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FINESTRA DI JOHARI. UNA PROPOSTA

22 Gennaio 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/costumi-sociali_religione/finestra-di-johari-una-proposta/

Il celeberrimo schema detto “Finestra di Johari” ideato dagli psicologi americani Joseph Luft e Harry Ingham nel 1955 (le iniziali dei cui nomi combinate hanno dato nome allo schema) è uno strumento utilizzato per lavorare sulle dinamiche interpersonali e di gruppo.

Lo schema è rappresentato da quattro quadranti e che vengono letti da due punti di osservazione diversi, il primo inerente alla conoscenza posseduta dal soggetto (o dal gruppo), il secondo relativo alla percezione esterna che viene recepita del soggetto (o del gruppo).

I passaggi tra i quadranti permettono di lavorare sulle dinamiche della comunicazione.

Un quadrante detto dell’“Arena” è quello legato alla manifestazione pubblica di ciò che un soggetto è (o mostra). In pratica una conoscenza propria del soggetto (o del gruppo) e condivisa all’esterno.

Il quadrante opposto è quello dell’“Area Sconosciuta”, ignota o “inconscia” dove sia il soggetto (singolo o gruppo che sia) non ha conoscenza di alcune sue caratteristiche (in psicologia parliamo di “inconscio”) e in ugual modo la “non conoscenza” dello stesso è condivisa dall’osservatore esterno.

I due quadri intermedi si caratterizzano per un alternarsi delle variabili.

In uno, quello dell’”Area segreta” (o “privata” o “nascosta”) anche detto “Facciata” il soggetto possiede una conoscenza di sé che non condivide con l’osservatore esterno.

Completa lo schema l’area “cieca”, quella in cui l’osservatore esterno ha una conoscenza del soggetto (singolo o gruppo che sia) senza che lo stesso la condivida. In pratica, il soggetto è come “cieco”, impossibilitato ad avere una conoscenza di sé (come avviene invece nei quadranti “Arena” e “Facciata”).

L’asse orizzontale indica il grado di conoscenza che il soggetto/il gruppo ha di sé stesso; l’asse verticale indica la conoscenza che hanno gli osservatori esterni del soggetto/del gruppo.

Mi sono sempre interessato dell’applicazione di questo schema per vari studi.

In maniera impropria, data la peculiarità dello strumento, proverò a sfruttarne l’uso per dare una sintesi schematica della situazione del clero della Chiesa Cattolica di rito latino.

L’occasione mi viene proprio dalle ultime prese di posizione a favore del celibato da parte del cardinal Sarah che ha pubblicizzato un libro che dice di aver realizzato con il Papa emerito Benedetto XVI, il quale si è invece affrettato a smentire la notizia sul suo consenso all’operazione (1).

Ricordando che sull’argomento ci sono molti interventi ed una discreta bibliografia, io stesso mi sono espresso a riguardo anche su questo canale (2), mi limito qui ad uno schema sintetico, che possa dare un quadro della questione, utilizzando la “Finestra di Johari”.

Ho preso in considerazione due variabili: il celibato e la castità.

Naturalmente le due realtà sono collegate ma non equivalenti.

Per celibato “ecclesiastico” si intende l’impegno assunto dal clero a rinunciare al matrimonio nell’ambito delle promesse sottoscritte prima dell’ordinazione diaconale (3).

La “castità” è invece una virtù che viene richiesta anche agli stessi sposi cristiani. In questo caso non si chiede l’astensione dai rapporti ma un certo modo di vivere tutta l’esperienza relazionale di coppia, nei vari aspetti affettivi, sessuali, generativi (4).

I preti “secolari”, quelli legati all’obbedienza ad un Vescovo e incardinati in una diocesi, fanno “promessa di celibato” ma non “voto di castità”; tale voto è invece professato dai religiosi e dai consacrati di ogni ordine e carisma: suore, monache, frati, missionari, monaci, sacerdoti cosiddetti “regolari”perchè legati all’osservanza di una “regola” che fa capo al loro fondatore e segue un carisma particolare (Francescani, Domenicani, Benedettini…). Questo non significa che i preti secolari non debbano vivere una qualche forma di “castità”, pur non avendone assunto un voto. Ricordando che secondo gli insegnamenti della Chiesa Cattolica ogni rapporto fuori del matrimonio è considerato illecito (un peccato “da confessare”) naturalmente ciò si ritiene valga anche per una relazione affettiva che sia di coppia ma non arrivi ad un matrimonio (una convivenza di fatto); è evidente che ai consacrati viene negato dunque quello che già viene negato ai laici (rapporti fuori del matrimonio, convivenza) con la differenza che un prete, un frate, una suora, per sanare una relazione affettiva “fuori del matrimonio” dovrebbe sposarsi, rinunciando al ministero.

Nel quadrante dell’Arena ho dunque rappresentato le due variabili nella loro proposta “pubblica”: i preti qui sono SIA CELIBI CHE CASTI, esattamente come li vuole la Chiesa, li vede la gente e come si propongono e si sforzano di vivere loro stessi.

Nel quadrante opposto troviamo la variabile “NON CELIBI E NON CASTI”. Si tratta di preti che hanno deciso di rompere la loro promessa celibataria per sposarsi (risultando secondo le norme sospesi dall’esercizio del ministero) ma non vivono la castità loro propria, vivendo in maniera deviata l’esercizio della loro sessualità.

Questi due quadranti opposti nascondono la realtà delle cose: il mondo non si divide in “bianchi” e “ neri”, in “buoni” e “cattivi”, come l’informazione mediatica vorrebbe spesso proporre.

Infatti, passare dalla visione ideale del prete “celibe e casto” dedito alla sua missione (figure esistenti, certo; ma non da idealizzare) a quella del prete non solo “traditore” della sua missione ma anche fonte di scandali (quadro descritto da Paolo VI nella Sacerdotalis Coelibatus come analizzo) (5) è un passaggio che non solo potrebbe far sorridere gli osservatori più attenti ma che probabilmente non corrisponde alla realtà nel suo complesso.

Per tal motivo i due quadri intermedi appaiono essere più vicini alla realtà stessa.

In uno, che corrisponde impropriamente all’area “Cieca” di Johari (quella in cui il protagonista non si coglie nella sua realtà ma viene colto dall’osservatore esterno) ritroviamo i preti NON CELIBI MA CASTI. Sono quei preti che hanno rinunciato alla promessa del celibato per sposarsi e mettere su famiglia (venendo sospesi dall’esercizio del ministero ma rimanendo, secondo il Codice di diritto Canonico, can. 290, comunque validamente ordinati; per tal motivo i sacramenti eventualmenti celebrati da essi – confessioni e messe – sono considerati validi ma amministrati in maniera illecita, ad eccezione di quanto dispone il can. 977 CJC). Essi vivono dunque la dimensione, come accennato, propria anche dei laici, quella della “castità matrimoniale” (non “astensione”, lo ripetiamo, ma giusta costruzione della relazione al di fuori di qualsiasi “perversione” e tradimento extramatrimoniale).

Nell’ultimo quadrante, quello dell’area di “Facciata”, “occulta”, “segreta”, “privata”, troviamo i preti CELIBI MA NON CASTI. In quest’area il soggetto conosce sé stesso ma tali aspetti non vengono condivisi e manifestati all’esterno. “Mancanza di castità” vuol dire naturalmente tutta una serie di cose, in un ventaglio davvero ampio. Dal “segreto”al “nascondimento” di una “relazione affettiva” che non può essere resa pubblica, alla vita smarrita dietro promiscuità e dissolutezze, fino all’attaccamento a realtà che negano il senso stesso della missione assunta: la brama di potere, il carrierismo, il clericalismo, la vanagloria, il narcisismo, la prevaricazione sugli altri, la simonia e l’accumulo di denaro e di beni materiali. Celibi sì. Ma casti no.

Naturalmente è chiaro che la mia applicazione dello “Schema di Johari” è impropria, in quanto questo nasce e viene usato in dinamiche legate alla comunicazione; il mio schema invece presenta due soggetti diversi: quelli dei preti rimasti celibi e quelli dei preti che hanno deciso di rinunciare al celibato, con un doppio sviluppo dinamico in cui assegno a ciascuna delle due categorie due quadri dello schema. Pur con una forzatura, spero la mai proposta possa essere letta in maniera scorrevole.

Concludo ricordando che chi propone una rivisitazione della norma che rende obbligatorio il celibato ecclesiastico fra il clero cattolico di rito latino non sta chiedendo l’abolizione del celibato stesso (come erroneamente qualcuno intende) ma solo l’abolizione della sua obbligatorietà, lasciando dunque la libertà ai protagonisti – sotto il discernimento e l’accompagnamento della Chiesa – di poter essere dispensati dall’obbligo accedendo ad un matrimonio senza essere al contempo sospesi dall’esercizio del ministero.

Mi sembra particolarmente interessante il servizio giornalistico andato in onda su Rai Tre nel format “Presa diretta” il 13.01.2020 intitolato “Attacco al Papa”(6 ) e dunque qui ho il piacere di segnalarvelo.

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2020/01/14/celibato-dei-preti-e-giallo-in-vaticano_e8c1ca9e-8c5d-4790-ae84-cb8315a4c840.html
(2) https://www.glistatigenerali.com/religione_teologia/papa-francesco-e-la-conferma-della-norma-del-celibato-obbligatorio/
(3) http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/encyclicals/documents/hf_p-vi_enc_24061967_sacerdotalis.html

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2020-01/celibato-sacerdotale-secondo-concilio-dono-non-dogma.html
(4) http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p3s2c2a6_it.htm
(5) http://www.vocatio2008.it/ULTIMENOTIZIE/2019_05_26_7%20Relazione%20Manfridi%20Convegno%20Vocatio%2026.05.2019.pdf
(6) https://www.raiplay.it/video/2020/01/Presa-diretta—Attacco-al-Papa-4026c0ba-4c4d-46b3-a457-026f87cc0983.html

https://pietrevive.blogspot.com/2020/01/attacco-al-papa-presa-diretta-di.html?m=1&fbclid=IwAR37H_DSApP01u4EUz8Wjiv_y5KaTHZEtH8dL9m71nCHT-PA7a

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