; tanto che la Chiesa stessa chiede che venga esercitato in caso di necessità (CJC can. 1335, § 2).
È semplicemente il riconoscere una verità: nella vita ogni scelta convinta risulta concatenata a successivi percorsi; di conseguenza ogni opzione accettata perché impossibile da evitare (“scelta non scelta”) può condurre a sofferenza, a perdita di motivazione, a un disordine di fondo che diviene inevitabile.
Decidere di mettere ordine è un passo sano e coraggioso. Si tratta di accettare oppure rinunciare a questa “scelta non scelta”. In entrambi i casi si tratta di decisioni degne di rispetto, anche se ciò comporta la rinuncia all’esercizio del ministero. Per chi intende sposarsi la Chiesa infine dà la possibilità di farlo, dopo aver chiesto la dispensa dal celibato.
Porsi la domanda sulla possibilità di abolire l’obbligo del celibato, rendendolo facoltativo, non è una questione che debba essere motivata da alcuna lettura di opportunità (quali il calo delle vocazioni, ad esempio). L’unica motivazione, a nostro avviso, è quella fondata sulla verità di una vocazione che sia autentica, qualunque sia lo stato di vita di un ministro, matrimoniale o celibatario. E, come il vangelo ci dice, solo la verità ci farà liberi (Gv 8, 31).
Fede e reliquie
Fede e reliquie
Se Gesù ha operato miracoli, segni e prodigi, un giusto culto delle reliquie non può allontanare dalla fede ma accompagnare il credente
3 Dicembre 2025
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La partecipazione ad una messa nel Santuario Santissimo Salvatore in Lauro a Roma mi dà l’occasione di ringraziare Roberto Beretta per un suo post del 1° agosto 2025 che così recitava: “Sapevamo del prepuzio di Gesù e della cintura della Madonna, ma non della reliquia del sangue di Cristo! Invece almeno due città italiane ne vantano il possesso; e sarebbe bene che qualcuno mettesse fine a questi ridicoli falsi, che col cristianesimo non c’entrano proprio”. Da qui nascono alcune mie riflessioni.
“Signore, vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21).
Questa richiesta di alcuni greci all’apostolo Filippo ci viene trasmessa dal quarto Vangelo dove, nel linguaggio che caratterizza l’evangelista Giovanni, il “vedere” non è il semplice esercizio del senso ottico, ma ha una valenza teologica, rimandando al “vedere” interiore, quello operato dagli “occhi della fede” (Cfr. discorso a Nicodemo Gv 3,3; la guarigione del cieco nato Gv 9, 35-40; discorso sacerdotale Gv 14,7; apparizione a Tommaso Gv 20, 27-29; il “Vide e credette” di Gv 20, 8-9).
Eppure, il bisogno ancestrale “fisico” di “toccare con mano” e “vedere con gli occhi” “l’autore della vita” (1Gv 1, 1-2) ed essere partecipi di segni e opere, ben si raccorda all’esigenza personale che coinvolge oggi ciascuno dei cittadini del mondo contemporaneo.
Non è forse vero che non solo i giovani, nativi digitali, ma anche adulti ed anziani oggi sono in uso e quasi sentono l’esigenza, di ritrarsi con un “selfie” e immortalare i luoghi e gli eventi ai quali prendono parte?
Che sia l’esperienza mondana della partecipazione ad un evento musicale o sportivo o sia quella religiosa di un pellegrinaggio in Piazza San Pietro o al santuario di qualche Santo, ognuno di noi, oggi, usa riprendere i luoghi e gli eventi e ritiene utile portarsi a casa degli oggetti, immagini, gadget o statuette, che ricordino la partecipazione agli eventi stessi o la presenza sul luogo immortalato.
L’Istruzione Le reliquie nella Chiesa, pubblicata l’8 dicembre 2017 dalla Congregazione delle Cause dei Santi, fornisce le indicazioni sulle procedure da seguire inerenti alle reliquie dei santi e dei beati.
Sicuramente quello delle reliquie è un capitolo che può costituire un gap nel dialogo ecumenico nei confronti delle Chiese della Riforma. La storia ci narra uno scisma fondato sulla Sola Scriptura e sulla critica alle deviazioni del potere della Chiesa di Roma con la vendita delle Indulgenze, che giunge a criticare e a delegittimare il peso e il ruolo della stessa Tradizione e del Magistero nella storia e nella gestione della Chiesa. Questo portò alla reazione della Controriforma, con il divieto ai laici di possedere una Bibbia e un accentramento sui Sacramenti, sull’Eucarestia, sulla devozione popolare, nutrita con processioni, rappresentazioni sacre, culto dei santi.
Il culto dei santi e la produzione delle reliquie si diffondono fin dai primi tempi del Cristianesimo ed è innegabile che commercio e mercimonio si siano accompagnati nei secoli a tali devozioni: “translare” le reliquie di un santo e costruire una cattedrale in suo onore costituiva un richiamo per i pellegrini ed un sicuro introito per i mercanti.
Se l’Istruzione della Congregazione delle Cause dei Santi tenta di mettere un po’ d’ordine sul culto delle reliquie dei santi, cosa dire delle reliquie attribuite a Gesù o alla Madre di Dio?
Qualcuno ha notato che con le reliquie del legno della Croce diffuse nelle Chiese della cristianità potrebbe ricostruirsi non il semplice “albero della Salvezza” ma un’intera foresta.
Le critiche al culto delle reliquie, non solo da parte della Riforma o di pensatori laici o non credenti ma anche dal parere di credenti che ravvisano in queste pratiche una minaccia allo stesso messaggio evangelico, sono diverse.
Da quello, già citato, del mercimonio, a quello che chiama in causa l’inautenticità, la superstizione, l’idolatria, la mentalità “magica”, la mancanza, dunque, di una fede autentica nel nome della ricerca del “sensazionale” e del “miracolistico”.
Torniamo al messaggio evangelico.
È indubbio che Gesù inviti chi lo segue alla centralità della fede, cioè all’adesione alla relazione con la sua persona e con il suo Vangelo, spostando i riflettori dai “segni” che accompagnano la sua predicazione, segni quali la liberazione dagli spiriti maligni, le guarigioni fisiche, l’operazione di miracoli.
Quello che salva è la fede, non il miracolo. Ai discepoli entusiasti di aver potuto scacciare i demoni, egli invita a rallegrarsi perché i loro nomi sono scritti nei Cieli.
Il miracolo, la guarigione, la liberazione, i carismi, hanno tutti, dunque, un ruolo pedagogico, perché non sono “il centro” ma uno dei mezzi che devono portare all’incontro con il Signore.
Gesù, va detto, non si tira mai indietro nell’operare tali “segni”. Si fa vicino, si fa presente, come ricorda Pietro nel suo discorso dopo la Pentecoste, operando per mezzo di miracoli, prodigi e segni (At 2, 22).
Gesù, dunque, soccorre gli uomini sollevandoli dalle loro sofferenze fisiche e spirituali, con guarigioni e liberazioni e operando segni che superano le leggi della natura e della fisica, con il potere dei miracoli (conversione dell’acqua in vino, moltiplicazione di pani e dei pesci, cammino sulle acque, sgrido agli elementi calmando la tempesta).
Posto che ci sono teologi che mettono in dubbio la veridicità di tali episodi, letti come costruzioni mitologiche della comunità dei credenti, non dimentichiamo che i miracoli più appariscenti, quelli del riportare in vita persone defunte, sono preludio e finestra particolare su quello che è l’articolo di fede centrale non solo del Cattolicesimo ma di tutto il Cristianesimo, la credenza della Risurrezione da morte di Gesù di Nazareth.
Per la ragione umana, fondata sugli studi scientifici biologici, questa credenza sarebbe irragionevole.
Non dimentichiamo che Gesù consegna ai suoi seguaci il mandato di andare in tutto il mondo predicando, battezzando ed operando gli stessi miracoli, segni e prodigi da lui operati, grazie all’azione dello Spirito Santo.
Questi eventi sono narrati fin dal libro degli Atti degli Apostoli e dalle lettere di Paolo che ci istruisce sui carismi, dono dello Spirito.
Lo stesso culto delle reliquie attribuite a Gesù, a Maria e a i “santi e beati” può trovare dunque significato proprio alla luce del motivo pedagogico e salvifico che sottende i “segni” che accompagnano l’evangelizzazione, i miracoli, le guarigioni, le liberazioni.
Queste non devono essere idolatrate e messe al “centro” ma devono rimandare, come quelli, a Colui che è il centro della fede del credente.
Quando poi sulle reliquie stesse si affiancano studi e ricognizioni scientifiche e mediche, la credibilità delle stesse accresce anche nei confronti del dibattito laico, separando alcune di esse dai vari “falsi” prodotti nei secoli.
Certamente il reperto forse più studiato e sul quale continuano ad esserci dibattiti e contrapposizioni è quello della Sindone di Torino. Possiamo citare qui il “Sacro Volto” di Manopello, i reperti dei miracoli eucaristici di Siena e di Lanciano, le ricognizioni scientifiche sulla “Sacra Spina” conservata nella Cattedrale di Andria, gli studi sull’immagine della Madonna di Guadalupe in Messico.
“Fede e reliquie” abbiamo intitolato questa riflessione. Se la fede, autentica, non è fondata sulle reliquie, né su quelle del Signore, di sua Madre o dei suoi seguaci (“santi”) è vero che la storia di oggi e di secoli di Cristianesimo di devozione, di preghiera e di “primato dello Spirito” ci consegna il culto delle reliquie come un mezzo, non necessario ma possibile, per celebrare il Signore a partire dai “segni” della sua presenza.

| Cari lettori, “ Innanzitutto, presupponiamo di essere virtuosi. In secondo luogo, presupponiamo che la nostra virtù sia molto diffusa. In terzo luogo, cosa potrebbe mai andare storto? ” – Alex Massie Il nostro lavoro qui all’ACLED è importante e impegnativo, e ha un impatto evidente e immediato, ma non c’è niente che mi piaccia di più che tornare a scoprire cosa succede nel mondo accademico. Non posso farne a meno. È come pensare a un vecchio fidanzato che potrebbe (o meno) essere caduto in un abisso. In entrambi i casi, seguono una piccola preghiera (“se non fosse per la grazia di Dio, sarei anch’io lì”) e una smorfia. Ultimamente si discute molto sull’adeguatezza delle università al loro scopo, o se siano le ultime vittime di un movimento “Occupy”. Questa volta, i responsabili sono “accademici attivisti” che, puntualmente, lasciano tutto in condizioni ben peggiori di come lo hanno trovato. Ma non si tratta di una discussione tra teoria e pratica (comune negli ultimi 20-30 anni), perché questa squallida deriva si riflette in ciò che sta accadendo all’umanitarismo, alla promozione della democrazia, ai diritti umani e a molte altre cause di stampo più liberale, occidentale e di sinistra. Per completezza, è bene precisare che le cause di estrema destra si autosabotano costantemente a causa di contraddizioni interne e convinzioni assolutamente spregevoli, ma questo non è il mio campo di indagine oggi. Ciò che è degno di nota sia nelle questioni accademiche che in quelle dell’internazionalismo di sinistra sono i due dibattiti che si svolgono al loro interno: il primo è ideologico e consiste nel chiedersi fino a che punto possiamo spingerci, avendo da tempo abbandonato il pragmatismo, il buon senso e l’opinione pubblica sulla nostra legittimità. Il secondo è proiettato verso il futuro e non è oggetto di discussione popolare: cosa ci aspetta? Cosa si può salvare? Chi sono i riformatori? La prima è una forma di intrattenimento alquanto discutibile, poiché decine di suppliche da parte di accademici e operatori di ONG insinuano che il tuo scetticismo sul loro valore dipenda dai tuoi limiti, non dai loro (non conosci Foucault, sei un razzista occasionale, ecc.). È imbarazzante, è esasperante, e anche un po’ divertente. In ambito accademico, quest’ultima ondata di polemiche coinvolge Piketty. (Ve lo ricordate? A ripensarci, questo è stato il primo segno di totale follia). Comunque, lui e altri si sono espressi in modo assolutamente folle sulle economie intenzionalmente in fase di “decrescita” (il che, ironia della sorte, è a suo discapito, visto che i recenti primi ministri del Regno Unito ci stanno riuscendo senza le sue intuizioni). Contemporaneamente e opportunamente, è arrivato un rapporto sullo stato delle scienze sociali, incentrato sulla “qualità della ricerca accademica” e che la trovava gravemente carente per i seguenti motivi: 1) “la ricerca accurata è stata subordinata, o addirittura soppiantata, da un obiettivo ‘politico’: l’obiettivo di realizzare una concezione di giustizia sociale oggi associata alla sinistra progressista”; 2) “il lavoro accademico è stato distorto all’interno di queste discipline sia per privilegiare il lavoro su argomenti ritenuti rilevanti per la giustizia sociale, sia, cosa ben più importante, per sostituire gli standard più tradizionali di valutazione della ricerca accademica con standard politici progettati per garantire che solo il lavoro politicamente accettabile venga pubblicato, insegnato e valorizzato”; e 3) la creazione di un “ecosistema accademico in cui gran parte di ciò che passa per ricerca nelle discipline umanistiche è in realtà un miscuglio di ricerche tendenziose e di parte, debole propaganda accademica e sciocchezze piene di gergo”. Sì, esatto. Sono punti assolutamente corretti. Tutto vero: lo sanno tutti. Sapete chi lo nega? Coloro che ne traggono vantaggio. Ovvero, cominciarono ad arrivare le difese di questo misero surrogato del mondo accademico: nel tentativo di rispondere alla domanda su chi e cosa conti nel mondo accademico, la Professoressa Rouse di Princeton disse (sul serio) che non fare nulla è la cosa che conta di più, purché lo si faccia in modo decoloniale . Lettore, questo era solo il più notevole dei suoi molti punti simili . Questo clamore non è una novità per le scienze sociali. Negli anni ’80 e ’90, in molte università, i dipartimenti di Antropologia e Geografia furono sciolti. Perché? Per diversi motivi, tra cui sicuramente il post-strutturalismo e i professori che consumavano cocaina nei bagni del campus durante il giorno (due fenomeni non del tutto scollegati). Ora il cerchio si è chiuso. Ci sono anche altri problemi reali, dalla limitazione della libertà di parola allo smantellamento di studi di stampo tradizionale ormai fuori moda . Ma tutta l’energia in sala è concentrata sul giustificare lavori scadenti, truffe, imbrogli, sprechi , ecc., usando la parola “decoloniale”. (Nota per tutti: Tyler Austin Harper sull’Atlantic è fantastico su questo argomento.) Oggigiorno, il tipico accademico ha l’aspetto di una persona con opinioni condivise e un prestigioso incarico amministrativo. Eppure, è impegnato in una ricerca morale! A dire il vero, questa ricerca è molto più stimolante che rivedere le note a piè di pagina o scrivere una recensione di un corso. Ma cedere a questa banalità ha portato a una tediosa, superficiale e ripetitiva riproposizione di luoghi comuni sulla giustizia sociale; ad affermazioni piatte e noiose sulle gerarchie invertite; e a dolorose difese di posizioni che assomigliano molto a un palese pregiudizio. Come è potuto diventare un problema? L’ascesa dell’attivista-accademico e la convinzione che chiunque si discosti anche solo minimamente dai “valori” propugnati dai più estremisti tra noi sia “contaminato”. Hai la dicitura “accademico/attivista” nella tua qualifica professionale? L’hai inserita tu? Tutti ti odiano e pensano che tu non faccia nulla tutto il giorno. Tu – proprio tu – sei la ragione per cui le università falliranno come bene pubblico. Non vedo l’ora di tornare all’università, un tempo popolata da eccentrici bonari e socialmente impacciati. Lavorare in un’università è un privilegio; è un privilegio poter pensare tutto il giorno a qualcosa che ti sta davvero a cuore e contribuire a un bisogno pubblico con il tuo lavoro. E sebbene alcune di queste idee mi sembrino piuttosto bizzarre, è opportuno un dibattito costruttivo sulla sovrapproduzione di élite , così come sui vantaggi della scarsità. La lunga e faticosa impresa di riconquistare la fiducia e la legittimità del pubblico attraverso un lavoro imparziale e indipendente è ben lungi dall’essere iniziata. Qui, la parte accademica è recuperabile, e i riformatori sono coloro che desiderano limitare il numero di università e di personale, e coloro che vogliono dare agli studenti la brutta notizia che imparare qualcosa non deve essere comodo, sicuro o rassicurante. Passiamo ora alle istituzioni sorelle e alla loro resa dei conti. Abbiamo parlato molte volte di ciò che è accaduto all’umanitarismo e allo sviluppo. Ma anche le istituzioni legate ai diritti umani e alla promozione della democrazia stanno soffrendo a causa dello scoppio di quella particolare bolla politica. (Anche la politica, come l’economia, è soggetta a bolle, e l’agenda internazionale liberale ne è stata una). Ma visto che i conflitti e le violazioni delle libertà e dei diritti sono in aumento, perché non disponiamo di un sistema umanitario adeguato allo scopo? Il bisogno c’è, quindi perché non riusciamo a organizzarci per fornire un aiuto migliore? Come dovremmo affrontare i conflitti al di fuori della lente della risposta umanitaria? Cos’è un conflitto post-umanitario, se non un impegno militare? Qui, dobbiamo sforzarci di distinguere tra le buone intenzioni e i risultati concreti. Le intenzioni non contano, soprattutto quando sono scollegate dai bisogni e dai desideri delle persone. Abbiamo bisogno di un argomento molto diverso per spiegare perché i principi umanitari siano importanti, non lo stesso, solo ripetuto con maggiore insistenza o a voce più alta. Non è un problema di traduzione: la gente non ci crede più. Ma perché? C’era qualcosa di sbagliato nei principi con cui l’Occidente ha affrontato lo sviluppo e l’umanitarismo? Sì, sì, c’era. Si è ossessionato con il processo e non con il miglioramento di alcun luogo. È diventato un’economia e un sistema interno a sé stante . Secondo l’Oxford Institute for Ethics, Law and Armed Conflict : “All’inizio del XXI secolo, molte organizzazioni non governative, come la Croce Rossa/Mezzaluna Rossa e le Nazioni Unite, pioniere nel campo umanitario, si erano trasformate in grandi burocrazie transnazionali.” “Insieme, queste organizzazioni formarono quello che venne definito il “sistema umanitario internazionale” e furono finanziate con le entrate fiscali dei governi occidentali, con ulteriori donazioni private da parte di cittadini occidentali, fondazioni private e attività commerciali di vendita al dettaglio di prodotti equosolidali e di seconda mano.” Tra il 2000 e il 2021, il bilancio annuale per questo sistema umanitario è passato da 5,9 miliardi di dollari a 30,9 miliardi di dollari e il settore ha registrato una crescita esponenziale: un vero e proprio boom umanitario. I governi occidentali hanno ampliato gli aiuti alle popolazioni colpite da conflitti armati in tutto il mondo e gli aiuti di guerra hanno superato quelli destinati ai disastri climatici e geologici. “La portata e l’impatto operativo del sistema sono stati costantemente monitorati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) e dal rapporto annuale dell’organizzazione più indipendente Global Humanitarian Assistance…”. Inoltre: «Oggi la maggior parte degli operatori umanitari non lavora direttamente nel contesto della violenza bellica e della distruzione in tempo reale, ma piuttosto con grandi gruppi di persone che subiscono le conseguenze della guerra per molti anni, in insediamenti urbani non pianificati per sfollati o in aree rurali gravemente danneggiate e impoverite. Molte agenzie operano da due o tre decenni con le comunità in Afghanistan, Myanmar, Iraq, Siria, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo.» “All’inizio del ventunesimo secolo, la maggior parte delle organizzazioni umanitarie opera come l’UNRWA a Gaza, non come Oxfam e Medici Senza Frontiere in Cambogia.” Trasformandosi in un universo a sé stante, irrispondente a persone, donatori, scadenze e progressi, l’umanitarismo si è autodistrutto. Scandali interni, corruzione dilagante e costi elevati erano già difficili da sopportare, ma la negazione della politica è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Sostengo inoltre che la ricerca di visibilità tramite celebrità sia stata una svolta disastrosa, trasformando alcuni conflitti in punti focali momentanei, dimenticati per sempre non appena i personaggi famosi si allontanavano. La competizione per il patrocinio delle celebrità ha spinto i conflitti a contendersi il primato in termini di orrore mediatico e di risonanza. All’interno di queste burocrazie, operazioni distaccate e in gran parte tecnocratiche si sono rivelate costose e miopi follie, con scarsi risultati alla fine. La presunzione di un sostegno da parte dei politici nazionali ha sostenuto l’USAID e il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale, ma nessuno dei due è stato salvato. Di recente ho ascoltato un eccellente TED Talk della meravigliosa Hiba Qasas , in cui parlava di come l’interesse personale ponga fine ai conflitti e l’empatia arrivi in un secondo momento. Ancora una volta, verissimo! Queste riflessioni sono state integrate da una conversazione che ho avuto con la fantastica Pearl Pandya di ACLED, durante la quale mi ha spiegato che è improbabile che le manifestazioni in India e Pakistan portino allo stesso destino di Nepal, Sri Lanka e Bangladesh. Pearl ha osservato che le risposte dei governi alle manifestazioni sono completamente diverse: il Pakistan reprime, a caro prezzo per i suoi cittadini e per il suo Stato (ovvero, il potere viene ceduto ai militari data la completa dipendenza da loro per mantenere in piedi il governo provvisorio), mentre in India la democrazia (ovvero, la presenza di numerosi uffici governativi, rappresentanti, livelli di governo, elezioni, ecc.) funziona come una leva per il malcontento popolare. Come ha spiegato Pearl, fomentare una manifestazione e una ribellione popolare è facilitato dall’elevato numero di potenziali aderenti, ma è limitato dall’elevato numero di potenziali obiettivi e programmi. Non sto sostenendo la democrazia come strumento di controllo della folla (ma non la escludo nemmeno), bensì sottolineando che, se parliamo dei benefici della sua ridistribuzione, dobbiamo rivolgerci a chi detiene effettivamente il potere. Ad esempio, la democrazia permette ai leader di rimuovere molti funzionari inefficienti (attraverso elezioni o sacrifici pubblici per placare le folle che necessitano di una testa per disperdersi). Nelle non democrazie, si è molto più dipendenti dai militari e si è più propensi a sbarazzarsi violentemente di funzionari inefficienti e potenziali concorrenti. “Non farlo ti costerà caro” potrebbe non essere un modo attraente per promuovere la democrazia e i diritti umani, ma se è efficace, chi se ne importa! Non è necessario che siamo tutti d’accordo sul come. Cosa si può salvare, dunque? Il desiderio di aiutare i più bisognosi; l’impegno profuso nella distribuzione e nella produzione di aiuti umanitari; i compromessi concreti che permettono di aiutare le persone; gli approcci più intelligenti all’interesse personale che ci portano più lontano di infiniti seminari, diktat e procedure. Chi sono i riformatori? Si spera tutti coloro che riconoscono il problema che abbiamo, piuttosto che il problema che vorremmo avere. Per riassumere: il nostro problema non è Trump, né la destra, né chi non è d’accordo con noi; è che, come collettività, abbiamo intrapreso decenni di spese ingenti e sprechi a causa di presupposti diffusi, ma errati, su ciò che funziona nei paesi mal governati, e ora nessuno si fida più delle nostre idee di progresso. Cambiamo in meglio.Appunti e nozioniSpesso mi trovo al centro di polemiche per le mie opinioni sul conteggio delle vittime. Ma vi prego di leggere questi interessantissimi resoconti su come sta cambiando il metodo di conteggio in Ucraina e negli Stati Uniti . L’Arabia Saudita è impegnata a combattere gli Houthi e a creare passaporti per cammelli (nota: questo articolo è in pidgin e no, non so spiegarne il perché). Ma questi cammelli hanno bisogno di passaporti immediatamente, e queste signore sono le migliori . Sto per andare in vacanza per un breve periodo, durante il quale spero di leggere più libri possibile, trattando i bambini con benevola negligenza (cosa che loro ricambiano). Al momento sto leggendo: “Regime Change: Inside the Imperial Presidency of Donald Trump” di Maggie Haberman e Jonathan Swan; “Black Bag” di Luke Kennard; “They Came to Baghdad” di Agatha Christie; e “In At the Kill” di Gerald Seymour. Nella mia testa si stanno confondendo, e il risultato è pura follia. “Il golf è essenzialmente una forma di freccette all’aperto di lusso.” — Nicholas Harris a “The Hawk”. Questa è la migliore e definitiva analisi del terribile spettacolo dell’intervallo dei Mondiali. Keir Starmer se n’è andato . “ Le persone superiori soffrono ”: un’affermazione attuale oggi come lo era quando Joan Didion la scrisse. Questo articolo tratta di come l’attuale clima tra la Generazione Z suggerisca che, sebbene alle donne sia permesso raggiungere ricchezza e status, essere sorprese a impegnarsi per ottenerli sia un suicidio sociale. In generale, però, le donne amano sia essere ostacolate nel loro percorso di crescita, sia sentirsi dire come comportarsi una volta che ci riescono. La storia di un paese raccontata in due parti: da una parte, qualcuno ha commesso un grave crimine e la gente teme che possa essere punito ; dall’altra, una riunione viene annullata perché si sono presentati alcuni manifestanti e coloro che volevano incontrarsi vengono ritenuti responsabili di aver spaventato la gente.Webinar ACLEDL’estrazione mineraria sotto attacco: come l’attività estrattiva rimodella i conflitti nel Sahel Il nostro webinar più recente, realizzato in collaborazione con la Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC) e l’International Land Coalition, si è basato sulle ultime ricerche di ACLED, che dimostrano come il ruolo dell’industria mineraria si estenda ben oltre il finanziamento dei conflitti. La nostra analista senior per l’Africa occidentale, Héni Nsaibia, ha esaminato come i gruppi jihadisti sfruttino le economie minerarie per finanziare le proprie operazioni, rafforzare il controllo territoriale e condurre una guerra economica contro gli Stati che combattono. Lucia Bird Ruiz-Benitez de Lugo, direttrice dell’Osservatorio per l’Africa occidentale presso GI-TOC, ha analizzato l’intersezione tra gruppi armati ed economia mineraria. Se vi siete persi questa interessante conversazione, potete guardare il video completo qui .Seleziona ACLED tra i media!Ho rilasciato un’intervista all’Associated Press per il loro articolo intitolato “Una nuova minaccia da parte degli Houthi yemeniti potrebbe allargare la guerra con l’Iran e mettere a rischio un altro punto nevralgico per gli scambi commerciali”.Ali Mahmoud Ali ha condiviso le sue riflessioni con Al Jazeera per il loro servizio “Inside Story” intitolato “Riusciranno le RSF a prendere il controllo di el-Obeid in Sudan?”.Altre menzioni del Sudan: Nohad Eltayeb è stato citato dal Guardian , dalla BBC e dalla pubblicazione tedesca NZZ in articoli che trattavano del conflitto.I dati di ACLED sulle vittime e sul conflitto in Myanmar sono stati ampiamente diffusi il mese scorso. Questo articolo di France24 , che cita Su Mon, ne è un esempio.Passando all’America Latina, Sandra Pellegrini ha rilasciato un’intervista al Guardian sull’espansione delle bande criminali ad Haiti, mentre Tiziano Breda ha parlato con il Guardian e l’ Associated Press delle elezioni in Nicaragua.I dati di ACLED sono stati utilizzati anche dalla BBC , The Economist , il New York Times , il Financial Times , Bloomberg , la rivista adf , la CNN e da Al Jazeera per realizzare delle ottime infografiche .Le dichiarazioni di Susanna Deetlefs e Ladd Serwats sulle proteste anti-immigrati in Sudafrica sono state citate in numerosi media. Tra questi, Reuters , le testate sudafricane EWN e Briefly e Afriquinfos .Newsweek ha citato Kieran Doyle in un articolo riguardante un presunto complotto iraniano per assassinare Donald Trump.Nasser Khdour ha rilasciato dichiarazioni a The New Arab in merito alla nuova strategia di Israele nel Libano meridionale, a The Intercept sulla Cisgiordania e ad Al Jazeera sulla violenza dei coloni in Palestina.Prof. Clionadh Raleigh, CEO ACLED (Dati sulla localizzazione e sugli eventi dei conflitti armati)Conflitti di interesse ― Nuovo episodioQuesta settimana, nella rubrica “Conflitti di interesse”, la professoressa Clionadh Raleigh e Bron Mills analizzano il presunto attacco ucraino contro una nave mercantile iraniana: perché Kiev potrebbe star estendendo la lotta oltre la Russia, se si trattasse di un messaggio a Donald Trump e cosa potrebbe significare la minaccia di rappresaglia da parte dell’Iran. Inoltre, dopo un attentato durante un evento del Pride a Berlino, esaminano l’evoluzione della minaccia terroristica in Europa e la sfida di prevenire attacchi rari ma devastanti senza iper-securizzare la società. Presentato da ACLED, ora disponibile in streaming su tutte le principali piattaforme . Copyright © 2026 ACLED, Tutti i diritti riservati.www.acleddata.com Desideri modificare le modalità di ricezione di queste email? È possibile aggiornare le proprie preferenze o annullare l’iscrizione a questa lista .Leggi la nostra informativa sulla privacy qui . Per domande o commenti, si prega di contattare admin@acleddata.com . Per richieste da parte dei media, si prega di contattare press@acleddata.com . |

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| Cari lettori, «Essere nemico dell’America può essere pericoloso, ma essere amico dell’America è fatale.» – Henry Kissinger Ci troviamo in un periodo di transizione rispetto al conflitto con l’Iran? Forse dipenderà in gran parte dalla capacità della strategia “meridionale” di modificare gli equilibri di potere nello Stretto. L’accordo libanese – speriamo che regga a lungo – potrebbe essere un altro modo per indebolire l’influenza iraniana e provocare una “lenta agonia” del governo guidato dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. Nel frattempo, parliamo di ciò che sta accadendo al di fuori del Medio Oriente. Questa settimana abbiamo analizzato oltre un milione di proteste e sommosse (manifestazioni violente/violenza di massa) per determinare cosa sia successo negli ultimi sei anni circa. Dai nostri dati emerge che le sommosse rappresentano l’11,3% degli eventi e le proteste l’88,7%. Entrambe hanno registrato un aumento costante, con le proteste spesso legate a problematiche sindacali e studentesche e le sommosse più frequentemente in concomitanza con controversie elettorali e politiche. Tali sommosse si sono concentrate in India (2024), negli Stati Uniti (2020 e 2026), in Corea del Sud (2024), in Perù (2023, in concomitanza con la crisi post-Castillo), in Brasile (2022) e in Bangladesh (2025), raggiungendo il picco in concomitanza con elezioni contestate. Le lamentele relative ai servizi pubblici (elettricità, acqua, carburante e strade) sono risultate il secondo tema più frequente di sommosse: il 14,7% delle proteste si è trasformato in violenza, in genere attraverso blocchi stradali e scontri per blackout e carenze di servizi. Questi eventi si sono concentrati principalmente in India e Pakistan (che insieme hanno rappresentato oltre la metà di tutti gli episodi), Messico, Sudafrica, Venezuela e Iraq. Il tasso di rivolte legate a Gaza, Palestina e Israele (al di fuori di Palestina e Israele) è stato piuttosto basso; le proteste relative a Gaza si sono verificate principalmente negli Stati Uniti, in Marocco, nello Yemen e in Europa (da circa 7.000 eventi nel 2022 a 29.418 nel 2024). Le tensioni etniche, razziali, religiose e comunitarie hanno superato leggermente la media della violenza, con il 12,3% di questi eventi rappresentati da rivolte. Tra il 2023 e il 2025, l’India ha dominato (con quasi un terzo di tutti gli eventi di questo tipo), seguita da Pakistan, Stati Uniti, Ecuador (disordini guidati da popolazioni indigene), Messico e Colombia. I disordini legati a migranti e “stranieri” stanno crescendo più rapidamente di qualsiasi altro tema. Questo tipo di disordini è più che raddoppiato, passando da circa 2.800 eventi all’anno tra il 2020 e il 2022 a 7.594 nel 2025 e 4.961 nel 2026 finora, trainati in modo preponderante dall’immigrazione e dalle deportazioni negli Stati Uniti, seguiti da Germania, Francia, Italia (dibattiti sull’asilo in Europa) e Sudafrica (violenza xenofoba) . Quando si sono verificati episodi di violenza, questi si sono concentrati in Sudafrica (come accaduto di recente) e nell’Europa meridionale piuttosto che negli Stati Uniti. Basti concludere che in Occidente cresce la preoccupazione per le conseguenze che le rivolte razziali, le proteste contro l’immigrazione, l’aumento del costo della vita e i movimenti antigovernativi potrebbero comportare; si percepisce un palpabile senso di disordine che i governi non riescono a contenere. In effetti, le rivolte a Belfast , in Sudafrica, in Irlanda, in altre parti del Regno Unito, ecc., stanno mettendo in luce uno sviluppo preoccupante. Esistono molti preconcetti sulle rivolte e le proteste in Occidente che possiamo esaminare: in primo luogo, le manifestazioni pubbliche, in qualsiasi forma, non sono sempre atti “legittimi”. Le rivolte di Londra del 2011 e la rivolta del 6 gennaio al Campidoglio negli Stati Uniti (se la si può considerare una rivolta) sono tutti atti di distruzione gratuita e sono stati puniti di conseguenza. Eppure, ultimamente si riscontra una forte tendenza a sostenere e giustificare la violenza e i danni causati da cause favorite, mentre si denigrano la violenza e i danni causati da cause meno sostenute. In molti casi, i rivoltosi saranno presenti all’interno di una protesta . Che si consideri o meno la violenza delegittimante è strettamente legato al proprio sostegno al tema generale. Se vi presentassi le molteplici e massicce proteste di Londra che hanno visto scontri significativi con la polizia e i contro-manifestanti, vorreste sapere sotto quale bandiera si sono svolte prima di esprimere un giudizio? Qual è la lezione da trarre? Le proteste e le rivolte possono riguardare molteplici questioni contemporaneamente e non sono giustificate solo quando si collegano alle nostre cause preferite. Si teme che le fratture sociali, la polarizzazione e la frammentazione vengano esasperate e alimentate dai social media e dai partiti politici (estremisti/populisti). Certo, è sempre stato così. È indubbio che un numero maggiore di persone riceva notizie che supportano ed esasperano i loro preconcetti sul disordine e su chi ne sia responsabile. È altrettanto vero che partiti e posizioni politiche in diversi paesi stiano cercando di sfruttare le proteste, la reazione dell’opinione pubblica e persino il disordine che ne sono alla base. Un buon esempio è il movimento per la giustizia sociale del 2020-2021 negli Stati Uniti, che ha catturato l’attenzione del paese e non solo, a causa delle chiare e ovvie differenze nel trattamento riservato alle minoranze razziali ed etniche da parte delle forze di sicurezza statunitensi. Le forze sociali che hanno spinto le persone a protestare erano reali, così come il desiderio dell’opinione pubblica di cambiarle. Anche le posizioni politiche adottate dai partiti a favore e contro il movimento per la giustizia sociale sono state in parte opportunistiche, in parte ciniche, per approfittare di questo momento. È anche vero che l’esperienza e la frequenza delle proteste in Occidente sono profondamente diverse. Le questioni che scuotono l’opinione pubblica nel Regno Unito (fallimento del governo, politiche identitarie, migrazione) sono molto diverse da quelle che permeano gli Stati Uniti (corruzione governativa, migrazione, battute d’arresto democratiche). Lo stesso vale per i fattori scatenanti, le forme e le reazioni alle proteste: nel Regno Unito, le due questioni della migrazione e delle identità contestate si stanno intrecciando sempre più, in parte perché l’opinione pubblica le considera entrambe come “fallimenti dello Stato”. Ad esempio, se i diritti umani dei richiedenti asilo (sia quelli a cui è stato concesso l’asilo che quelli a cui è stato negato) debbano avere la precedenza sulla sicurezza pubblica , o se i diritti individuali di individui pericolosi (britannici o di altra nazionalità) o l’ “equità” dei risultati debbano essere prioritari rispetto alla sicurezza pubblica . Nel primo caso, i richiedenti asilo o le persone presenti illegalmente che commettono crimini efferati generano reazioni pubbliche sempre più pericolose contro interi gruppi (ad esempio, l’attacco agli hotel per richiedenti asilo nell’estate del 2025 o il recente tentato omicidio a Belfast hanno portato bande a trascinare gli immigrati fuori dalle loro case per diverse notti di disordini). Un altro esempio riguarda una persona pericolosa, recentemente rilasciata da una struttura di assistenza statale , che ha ucciso tre persone poco dopo . Entrambi i casi recenti (e altri) alimentano la crescente percezione pubblica che gli autori dei crimini avessero contatti diretti con i servizi statali, i quali non hanno lanciato l’allarme né usato la propria autorità per fermare le persone e dare priorità alla sicurezza pubblica . Di conseguenza, è prevista una profonda revisione delle norme britanniche in materia di asilo (sul modello di quelle canadesi), norme molto significative e più rigide in materia di rifugiati (sul modello di quelle danesi) e un appello pubblico per escludere lo Stato da alcune disposizioni dell’Equality Act e della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Alcune di queste misure sono concepite per rendere i problemi migratori “gestibili” dallo Stato e per impedire ai partiti di estrema destra di sfruttare le crescenti preoccupazioni dell’opinione pubblica sui tassi di cambiamento, vissute come scontri di nazionalità, razza, religione, ecc. Altre misure sono concepite per dare priorità alla sicurezza pubblica rispetto all’identità e all’equità. Ma queste narrazioni si stanno diffondendo a causa della combinazione di elevati livelli di cambiamento sociale, una diffusa percezione di incompetenza istituzionale degli enti pubblici e riflessioni su chi debba sopportare il costo di tali cambiamenti . Problemi simili si verificano in Irlanda, dove lo Stato ha imposto alle comunità rurali e urbane un ritmo di cambiamento destabilizzante, senza alcuna idea di come gestire le drastiche modifiche demografiche (ad esempio, il raddoppio della popolazione di un piccolo villaggio attraverso l’accoglienza di richiedenti asilo). In breve, proteste e rivolte possono riflettere convinzioni diffuse o ristrette tra elettori e cittadini, ma non ne sono indicatori affidabili o coerenti. Nonostante l’estremismo presente da più parti e l’opportunismo politico, molte persone (che non protestano né si ribellano, ma votano) sono preoccupate per la composizione delle proprie comunità , per il ritmo del cambiamento nei loro paesi e per i servizi pubblici. Definire queste persone razziste non significa raggiungere un obiettivo, ma fraintendere completamente la situazione. Negli Stati Uniti, la situazione è ben diversa: il livello di protesta è stato molto alto dal maggio 2020 (innescato dall’omicidio di George Floyd) e continua ad assumere una forma di massa, rispondendo in gran parte a cause più progressiste. Le proteste negli Stati Uniti sono spesso ora risposte pubbliche all’eccesso di potere del governo, ad atti di dubbia legalità (e talvolta a crimini contro i cittadini) e alla corruzione. Eppure, migliaia e migliaia di proteste negli ultimi 18 mesi non hanno avuto alcun impatto su queste problematiche. Tanto che forse si tratta più di raduni sociali che di proteste. Anche se le proteste contro i data center (radicate in un contesto locale, in una narrazione comprensibile e tangibile) hanno avuto più successo. Le rivolte e le proteste non sono la risposta a problemi reali, ma indicano che qualcosa non va; e in questo senso, sono allo stesso tempo inutili e utili per pubblici molto diversi. Come per ogni cosa al giorno d’oggi, è il pubblico che conta, non l’impegno profuso. So che è di moda prevedere una nuova “guerra civile” negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ma state certi che non scaturirà da queste proteste. In genere, le proteste e le rivolte non sono il preludio di conflitti più ampi, poiché i partecipanti sono reclute molto improbabili. Consolatevi sapendo che la stragrande maggioranza delle persone desidera che questi problemi vengano riconosciuti e affrontati, non ignorati. Inoltre, questo quiz è affascinante perché rivela la tua posizione su svariati argomenti! |
| Appunti e nozioni Allora! I Mondiali! Spero che ve li stiate godendo – io li adoro, perché è stato grazie a loro che ho scoperto l’esistenza di Zinedine Zidane, e gliene sarò per sempre grata. Spero in un’altra partita Marocco-Francia, visto che l’ultima volta c’erano delle belle vibrazioni. Eppure (eppure!) la storia delle pause per l’idratazione, le pubblicità dell’Aramco, il gioco all’ultimo minuto!Su Aramco c’è una rivista! E molti anni fa, la sua versione digitale conteneva questa utilissima guida su come cavalcare un cammello , in cui mi sono imbattuta per caso. È molto istruttiva. Mi sono persa le ultime notizie sui cammelli per almeno due mesi, quindi mi scuso. Quando non guardiamo le partite, guardiamo “Dear England”, in cui uno dei fratelli Fiennes interpreta Gareth Southgate, con i suoi tic nervosi, i modi impeccabili e l’approccio riflessivo al calcio e alla vita. Questo è delizioso , così come questo .In Irlanda sta scoppiando un vero e proprio scandalo riguardo alle forniture alla macchina bellica russa. Io vengo da una città piuttosto vicina e la cosa sta scuotendo tutti! Come sempre, una risposta ignobile . Ultimamente ho trascorso molto tempo negli Stati Uniti, perché mio padre era gravemente malato. È venuto a mancare la settimana scorsa, e così si chiude quel capitolo della nostra storia americana. Si era davvero affezionato agli Stati Uniti e alla fine (in semi-pensione) aveva sostituito il freddo intenso e le vaste pianure del Wisconsin con il clima torrido, il sostegno a Trump, l’eccellente assistenza medica, ecc. della Florida. Gli Stati Uniti sono cambiati molto da quando ci siamo trasferiti, e questo è stato particolarmente evidente nel fatto che il 4 luglio di quest’anno sembra stranamente sospeso. Le persone sono davvero più atomizzate: 20 anni fa, nelle piccole città si sarebbero visti cartelli che annunciavano parate e festeggiamenti per la festa più importante del paese. Eppure quest’anno, per il 250° anniversario dell’America, neanche un cartello, neanche un evento per permettere alle comunità di riunirsi, e ho cercato ovunque. È un grande paese e ha bisogno che la sua gente si riunisca e lo festeggi! Ero giovane e ingenua lì, e non c’era paese migliore per quello. Nelle sue ultime settimane, avevamo una piccola routine: guardavamo insieme un film classico nel pomeriggio. Ho chiesto consiglio a molte persone e sono molto grata per i loro ottimi suggerimenti: “Lo squalo”, “Il padrino (o i padrini)”, “Il silenzio degli innocenti”, “Fargo”, “Non è un paese per vecchi”, “Braveheart”… il tema è chiaro. Non siamo mai arrivati a “Il segreto dei suoi occhi” e “L’assassinio di Cristo”. Ma un consiglio: alcuni film sono invecchiati davvero male, ad esempio “Gangs of New York”. |
| Webinar ACLEDIsraele e il Golfo: in che modo la guerra ha influito sulla sicurezza regionale? Nel nostro prossimo webinar, gli esperti di ACLED si concentreranno su come la guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele abbia messo in luce i limiti delle strategie regionali nei confronti dell’Iran. Sebbene il memorandum d’intesa provvisorio tra Stati Uniti e Iran offra una fragile finestra di opportunità per sospendere le ostilità e stabilizzare il traffico marittimo, lascia irrisolti i principali dilemmi strategici di Israele e del Golfo. Come dovrebbero scoraggiare l’Iran? Fino a che punto dovrebbero fare affidamento sulle garanzie statunitensi? E la diplomazia può contenere un conflitto che si è già esteso a tutta la regione? Registrati per assicurarti la partecipazione . In che modo le elezioni colombiane rimodelleranno i legami di sicurezza con il Venezuela? Il 30 giugno abbiamo organizzato un webinar a cui hanno partecipato il nostro esperto di Venezuela, Tiziano Breda, Bram Ebus, fondatore e co-direttore di Amazon Underworld, e Angela Olaya, co-fondatrice e direttrice di Fundación CORE, per discutere dell’impatto delle elezioni colombiane sulle relazioni con il Venezuela. Un tema centrale della discussione è stato se i due Paesi possano rilanciare la cooperazione in materia di sicurezza e la collaborazione sugli investimenti lungo il confine. Se ve lo siete persi, potete guardare la registrazione . Presentazione del sistema di monitoraggio dei conflitti nel Mar Cinese Meridionale di ACLED. Se vi siete persi il webinar in cui abbiamo presentato il nuovo South China Sea Monitor di ACLED, una dashboard progettata per monitorare le tattiche della zona grigia, le tensioni marittime e gli sviluppi chiave nel Mar Cinese Meridionale, potete guardare la registrazione qui . Combinando le funzionalità di questa nuova dashboard con le analisi di esperti regionali, il webinar ha offerto una prospettiva basata sui dati su come si stanno evolvendo le tensioni marittime, quali modelli stanno emergendo e cosa ciò significhi per la stabilità nell’Indo-Pacifico e oltre. |
| Seleziona ACLED tra i media! Nel corso dell’ultimo mese, i dati di ACLED sono stati utilizzati da Reuters , Associated Press , The Guardian , Al Jazeera , The New York Times , The Wall Street Journal , The Economist , il Financial Times , Foreign Policy , Save the Children e le Nazioni Unite , solo per citare alcuni esempi. I nostri esperti di Europa sono stati molto impegnati. I commenti di Cristian Vlas sugli attacchi dei droni ucraini in Russia sono stati ripresi dalla BBC , il recente rapporto di Witold Stupnicki sulla flotta ombra russa è stato citato dall’Independent e Olha Polishchuk ha parlato con Icarus Complex dell’avanzata russa in Ucraina. Ladd Serwat ha rilasciato un’intervista al Guardian in merito ai rapimenti in Nigeria. Tiziano Breda ha parlato con il Guardian delle elezioni in Colombia e con France24 di quelle in Perù. Anche il Latin Times ha seguito le elezioni colombiane utilizzando i dati di ACLED, e Bloomberg ha ripreso il nostro ultimo rapporto sulla cooperazione tra Colombia e Venezuela , che presenta alcuni scenari sull’esito delle elezioni. Newsweek ha interpellato Bassel Doueik per un articolo intitolato “100 giorni di guerra con l’Iran: vincitori e vinti”, e The National lo ha citato a proposito dei raid aerei israeliani in Libano. La rivista italiana 24+ ha utilizzato alcune delle analisi di Sherwan Ali sugli Houthi e sulla crisi del Mar Rosso. Bianca Ho ha rilasciato un’intervista a CBS News per un articolo su Antifa. Ali Mahmoud Ali ha condiviso con l’ Associated Press alcune informazioni sulle operazioni delle RSF in Sudan.ACLED è stata persino menzionata in alcune trasmissioni televisive dedicate ai Mondiali ! |
| Prof. Clionadh Raleigh, CEO ACLED (Dati sulla localizzazione e sugli eventi dei conflitti armati) |
| Conflitti di interesse – Nuovo episodio Nuovi attacchi hanno già messo alla prova l’accordo, i colloqui di pace sono ripresi e ora ci si chiede se l’Iran stia negoziando da una posizione di debolezza o se i recenti sviluppi abbiano effettivamente rafforzato la sua posizione. Nel frattempo, le proteste anti-immigrazione continuano a crescere nel Regno Unito e in Europa, sollevando interrogativi più ampi sulla fiducia nel governo, sulla sicurezza pubblica e sulle vere cause del malcontento. Presentato da ACLED, ora disponibile in streaming su tutte le principali piattaforme . |
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| Cari lettori, « Gli antichi la chiamavano “l’ora del lupo”. È l’ora in cui muoiono più persone e ne nascono di più. In questo momento, gli incubi ci assalgono. E quando ci svegliamo, abbiamo paura.» ― Johan Borg in “L’ora del lupo” “Strategia.” La guerra con l’Iran ha generato un intenso dibattito sulla strategia: chi ce l’ha e chi no. Che aspetto ha una strategia praticabile in un periodo caratterizzato dal declino di una potenza egemone, da molteplici fronti di conflitto internazionale, da conflitti interni in corso che costituiranno punti di svolta cruciali per le guerre internazionali più ampie, dall’ascesa e dalla competizione tra potenze di medio livello, dalla rinascita di minacce transnazionali come gruppi jihadisti e cartelli, da popolazioni in fermento e da una scarsa supervisione o applicazione di norme rigorose sull’uso della violenza? La risposta è molto soggettiva, ma anche in questo caso, ci sono alcuni aspetti della strategia e del suo sviluppo che volevo approfondire. Li presento sotto forma di elenco perché questo rende il discorso coerente e scorrevole.Di recente ho letto una traduzione più recente de “Il Principe” del nostro vecchio amato Niccolò Machiavelli. La fantastica traduzione è di Tim Parks, così come l’introduzione. Sapevate che l’accoglienza riservata a “Il Principe” (e in realtà alla vita di Machiavelli) non fu delle migliori? Fu considerato piuttosto scandaloso perché propugnava l’adozione di codici morali diversi, più “permissivi”, in contraddizione con il Cristianesimo (e per di più era nato come “Sui Principati”, un’opera che trattava delle forme di amministrazione subnazionale, e per questo amerò sempre Niccolò). In realtà, Machiavelli si arricchì con romanzi e opere teatrali a sfondo erotico. E sebbene fosse noto per essere un consigliere perspicace, le pratiche da lui suggerite venivano adottate solo a volte con successo, altre volte fallivano. “Il Principe” parla di come manipolare per ottenere vantaggi a breve termine, ma anche di come essere realistici riguardo alle prospettive e alla strategia. E a volte essere realistici significa prepararsi al fallimento. Park sostiene in modo convincente che “Il Principe” tratta di come i tratti della personalità dei leader possano “integrarsi positivamente o negativamente con determinate circostanze storiche” (p. xix), e perbacco, questa situazione in Iran sarebbe un pasto completo per Machiavelli.Ho letto anche Sun Tzu e (parafrasando) quando il nemico attacca, ti mostra la sua debolezza. Droni, assassinii e blocchi non sono una strategia. Possono far parte di una strategia militare complessiva, ma da soli non possono esercitare una pressione sufficiente per rovesciare il governo (che è debole ma sta per essere sommerso di denaro!). C’era un’inerzia in questa guerra: gli stessi eventi si ripetevano all’infinito, anche se di breve durata. E poi, il continuo susseguirsi di domande del tipo “è finita?” ogni 20 minuti. Che modo incredibilmente stupido di condurre un conflitto. Come minimo, Pete Hegseth dovrebbe essere licenziato. Non lo sarà. Mi viene in mente una scena di “L’imperatore: la caduta di un autocrate” di Ryszard Kapuściński, in cui l’incapacità dei governatori regionali di Hailé Selassié di fermare una devastante carestia in Etiopia causò la morte di milioni di sudditi. Anziché ammettere di aver nominato le persone sbagliate con risultati devastanti, Selassie le promuove, facendo apparire la carestia come parte integrante della sua strategia, attuata con successo.I punti deboli di Donald Trump sono la sua facilità ad annoiarsi e il desiderio di isolarsi dai costi. Il suo punto di forza è la capacità di comportarsi come un boss mafioso frettoloso. Non ha pensato molto al di là del suo vantaggio (la forza militare) e, come un boss mafioso, non c’è una strategia: c’è solo la minaccia e l’uso della violenza. Se non sfrutta questo vantaggio, è solo un presidente problematico e impopolare che ha accelerato il declino dell’influenza globale del suo paese. Può ignorarlo, anche se il resto del paese non può. Ciò che ha fatto l’Iran è stato abbandonare la sua precedente architettura di potere e concentrarsi invece sull’obiettivo collettivo. Come scrive Hamidreza Azizi in un articolo del Time : “ciò che è emerso in Iran è una diversa architettura di leadership, in cui il potere viene esercitato attraverso istituzioni e reti che si sono riconfigurate per soddisfare le esigenze della guerra e del confronto prolungato”. Questo non potrebbe accadere negli Stati Uniti perché l’architettura del potere è concentrata sul non annoiare o infastidire Trump.Il conto della strategia di Trump in Iran è arrivato, e i costi superano i benefici. L’Iran ne trarrà vantaggio, ma gli Stati del Golfo hanno subito un costo immediato enorme: Trump chiede una normalizzazione immediata dei rapporti con Israele. Gli Accordi di Abramo restano in piedi. Secondo alcune fonti, gli Stati del Golfo non sono entusiasti di questo sviluppo. Cosa abbiamo imparato? Benjamin Netanyahu ha bisogno di questo successo per rimanere al potere, e il modo in cui si sono svolti i fatti tra Trump e gli iraniani significa che nessuno dei due obiettivi che Stati Uniti e Israele volevano raggiungere (rimuovere l’uranio e/o rovesciare il regime) si sarebbe concretizzato. Pertanto, gli Stati Uniti presentano un nuovo obiettivo e si comportano come se fosse sempre stata la scelta giusta. Ancora una volta, questo ribadisce che – nonostante tutte le affermazioni contrarie e il peso e l’importanza degli Stati del Golfo – Israele rimane il più importante per gli Stati Uniti. Ma l’Arabia Saudita – in diversi momenti – ha spinto il conflitto per poi ritirarsi a causa dei costi interni ed economici. È stata, nella migliore delle ipotesi, incoerente ed esitante, eppure aspira all’egemonia regionale. Se il regime dell’Arabia Saudita vuole superare l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti, sviluppare il Mar Rosso e plasmare i prossimi 30 anni nel Golfo, dovrà comportarsi di conseguenza. Altrimenti, altri – come l’Iran – saranno ben lieti di seminare il caos.Sebbene le proteste a Gaza, in Palestina e persino contro la guerra in Iran siano recentemente diminuite (ne abbiamo registrate 69.000 dal 2022 al mese scorso), hanno assunto una geografia interessante. Lo Yemen registra il maggior numero di queste proteste, con oltre 17.000 partecipanti; il Marocco presenta la tendenza più significativa alla normalizzazione anti-israeliana, con oltre 6.000 proteste. Queste proteste sono comuni e attive in tutto il mondo arabo (costituendo oltre il 50% delle proteste totali) e stanno cambiando la posizione sugli Accordi di Abramo, negando che Israele abbia permesso ai leader arabi di dimostrare di ascoltare il proprio popolo (quantomeno). Era una crisi per la quale avevano una risposta, e quella risposta era “OK, va bene. Israele è cattivo” (a prescindere dalla loro interpretazione della strategia israeliana, né dal loro forte desiderio di vedere Hamas, Hezbollah e altri distrutti). Ma ora una normalizzazione forzata li farà apparire come attori politici di secondo piano. L’opinione pubblica si calma quando si vince. Ma chi ha vinto qui? Al momento, gli iraniani. La situazione non potrebbe essere più desolante per gli stati del Golfo, né per gli Stati Uniti in generale.Un po’ fuori tema, ma sono molto interessato all’idea del “mercato del lavoro in contesti di conflitto”. Esistono diverse ricerche su come i gruppi armati crescano attraverso il reclutamento, l’allineamento ideologico e la coercizione, ecc., ma le nuove ricerche si concentrano su come “farsi una carriera in una dittatura”. In un nuovo libro di Christian Gläßel e Adam Scharpf, “Making a Career in Dictatorship: The Secret Logic behind Repression and Coups” (Farsi una carriera in una dittatura: la logica segreta dietro la repressione e i colpi di stato), gli autori esaminano i tirapiedi e le tirapiedi dell’autocrazia. La loro ricerca, riassunta qui dal New York Times , suggerisce che sono i “mediocri” a essere ben contenti di svolgere il loro lavoro all’interno dell’autocrazia e di trincerarsi nella sua burocrazia. Per questi “perdenti leali”, l’autocrazia offre un ambiente non competitivo e, poiché sono così mediocri nel loro lavoro, non c’è rischio di colpi di stato interni da parte del management intermedio. Trovo questa tesi allo stesso tempo affascinante e terrificante, soprattutto quest’ultimo aspetto.Appunti e nozioniChe fine ha fatto l’epidemia di oppioidi negli Stati Uniti? Nessuno ne parla più e, dopo una mia ricerca approfondita (ovvero, una semplice ricerca su Google), ho notato che la maggior parte degli articoli risale a diversi anni fa. Ma dov’è finita? Se è stata debellata, perché non si celebrano i successi in termini di salute pubblica? I lettori abituali sapranno che spesso esco dal mio piccolo mondo di ricerche per chiedermi: “Dove sono finiti x, y o z?”. La mia ultima domanda era: “Che fine ha fatto Q-Anon?”. Esigo ancora una risposta: leggo un sacco di allarmismo morale al riguardo e merito una soluzione! Il mio gruppo di lettura femminile locale, composto da vicine di casa meravigliose e comprensive, leggerà “La strega” di Marie Ndiaye per il nostro prossimo incontro, ed è fenomenale. Dopo il mio sfogo del mese scorso e la continua “autopsia vivente” che sta avvenendo sull’amministrazione Starmer, mi sono imbattuta in questa interessante riflessione di Albert Dolan sulla discrepanza tra gli enti pubblici e i cittadini in merito ai risultati attesi dalle politiche. L’articolo esprime un concetto molto chiaro, costantemente assente nel dibattito pubblico irlandese e britannico. Di fronte a una politica concepita per affrontare una questione o un problema sociale, i cittadini si chiederanno: “Abbiamo ottenuto ciò per cui abbiamo pagato?”. Mentre gli enti pubblici responsabili dell’attuazione della politica si chiederanno: “Abbiamo rispettato le regole?”. Questa discrepanza tra risultato e processo è alla base di tanta frustrazione e sfiducia che si è diffusa tra i cittadini nei confronti del governo. “Seguire la procedura” non è mai una buona risposta e non è un fine a sé stesso. Ho guardato ininterrottamente “Legends” su Netflix con mio padre malato, ed è stato fantastico!Webinar ACLEDLa flotta ombra russa: elusione delle sanzioni e guerra ibrida si incontrano Il 28 maggio, ACLED ha ospitato un webinar per discutere i risultati di uno dei suoi ultimi rapporti: “La flotta ombra russa rappresenta una minaccia costante di guerra ibrida in mare” . Il webinar ha esplorato come la flotta ombra russa sia diventata una piattaforma attiva per la guerra ibrida, implicata nel sabotaggio di cavi sottomarini, nel lancio di droni da ricognizione su basi militari e aeroporti e in un’escalation del gioco del gatto e del topo con gli stati europei nel Baltico e nel Mare del Nord. Il webinar è stato moderato da Andrea Carboni, responsabile dell’analisi di ACLED, e ha visto la partecipazione di Witold Stupnicki, analista senior di ACLED per l’Europa e l’Asia centrale e autore del rapporto, e Mathieu Boulègue, ricercatore senior del programma di difesa e sicurezza transatlantica presso il Center for European Policy Analysis. Se ve lo siete persi, potete guardare la registrazione . Organizzeremo un webinar sul nostro nuovo East Asia Monitor l’11 giugno e un altro sulla sicurezza delle attività minerarie nel Sahel il 23 luglio. Consultate la nostra pagina Eventi e Webinar per ulteriori informazioni.Seleziona ACLED tra i media!Il reportage di Witold sulla flotta ombra russa ha riscosso un grande successo mediatico. Newsweek gli ha dedicato un intero articolo. Siamo stati inoltre entusiasti di constatare che l’articolo di Newsweek in cui veniva citato Sherwan Ali è stato ampiamente diffuso.InSight Crime ha utilizzato i dati di ACLED per mappare gli attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti nei Caraibi e nel Pacifico, The Guardian ha utilizzato i nostri dati sulle vittime in Myanmar e sull’offensiva israeliana nel Libano meridionale , The Economist ha utilizzato i nostri dati sulle proteste in Asia dall’inizio della guerra in Iran, Al Jazeera ha utilizzato i dati di ACLED in un articolo sui marinai iraniani uccisi durante la guerra tra Stati Uniti e Israele e Reuters ha utilizzato i nostri dati per mappare la violenza dei militanti in Mali.In merito alla situazione in Mali, Héni Nsaibia ha rilasciato dichiarazioni al Financial Times e al Telegraph . Ha inoltre parlato con la CNN del ritiro delle forze russe dal Mali.Jalale Getachew Birru è stato citato in un articolo di Le Monde sulle tensioni tra Sudan ed Etiopia. Ha anche parlato con France 24 delle vittime nello stato del Nilo Azzurro in Sudan.Nasser Khdour è stato citato da Bloomberg in un articolo sul controllo di Gaza da parte di Israele.Olha Polishchuk ha parlato ad Al Jazeera del crescente utilizzo di droni da parte di Ucraina e Russia, mentre Tiziano Breda ha rilasciato un’intervista al Guardian sull’impiego di droni militarizzati da parte di gruppi armati in Colombia.Infobae ha ripreso alcune informazioni dal nostro webinar di aprile “Dopo El Mencho: dinamiche di successione del CJNG e futuro della sicurezza in Messico” . Se ve lo siete persi, potete guardare la registrazione .Prof. Clionadh Raleigh, CEO ACLED (Dati sulla localizzazione e sugli eventi dei conflitti armati)Conflitti di interesse ― Nuovo episodioAll’88° giorno della guerra con l’Iran, il professor Clionadh Raleigh analizza una fase caratterizzata più dalla paralisi che dai progressi. Clionadh analizza la fine del blocco di internet in Iran dopo mesi di restrizioni, ciò che rivela sulla presa di Teheran sul dissenso interno e perché l’ultimo ciclo di colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran rimane intrappolato in una rete di agende contrastanti. Washington, Tel Aviv, Riyadh, Doha, Abu Dhabi e gli stati del Golfo tirano in direzioni diverse e questa frattura sta avvelenando qualsiasi percorso verso un accordo reale. Dall’Iran, la conversazione si sposta sulla Russia. Mentre la guerra con i droni rimodella il campo di battaglia ucraino, Clionadh analizza cosa significhi concretamente sul campo la crescente disperazione di Mosca e cosa comporti per una guerra che non accenna a risolversi.Presentato da ACLED, ora disponibile in streaming su tutte le principali piattaforme . ![]() |

Cari lettori,
“Datti una regolata” – Trump a Papa LeoneLa situazione è davvero tesa, vero? Dagli Stati Uniti al Medio Oriente, dal Regno Unito all’Ucraina, si respira aria di tensione.
Sono stato di recente in Florida, ed è il luogo perfetto per sperimentare fisicamente una palpabile tensione geopolitica. Perché, vi chiederete? Perché l’intero ambiente – le piante, l’acqua, l’aria, gli animali – sembra urlare alla gente: “Andatevene. Non vivete qui. Non è un posto per umani” (nota: nessuno ascolta). Ogni pianta che vedo ha spine, gli animali hanno squame, l’aria è densa e grigia, l’acqua è incontrollabile. E questa raffica di urla silenziose mi tiene in costante allerta. Eppure, come ben detto nel libro “ Cartoline dall’orlo del baratro “, almeno qui il mio mondo interiore corrisponde al mio mondo esteriore.
La tensione è reale, e non solo perché ci troviamo in una situazione di elevata violenza e di incertezza. È anche la consapevolezza che non ci stiamo muovendo verso un risultato/soluzione/stato prevedibile. Ho riflettuto molto sul perché ci sia tanta divergenza di opinioni su come affrontare queste sfide (e opportunità) geopolitiche, e credo che dobbiamo confrontarci con gli effetti pubblici della corruzione sui conflitti. Per corruzione intendo le pratiche e la percezione di essa, in modi piccoli e grandi, nella politica, nell’economia e nella società. La corruzione quotidiana che fa credere alla gente di pagare il prezzo delle decisioni e dei benefici ottenuti da un piccolo gruppo, o che non ci siano conseguenze per coloro che esercitano il potere. E per conflitto intendo la violenza che ci circonda qui e ora, non in luoghi lontani. Sono in arrivo cambiamenti radicali nella violenza, e questi richiederanno sostegno alla sicurezza e alla violenza di Stato, reclutamento nei servizi di sicurezza, impegno verso obiettivi politici a breve e lungo termine e un accordo condiviso su quale conflitto sia legittimo e quale no.
L’atteggiamento e la posizione dell’opinione pubblica nei confronti della violenza e dei conflitti non sono certo la conseguenza principale della corruzione, ma ne rappresentano comunque una possibile conseguenza, e visto che siete qui per riflettere sui conflitti, unitevi alla discussione.
La mia tesi centrale è questa: le persone accettano il conflitto e i suoi costi quando credono che il loro sacrificio conti, quando vedono che il loro sostegno è essenziale e che i benefici, presenti o futuri, sono reali. Lo accettano quando sanno che la sicurezza nazionale è un obiettivo condiviso che merita l’impegno e il sostegno di una persona. Ma quando i cittadini non riescono più a collegare le decisioni dei loro leader a un beneficio tangibile per il loro paese, e i costi continuano ad aumentare, quella determinazione crolla. La fiducia nella leadership politica si erode. E quando le persone credono che la loro società o il loro sistema politico abbiano un disperato bisogno di cambiamento, eppure nulla cambia, crescono l’apatia e la rabbia, anziché l’azione. È allora che il tessuto sociale inizia a sfilacciarsi. La corruzione con cui le persone sono costrette a convivere ha ormai privato le persone della loro capacità di agire. E coloro che hanno perso questa capacità la cercano. La politica estremista offre questa promessa. Ma la politica estremista non ripristina mai la cooperazione; la sostituisce con giochi di potere – interni ed esterni – e, sempre più spesso, con la violenza.
La mia preoccupazione più generale è che qualcosa di fondamentale sia cambiato nel funzionamento delle nostre società, e questo cambiamento ci ha resi pericolosamente impreparati a ciò che ci aspetta. Con il riallineamento del potere globale, il nostro tenore di vita diminuirà e scopriremo che le nostre istituzioni di sicurezza non sono in grado di ristabilire l’ordine laddove esso crolla. La qualità delle nostre idee politiche – e di coloro che le rappresentano e ci rappresentano – continuerà a deteriorarsi. Nessuno verrà a risolvere la situazione. Chi diceva che ci sarebbe riuscito ha fallito, e fallirà di nuovo.
Perderemo la nostra autonomia. Diventeremo più attenti alle nostre differenze che a ciò che ci unisce. Ci isoleremo, ci frammenteremo e ci radicalizzeremo.
I cambiamenti interni sono già visibili negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ho scelto questi due paesi perché li conosco, ma anche perché rappresentano un esempio emblematico di questo declino. Ciò che ne consegue è un declino dell’influenza, della stabilità e della cooperazione internazionale che questi paesi non hanno né la coesione né la credibilità per arrestare. Gli stati più potenti continueranno a condurre guerre senza fine e senza una logica coerente, mentre presiederanno a condizioni interne sempre più disperate. Gli stati meno potenti scivoleranno nell’irrilevanza, e molti continueranno a comportarsi come se l’irrilevanza fosse una scelta di principio. Avremo bisogno di una straordinaria resilienza per superare ciò che ci aspetta, e noi non ce l’abbiamo.
Alcuni di questi problemi possono essere fermati, soprattutto le tensioni familiari. Si possono fermare applicando lo stato di diritto. Forse ricorderete questo concetto, un po’ datato: le società hanno delle regole, tutti sono soggetti ad esse e, quando queste regole vengono violate, le conseguenze vengono applicate in modo equo e trasparente. Chi fa rispettare la legge deve farlo senza pregiudizi, in modo scrupoloso e deve esserne a sua volta vincolato.
Il riconoscimento selettivo delle regole – e la loro applicazione selettiva – sono ormai forme comuni di corruzione. È corrotto quando l’applicazione della legge e le sue conseguenze dipendono dall’identità o dall’appartenenza politica. Lo stesso vale per la mentalità di massa che si diffonde online, dove idee degradanti prendono piede senza controllo: crescente antisemitismo, radicalizzazione, misoginia estrema. Non si tratta di nuovi odi. Sono veleni antichi che trovano nuovi canali di diffusione. E poiché si diffondono attraverso piattaforme non controllate da alcuna istituzione, le persone che ne subiscono le conseguenze non hanno ricorso né alcun arbitro.
Ma questo va oltre la debolezza del governo e le pessime decisioni in materia di nomine. Quando i media danno spazio a persone che mascherano il furto come protesta o il loro oltraggioso bigottismo come “semplici domande”, spacciando la loro insensata moralità selettiva per un commento degno di essere ascoltato, ciò conferma ciò che milioni di persone già sospettano: che siamo un pubblico inerme per i deliri di idioti dell’élite, spacciati per pensiero. Su altre piattaforme, la destra americana urla come un matto contro chiunque abbia un’opinione diversa dalla sua. La sinistra americana si sta rovinando con la sua politica di controllo del pensiero. L’estrema sinistra britannica sta sovvertendo ogni regola di convivenza civile che mi venga in mente. E tutti loro, ai margini, celebrano atti di omicidio, che siano commessi da un agente statale o da un attivista disturbato per strada.
A che scopo? A nessuno scopo. Non ha senso. Stiamo assistendo alla dissoluzione dei legami tra i cittadini – e tra i cittadini e chi li governa – quando un numero sufficiente di persone giunge alla conclusione che le regole non valgono, che i loro istinti politici più bassi li giustificano e che tutti gli altri si comportano allo stesso modo, non c’è più nulla che possa arginare l’ondata di anarchia.
Come si collega tutto questo alla violenza? Lasciatemi elencare i modi. Chi detiene un potere immenso ha scatenato agenti del caos contro di noi , e pochissimi al potere prendono sul serio le proprie responsabilità. Quanto siamo lontani da attacchi progettati per massimizzare i profitti di Polymarket? L’esistenza stessa di Polymarket è una forma di corruzione. In quanti modi le persone possono essere raggirate da truffe consentite ?
Quante volte gruppi privilegiati e considerati “intoccabili” si sono scatenati in atti di violenza mentre la società era distratta, senza subire alcuna conseguenza per il loro opportunismo? Quante persone vulnerabili sono state radicalizzate online prima di essere uccise in sparatorie pubbliche? Quanti atti di violenza sono stati ottimizzati grazie all’intelligenza artificiale ? Quante volte i governi locali e nazionali hanno evitato scelte scomode in merito a radicalizzazione, estremismo, immigrazione e limiti dell’inclusione, fino a quando le conseguenze non si sono manifestate in omicidi pubblici?
È questo che corrode una società: il degrado di ciò per cui le persone credono valga la pena lottare, dei sacrifici che sono disposte a fare e di chi sono disposte a sostenere. Cosa possiamo fare? Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo . Non avete molto potere, ma un po’ ce l’avete.
Appunti e nozioni
Oggi niente cammello, ma un topo . Tuttavia, niente batte questo coccodrillo .
So che la maggior parte di queste donne vivrà in una casa tra 10 anni e probabilmente sarà sposata , ma potrebbero non andare d’accordo con i loro mariti. Se prendiamo sul serio il problema della radicalizzazione e dell’apatia maschile, dobbiamo anche prendere sul serio l’impatto sulle donne: anche se le soluzioni sono diverse, non sono opposte (la crescita aiuta tutti). Queste signore hanno ragione su molti punti.
Ho ripetuto un milione di volte che ho bisogno di una “moglie”, ma mio marito proprio non vuole assumersi la responsabilità della gestione della nostra vita. Candidature aperte.
Ci vuole davvero qualcosa di speciale, e qualcuno di particolare, per essere più detestati di Keir Starmer, ma Polanski ci è riuscito .
L’Irlanda ha inviato l’ esercito per fronteggiare i manifestanti contro il carburante . Per l’amor del cielo, forse ricorderete che gli irlandesi pensavano che quando Trump ha suggerito questa linea d’azione sulle proteste per la giustizia sociale…
Quindi, gli irlandesi sono OSSESSIONATI da come parlano gli altri irlandesi perché ci chiediamo sempre: “Hai perso la testa con il tuo accento americano/britannico (sono gli unici che ci interessano)?”. L’irlandese Morgan McSweeney, ex capo di gabinetto del Primo Ministro Starmer (che ha la mia eterna ammirazione, non mi importa cosa dica la gente), non aveva mai parlato in pubblico fino alla settimana scorsa, nonostante sia stato lui a rivoluzionare (per un brevissimo periodo) il Partito Laburista britannico (un compito ingrato e faticoso, organizzare una vera e propria banda di bastardi). Comunque, ha parlato , e la sua voce era quella che tutti noi assumiamo una volta usciti dalla politica. Forse ha preso lezioni di dizione. Un plauso però alla voce di Emily Thornberry, che è di classe. Per il resto, queste audizioni sono una completa e totale perdita di tempo, ma mi danno più opportunità di leggere Patrick Maguire , che è bravissimo.
Webinar ACLED
Insurrezioni connesse: l’evoluzione globale dei gruppi jihadisti
Unisciti ad ACLED il 14 aprile alle 14:00 CET | 13:00 Londra per un webinar sulle sovrapposizioni tra i movimenti jihadisti in Africa, Medio Oriente e Asia centrale. Esamineremo le tendenze comuni nel modo in cui i gruppi operano e valuteremo come gli sviluppi in una regione si ripercuotono ben oltre il loro contesto immediato, per fornire uno sguardo comparativo su come queste reti si evolvono, quali modelli comuni stanno emergendo e cosa ciò significhi per i futuri rischi per la sicurezza e le risposte politiche. Registrati ora per partecipare .
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Conflitti di interesse – Nuovo episodio
Mentre la guerra in Ucraina continua, il presidente Zelensky ha visitato i paesi del Golfo per raccogliere fondi per il costoso conflitto, vendendo le competenze ucraine nel campo dei droni.
In questo episodio di “Conflitti di interesse”, la CEO di ACLED, la professoressa Clionadh Raleigh, e l’analista senior di ACLED per l’Europa e l’Asia centrale, Witold Stupnicki, analizzano come l’Ucraina sia diventata leader mondiale nella tecnologia dei droni da guerra e come le tattiche ucraine di successo siano state utilizzate da Hezbollah e altri.Presentato da ACLED, ora disponibile in streaming su tutte le principali piattaforme .

Cari lettori,
“Ciò che non si può evitare, va accolto con favore.” ― William Boyd, Brazzaville Beach
Molte volte studiosi e analisti hanno riflettuto sulla sorprendente sopravvivenza del regime iraniano. Attraverso gli sconvolgimenti rivoluzionari della fine degli anni ’70, la lunghissima e sanguinosa guerra con l’Iraq negli anni ’80, le continue lotte di potere interne, le sanzioni, gli attacchi della superpotenza mondiale, l’infiltrazione israeliana nelle sue élite e ora le decapitazioni di massa e le distruzioni, l’Iran e la sua dittatura militare sono riusciti a mantenere un elevato grado di coerenza e controllo interno. Questo non equivale a stabilità politica, e certamente non è garantito che continui. Eppure ci troviamo ancora una volta a riflettere su come il regime riesca a mantenere l’allineamento interno dal livello locale a quello centrale. O forse no?
Mentre scrivo, esiste la possibilità che il conflitto tra Stati Uniti e Israele si stia risolvendo (come ha lasciato intendere il presidente Trump il 1° aprile ); ma è altrettanto probabile che si tratti di un bluff e che entrambi i Paesi si troveranno invischiati in una guerra irrisolvibile per diversi anni. Il problema centrale è che un Iran rinvigorito, indebolito e più estremista è un vicino molto pericoloso e destabilizzante, ma lo è altrettanto un Iran distrutto, frammentato e internamente caotico. Per evitare entrambi gli scenari è necessario che il regime iraniano mantenga una certa coesione interna, pur essendo indebolito al punto da garantire una stabilità funzionale, ma non di più. Ciò significa che rimarrà in vigore un sistema di repressione che, come minimo, terrorizzerà i propri cittadini.
Per riassumere la situazione attuale: in 32 giorni si sono verificati quasi 5.000 attacchi in 18 paesi, con 1.524 vittime. L’Iran ha subito il 73,9% di tutti gli attacchi (oltre 3.600) e l’88,4% delle vittime (1.347). La sola provincia di Teheran ha registrato quasi 800 attacchi. Tuttavia, la rappresaglia iraniana è geograficamente estesa e in gran parte inefficace (dal punto di vista militare). L’Iran ha colpito 14 paesi con oltre 560 attacchi in uscita, causando almeno 70 vittime. I sistemi missilistici degli stati del Golfo e di Israele hanno intercettato la stragrande maggioranza dei proiettili in arrivo, oltre 619 volte.
Cosa abbiamo imparato sui conflitti durante questo periodo? L’Iran ha sfruttato a proprio vantaggio il tempo e le perturbazioni economiche, utilizzando la geografia e l’economia della regione. Le infrastrutture energetiche rappresentano un obiettivo primario per l’Iran in tutto il Golfo. ACLED ha registrato 163 eventi legati al settore energetico negli stati del Golfo, che hanno colpito raffinerie di petrolio (BAPCO, Mina al-Ahmadi, SAMREF Yanbu, Fujairah), impianti di GNL (Ras Laffan), aeroporti (Dubai, Kuwait, Bahrein), porti (Jebel Ali, Shuaiba, Salalah) e centrali elettriche (Sabiya, Doha Ovest), perlopiù a causa di attacchi con droni.
Attualmente l’Iran gode di un forte potenziale di entrate energetiche, il che gli consente di finanziare la guerra in modo piuttosto efficace. Secondo quanto riportato da funzionari statunitensi, lo Stretto di Hormuz è stato minato con il dispiegamento da parte dell’Iran di circa 12 mine magnetiche Maham 3 e Maham 7. Laddove la posizione geografica non favorisce gli obiettivi iraniani e vengono utilizzati i porti al di fuori dello Stretto di Hormuz (ad esempio, Fujairah negli Emirati Arabi Uniti, le opzioni sul Mar Rosso per l’Arabia Saudita), l’Iran ha iniziato a colpire anche queste zone, compromettendo così le relazioni regionali.Tra gli altri evidenti vantaggi dell’Iran figurano il suo vastissimo apparato di sicurezza interna e le sue milizie regionali (tutte colpite più volte nell’ultimo anno). Assistiamo all’emergere di una “divisione del lavoro”: il Libano come teatro di un conflitto radicato tra Israele e Hezbollah; gli Houthi disposti a interrompere occasionalmente le rotte marittime alternative per il trasporto di energia (ad esempio, Bab al-Mandab); le milizie irachene allineate con l’Iran che causano enormi problemi alle infrastrutture e al personale statunitense, nonché alla politica interna irachena. Come già evidenziato nel nostro podcast sull’espansione regionale del conflitto nell’ultimo mese, la sicurezza interna dell’Iraq è stata sacrificata a favore di quella dell’Iran.
A quanto pare, il modo in cui viene combattuta questa guerra ha solo arricchito e rafforzato l’Iran. Ciò è sorprendente, considerando la pervasività degli attacchi contro l’Iran e il suo regime nell’ultimo mese. In particolare, i vertici del governo iraniano sono stati decimati. Israele ha ucciso diversi livelli di funzionari iraniani , sia nelle principali potenze nazionali, sia nelle aree regionali e nelle autorità locali. Israele ha una lunga storia di utilizzo di assassinii per eliminare i leader di gruppi violenti, e si tratta di una tattica efficace per cambiare il corso di una guerra. Tuttavia, è più efficace per destabilizzare i gruppi insurrezionali che gli Stati. Per gli insorti, spesso accelera la fine della guerra in modi favorevoli all’opposizione statale, spesso riduce l’intensità del conflitto e raramente provoca violenze di reazione. Ma, soprattutto, il motivo per cui è efficace per gli insorti è che la decapitazione altera la gerarchia del potere e del processo decisionale, creando un vuoto di potere. I sistemi statali non solo hanno élite di rimpiazzo (spesso, addirittura troppe, che aspirano al ruolo di leader), ma qualsiasi Stato che rischi di essere decapitato avrà strategie per risolvere rapidamente il vuoto di potere.
L’Iran si era preparato a un simile attacco, sebbene improbabile con tale precisione e intensità. Questi preparativi hanno consentito una certa coerenza interna e un certo grado di indipendenza locale, soprattutto per quanto riguarda il controllo esercitato sulle province. Il regime esercita ancora un’enorme forza interna: delle 1.047 proteste registrate in Iran – la più grande ondata di proteste prolungate durante la crisi – il 99,2% è a favore del regime, passando dal lutto per la morte di Ali Khamenei (Fase 1) al sostegno alla successione di Mojtaba Khamenei (Fase 4). Sei proteste contro il regime sono state registrate e represse con la forza letale. Praticamente tutte le 1.047 proteste seguono schemi identici, il che suggerisce un coordinamento centralizzato piuttosto che una mobilitazione spontanea. L’Iran ha giustiziato pubblicamente manifestanti anti-regime a partire da gennaio e ha intensificato gli arresti per condivisione di informazioni e dissenso. Si stima che 1.441 persone siano state arrestate in Iran per spionaggio, affiliazione monarchica, documentazione dei danni causati dai bombardamenti, utilizzo di Starlink e invio di filmati a media stranieri. Almeno otto arresti menzionano esplicitamente i dispositivi internet satellitari Starlink, a dimostrazione del fatto che il regime considera internet via satellite una grave minaccia per l’intelligence, in quanto permette il coordinamento degli attacchi e la fuga di informazioni. La popolazione iraniana non avrebbe modo di approfittare di un’eventuale debolezza del regime. Persino un’unità paramilitare ferita è molto più forte di un cittadino disarmato.
Questo regime è tutto ciò che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) e i Basij hanno a disposizione, e una rete di clientelismo è strutturata per avvantaggiare direttamente questi lealisti . Inoltre, non esistono vie d’uscita riconosciute a livello internazionale per coloro che desiderano disertare. Quindi, sebbene vi siano segnali di indebolimento interno del regime – tra cui l’impossibilità di comunicare e incontrarsi, l’assenza di luoghi di ritrovo – e sebbene sia evidente che il Mossad sia profondamente radicato nel sistema, esistono anche modi in cui questo regime può continuare a trarne vantaggio. Più denaro l’Iran guadagna con il sistema di pedaggi nello Stretto, più aiuti riceve dalla Russia, più coloro che non sono direttamente colpiti dall’Iran desiderano tornare a fonti energetiche più economiche, e più a lungo durerà questa situazione.
Per chiarire, esistono almeno quattro possibili scenari per la fine della guerra.
- Il primo scenario prevede il crollo delle Guardie Rivoluzionarie, il che causerebbe caos e catastrofi nella regione: migrazioni di massa, insurrezioni e un’instabilità prolungata che destabilizzerebbe l’intera area per un decennio.
- La seconda ipotesi è che il regime continui una guerra di logoramento e che gli Stati Uniti si ritirino semplicemente perché non ne vale la pena, lasciando in Iran un governo molto più estremista. Questo è ciò che sta accadendo attualmente. Tale scenario porrà fine al ruolo globale che ci si aspetta dagli Stati del Golfo come centri finanziari, energetici e turistici, terrà in ostaggio i prezzi dell’energia e porterà a una proliferazione di milizie filo-iraniane in tutto il Golfo e a una massiccia e continua repressione interna.
- La terza possibilità è che il regime cambi perché la popolazione lo richiede. Questa ipotesi è molto improbabile, dato che dimostrano scarso rispetto sia per la propria popolazione che per la regione nel suo complesso.
- L’ultima possibilità è che il regime sia così debole da cedere e apportare modifiche alle proprie politiche, diventando uno stato fragile ma contenuto, accerchiato dai suoi vicini sospettosi e militarizzati. Questa ipotesi sembra improbabile, ma è anche il miglior risultato potenziale per tutti. Tutti gli scenari si basano su diverse direzioni intraprese dalle Guardie Rivoluzionarie. Qualsiasi cosa accada in Iran, a meno che non si modifichi la strategia e la coesione delle Guardie Rivoluzionarie.
Le crisi possono consolidare i sistemi anziché trasformarli. Questa, in particolare, ha spinto le élite del regime verso una maggiore coesione, e sia Mosca che Pechino continuano a sostenere le partnership economiche e strategiche dell’Iran. Non si è instaurato un nuovo “equilibrio di potere” al termine di questa crisi, il che significa che ogni tipo di relazione sta cambiando nel Golfo, nel Corno d’Africa e tra gli Stati Uniti e i suoi numerosi alleati, con i quali ha forti tensioni. Questo squilibrio – in un periodo di mutamenti geopolitici – è la crepa che farà crollare il muro in Medio Oriente e nel Corno d’Africa.
Per aggiornamenti e per accedere ai nostri dati quotidiani sulla crisi, consultate la nostra pagina sugli aggiornamenti relativi alla guerra in Iran .
Appunti e nozioni
Nonostante scherzi sul fatto che io porti solo cattive notizie, sono rimasto comunque sconvolto dal flusso di informazioni di questo mese. Nel complesso, però, consiglio vivamente la lettura di chi commenta la guerra e la politica (senza confondere le due cose): Iran Analytica di Hamidreza Azizi, Amit Segal, Andrew Fox e Nadav Eyal . Anche Benoit Faucon del Wall Street Journal è eccellente.
In genere, in questi momenti mi rifugio nei libri di Agatha Christie, che uso come una sorta di coperta di conforto mentale; li consiglio sempre caldamente in qualsiasi forma.
Ma torniamo alla fine dei tempi: voglio dire, per l’amor di Dio …
Vi consiglio di guardare questo ottimo e breve documentario sulle forze somale e la loro lotta contro lo Stato Islamico nel nord . Gli Stati Uniti hanno svolto un lavoro importante in Somalia, ma i recenti cambiamenti potrebbero stravolgerlo, soprattutto ora che l’ISIS si sente incoraggiato. Un’eccellente ricerca sulla branca somala dell’ISIS rivela : “L’ufficio regionale di Al-Karrar dello Stato Islamico ha sede in Somalia almeno dalla fine del 2018, ed è solo uno dei tanti ‘uffici’ sotto la Direzione Generale delle Province dello Stato Islamico che fungono da strutture di comando regionali organizzate per coordinare tutte le attività e le operazioni dello Stato Islamico in una specifica area . Il raggio d’azione di Al-Karrar comprende tutta l’Africa orientale, centrale e meridionale, dove contribuisce a supervisionare e gestire tutte le ‘province’, le reti e le attività di supporto ufficiali dello Stato Islamico”. Questo film include l’utilizzo del versatile cammello, quindi la menzione di questo mese è a posto.
Se state cercando qualcosa da guardare con i vostri figli durante le vacanze di Pasqua, posso consigliarvi (forse non è proprio il termine giusto…) la miniserie su Chernobyl di qualche anno fa. I bambini hanno imparato qualcosa di importante su questo disastro, e io e Sam abbiamo concluso che dovrebbero soprattutto conoscere la lenta e subdola influenza della lealtà e dell’ideologia verso i partiti politici e i loro molteplici modi di distruggere vite umane.
Se non amate la distruzione ma vi piacciono le tragedie, potreste considerare la visione di Saipan , un film sulla Coppa del Mondo di rugby allenata dall’Irlanda sotto la guida di Roy Keane. È un film molto valido, anche se di nicchia! Un ottimo esempio di come, pur non avendo torto, si possa comunque perdere.
Webinar ACLEDIl fronte orientale: ripercussioni regionali della guerra con l’IranUnisciti ad ACLED il 16 aprile, alle 13:00 a Londra | alle 14:00 a MadridLa guerra in Iran sta generando ripercussioni ben oltre il Medio Oriente, con l’Asia meridionale particolarmente esposta. Il conflitto ha comportato rischi considerevoli per il vicino Pakistan, esacerbando le già esistenti preoccupazioni per la sicurezza nella turbolenta provincia del Balochistan, mentre il Pakistan è impegnato in un conflitto attivo con l’Afghanistan. Le divisioni settarie esistenti potrebbero inoltre essere sfruttate da gruppi militanti per fomentare l’instabilità.Unisciti a noi per un webinar di grande attualità che analizzerà come il conflitto con l’Iran interagisce con le dinamiche dei conflitti esistenti in Pakistan e Afghanistan. Questa discussione esplorerà l’interazione tra i conflitti regionali, il ruolo dei gruppi armati e le più ampie ripercussioni sociali. Registrati qui.Libano in crisi: dinamiche di escalation e scenari futuriNelle scorse settimane, il Libano è tornato a essere un punto centrale in un confronto regionale sempre più ampio tra Iran, Stati Uniti e Israele. L’intensificarsi degli attacchi israeliani nel Libano meridionale, in particolare lungo il fiume Litani, insieme agli attacchi contro infrastrutture civili a Beirut, alimentano i timori di una più ampia escalation che ricordi l’invasione del 1982.Il webinar analizza le conseguenze dell’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele in Libano, l’evoluzione dei modelli di violenza, il posizionamento di Hezbollah e di altri attori, e i rischi futuri per il Libano e per l’intera regione. Guarda qui.
Seleziona ACLED tra i media!Siamo stati citati regolarmente dai media, dato che un numero crescente di testate giornalistiche utilizza i nostri dati per realizzare reportage sulla situazione in Medio Oriente. Per citare solo alcuni esempi, i dati di ACLED sono stati utilizzati per mappare e monitorare il conflitto da testate come il Washington Post , il New York Times , Al Jazeera , la BBC e The Economist .Sono stato ospite del podcast Battle Lines del Telegraph e sono stato citato dall’emittente nazionale irlandese, la RTÉ , e dall’emittente nazionale sudafricana, la SABC .Proseguendo con la copertura della guerra, Luca Nevola è stato citato in questo articolo della CNN , Muaz al-Abdullah ha rilasciato un’intervista a Deutsche Welle , l’ Associated Press ha utilizzato i nostri dati nei suoi reportage, il Telegraph ha utilizzato i dati di ACLED in questo articolo di cronaca e anche il Wall Street Journal ha citato i nostri dati.Nasser Khdour ha rilasciato un’intervista al Guardian per un articolo sulle operazioni delle milizie palestinesi sostenute da Israele contro Hamas.Bloomberg ha fatto riferimento ai dati di ACLED nel suo articolo “Perché dovresti preoccuparti dell’altra guerra al confine con l’Iran”.Reuters ci ha citato in un articolo sulle campagne di sequestro di persona condotte dal JNIM in Africa occidentale.Héni Nsaibia ha rilasciato un’intervista a Deutsche Welle per un articolo sulle insurrezioni jihadiste in Nigeria.Ladd Serwat ha rilasciato un’intervista a Deutsche Welle sull’utilizzo dei droni kamikaze nella Repubblica Democratica del Congo.Human Rights Watch ha fatto riferimento alla nostra panoramica regionale sull’Africa di marzo.La CNN ha fatto riferimento al fatto che classifichiamo l’Ecuador tra i 10 paesi più violenti al mondo.Su Mon è stato ampiamente citato in questo articolo di Al Jazeera sulla guerra civile in Myanmar, e hanno utilizzato i nostri dati in un altro articolo .Prof. Clionadh Raleigh, CEOACLED (Dati sulla localizzazione e sugli eventi dei conflitti armati)
Conflitti di interesse – Nuovo episodioDopo il discorso del presidente Trump, ci chiediamo: qual è l’obiettivo finale?Nell’edizione odierna di Conflitti di Interesse, la Prof.ssa Clionadh Raleigh analizza gli ultimi sviluppi della guerra con l’Iran ed esamina i possibili scenari futuri.Presentato da ACLED, ora disponibile in streaming su tutte le principali piattaforme .

