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Giovani generazioni: fragilità, sogni e attese

Mons. Marco Gnavi, direttore del convegno. A seguire: il professor Rosario Chiarazzo, Direttore dell’Ufficio per la pastorale scolastica e l’insegnamento religione cattolica del Vicariato di Roma.a, l’Imam El Refaey El Shahat della Grande Moschea di Roma, Mons. Spreafico, la Pastora della Chiesa Evangelica Metodista di Roma Mirella Manocchio, il RAV Benedetto Carucci Viterbi, Direttore della Scuoal Ebraica di Roma, il parroco ortodosso rumeno Gheorghe Zavate.

di ALESSANDRO MANFRIDI

Alcuni interessanti appunti presi a margine del convegno di dialogo ecumenico e interreligioso delle diocesi laziali dedicato ai giovani

20 marzo 2023

Il saluto iniziale è stato d’impatto. Mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri, ha confessato che dopo l’uccisione di Thomas ad Alatri incontrare i giovani ha significato diventare ancora più consapevoli che dietro ciascuno di loro ci sono storie di vita, speranze, gioie, ma anche difficoltà, tristezze. Per cui bisogna chiedersi sempre se e quanto tempo spendiamo per fermarci ad ascoltarli, loro e gli adulti che li circondano. A tal proposito, Pietro Alviti ha presentato i risultati di un’intervista realizzata a più di 3000 giovani delle Scuole Superiori. I ragazzi non frequentanti le parrocchie sono risultati essere il 93% ma il 53% di essi vi ritornerebbe per realizzare attività di solidarietà e attività ricreative e sportive.

Profondamente coinvolgente ed empatica è stata Daniela Lucangeli, ordinario in Psicologia dell’educazione e dello sviluppo all’Università di Padova, la quale, partendo dalle domande dei ragazzi espresse nei video condivisi in apertura di convegno, si è chiesta quale fosse il loro dolore più grande, quali fossero le loro aspettative. E, premesso che l’OMS definisce (1998) la salute come «uno stato dinamico di completo benessere fisico, mentale, sociale e spirituale, non mera assenza di malattia», ella ha evidenziato che la salute è dunque anche “qualcosa” di spirituale: l’organismo vivente della nostra specie ha bisogno di star bene nelle relazioni e negli scopi/fini che si prefigge. D’altra parte, la Lucangeli ha ricordato che scientificamente siamo un intero “SELF”, per cui dobbiamo smettere di scindere in modo dualistico, cartesiano, corpo e mente: “io non ho un cervello, io sono un radar vivente”. Noi non siamo questo organo, è questo organo che è noi. Noi siamo un intero senziente. Noi siamo filogeneticamente una unità corpo-mente.

Ciò premesso, prosegue la Lucangeli, ogni istante della nostra vita è un istante in cui abbiamo a che fare con la memoria del passato e con i processi di futuro, con la sofferenza e con il desiderio di “totalmente altro”. Se vogliamo comprendere come funzionano gli organismi viventi in immanenza, dobbiamo partire da quanto ci dicono gli scienziati che studiano il cervello distribuito: “io non sono me senza te”. Neuroni specchio. Noi siamo immersi nei pensieri degli altri, respiriamo l’aria dove respirano gli altri. A proposito del funzionamento della memoria della sofferenza e della gioia, durante la seconda fase pandemica si è scoperto che le cellule della pelle vengono cambiate dopo pochi giorni: perché l’organismo si tiene le cicatrici se la pelle è giovane? Perché in realtà conserva tutti i segnali del passato con cicatrici come “marcatore del futuro” affinché non si riproducano in esso i traumi del passato.

Ora, tutta la ricerca sull’epigenetica indica che per generazioni la genetica segna lo STOP. Ma chi decide questo STOP? Chi decide: “questo è un dolore?” e “questa è una gioia?” Siamo connessi e abbiamo un cervello distribuito, ma come funziona? I primi studiosi, sette anni fa, cambiarono la parola INTELLIGENZA con la parola INTELLIGERE. Flusso da fuori a dentro, da dentro a dentro, da dentro a fuori. Moduliamo il nostro dare sul segno del nostro intelligere: io non sono esterno al flusso. Da dentro a dentro è il mistero delle memorie. Esso traccia tutto, ma io scelgo la traccia non con le informazioni che mi dà la parte più recente della corteccia ma usando le aree limbiche, la parte più antica del cervello, le emozioni, e-movere. Il cervello antico mi dà due leggi: “mi fa bene”, “mi fa male”. Se io mentre studio, lo faccio con ansia, l’ansia manda il mio cervello in corto circuito, c’è una memoria per-vertita, ha perso il senso dell’orientamento. Se io provo un senso di giudizio da parte degli altri, io non riesco a fiorire perché il mio cervello va in reazione. Se la scuola adotta un sistema dell’intelligenza, ma non trasmette la dinamica dell’intelligere, allora bisogna forse riconoscere che abbiamo generato un sistema educativo causa di reazioni depressive e aggressive.

Non a caso, invece, la Lucangeli ha concluso il suo intervento con le testimonianze di un suo studente che le ha svelato “l’effetto moltiplicatore” (tanti più allievi raggiungo, tanto più per moltiplicazione loro raggiungeranno altri) e di altri due suoi studenti che l’hanno resa consapevole della necessità di fabbricare pillole di gioia in parole, opere e omissioni: 1) parole – tornate a dialogare con chi mettete al mondo; 2) opere – tornate a vivere con i propri figli; 3) ci vuole a-more, alfa privativo davanti a mors, mortis, “tu mi stai a cuore”(don Milani). Un docente non deve essere un verificatore ma un magister: dobbiamo smettere di appesantire le loro ali.

Anche la seconda parte dei lavori si è aperta con alcune testimonianze giovanili molto forti: essere fragile è sentirsi impotenti di fronte al flusso della vita: “la vita, per un giovane, è come stare su una corda” (Giulia). E se, dopo la pandemia, la guerra in Ucraina, l’aumento del costo della vita, l’ansia per un futuro, sognare non bastasse per superare le difficoltà? I giovani si sentono come una generazione debole e timorosa del futuro, non solo a causa delle nostre aspettative, ansie ed incertezze, ma anche perché “i social hanno cambiato i nostri valori a livello sociale. Noi giovani siamo facilmente influenzabili e suscettibili. Vorrei vivere una gioventù spensierata senza dover guardare sempre lo schermo di un cellulare” (Sasha).Il Rav Benedetto Carucci Viterbi, direttore della Scuola Ebraica di Roma, ha ripreso l’immagine di Giulia del funambulo, ricordando che un rabbino del 1800 diceva che tutto il mondo è un ponte molto stretto, l’importante è non aver paura. La fragilità è qualcosa che bisogna maneggiare con cura e spesso è preziosa. Le parole in questo ci possono aiutare se sappiamo utilizzarle. L’ebraismo utilizza quattro parole per definire questi contenuti: ELEM NAHAR ZAHIR E BAKUR.

BAKUR: dalla radice scegliere. L’adolescenza è una continua scelta, una stagione per niente semplice in cui con fatica si è chiamati a compiere le prime grandi scelte. ZAHIR: radice che significa “dolore”, sostanza di dolore nella stagione adolescenziale e non solo. NAHAR: “colui che si agita”. Agitazione costitutiva, difficoltà a stare fermi con la testa, a concentrarsi. ELEM è parente di due concetti: “il mondo” e “il nascosto”. Ogni adolescente è veramente un mondo di cui bisogna rispettare i confini e dare loro uno spazio riservato.

Importante in tal senso la metaforica biblica. Carucci cita Gn 33, 1-17, l’incontro tra Esaù e Giacobbe. Esaù domanda a Giacobbe: “Andiamo insieme e io camminerò con te”. Giacobbe risponde: “Tu sai che i bambini sono fragili, gli animali e il gregge stanno allattando, vai avanti e io camminerò secondo il passo dei miei giovani fragili, il gregge che sta allattando”. Ecco, qui si pone la questione del futuro. Per aver cura del futuro bisogna essere attenti alle fragilità e a quelle dei giovani in particolare. Tanti si sentono pressati dalle aspettative degli adulti e soccombono. Ma è come se Giacobbe stesse dicendo: “tu vorresti che io andassi al tuo passo, ma io non posso rispondere alla tua aspettativa, dammi i miei tempi ed io raggiungerò questi obiettivi, ma dammi i miei tempi”.

Per questo, conclude Mons. Spreafico, il brano della vocazione di Samuele è importante perché Eli a un certo punto dice “Eccomi, ti ascolto”, ma non è facile la relazione tra un vecchio e un giovane. Ciascuno di noi ha una missione. Samuele ed Eli trovano la missione. In questo noi abbiamo il compito di ricostruire il grande sogno di Dio che voleva una comunità di fratelli e di sorelle, giovani e anziani che camminano insieme.

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