Categorie
Uncategorized

CORONAVIRUS E APOCALISSE

6 Marzo 2020

Pubblicato su https://www.glistatigenerali.com/salute-e-benessere_societa-societa/coronavirus-apocalisse/

Ormai il COVID-19 è il protagonista incontrastato di ogni riflessione nazionale.

In “tempi di crisi” si riaffaccia, puntuale, la sensibilità millenarista, si moltiplicano le sirene dei “profeti di sventura” e i predicatori apocalittici raggiungono considerevoli picchi di visibilità, guadagnando gradimento e share sulla rete ed oltre.

Paure, psicosi e speranze si accavallano e si sovrappongono, mettendo alla luce i sentimenti più nascosti ed ancestrali di ciascuno di noi.

La Storia delle Religioni e la Storia del Cristianesimo e delle Chiese può illuminarci, dandoci qualche indicazione in più sul modo di vivere in maniera non esasperata e non esasperante le tensioni verso l’Oltre e verso ciò che ci trascende e ci pone le domande di sempre.

In queste settimane, accanto alla diffusione esponenziale di questo virus, impazzano sul web imput di ogni tipo, dai più pesanti a quelli caricaturali.

Così, qualcuno ci ha ricordato che il calendario dei Maya è stato mal interpretato, visto che la data da loro prevista per la fine del computo della cronologia era il 2012 e qualcuno oggi suggerisce l’anno odierno.

Da dove nasce questa “necessità” di “leggere i segni dei tempi” e di trovare chiavi interpretative per dare una spiegazione finale agli avvenimenti che la storia ieri e la cronaca oggi di volta in volta ci presentano?

Una delle coordinate è proprio quella legata alle domande “fondamentali” che ogni essere umano, almeno una volta, si è posto nella vita: “Da dove vengo?”, “Dove vado?”, “C’è una vita dopo la morte?”, “Che significato devo dare all’esistenza e alle sofferenze e alle prove che vivo?”.

Naturalmente la domanda più drammatica è proprio quella che sta dietro all’avvenimento della fine dell’esistenza.

Nel XIV secolo il continente Europeo visse il dramma di una pandemia chiamata “Morte nera”, probabilmente dal batterio della peste che, dall’Asia attraverso la Turchia arrivò in Grecia e nei Balcani e attraverso l’Egitto in Sicilia risalendo l’Italia e diffondendosi in Francia, Spagna, Germania, in tutta l’Europa fino ad arrivare alle isole britanniche.

Secondo gli studi degli storici questa pandemia di peste avrebbe sterminato un terzo della popolazione del continente, causando circa venti milioni di decessi.

Certamente non possiamo ignorare i milioni di morti dovuti alle guerre che si sono succedute nel Vecchio Continente nell’arco della sua plurimillenaria storia; ma la percentuale delle vittime mietute in pochi anni – dal 1346 a poco oltre il 1353 – fanno di questo avvenimento, forse, l’evento più nero e drammatico di tutta la storia continentale.

Lo stesso fenomeno da cui deriva il termine “Millenarismo”(1), coniato per designare la credenza diffusa che allo scoccare dell’anno Mille della Storia Cristiana il Tempo sarebbe giunto al suo termine (e con il proliferare, come sappiamo, di una serie di movimenti e di sette che eccitavano gli animi a riguardo) fu superato, di gran lunga, dalla disperazione e dalla follia generate dall’orrore e dal terrore delle popolazioni sottoposte alla devastazione della “Peste nera” trecentesca.

Ne fecero le spese, in maniera drammatica, gli ebrei.

Tra il 1348 e il 1350 ci furono massacri in Spagna, Francia, Germania ed Austria suscitati da una falsa accusa secondo la quale gli Ebrei avrebbero provocato la morte di Cristiani con l’avvelenamento di pozzi ed di sorgenti d’acqua durante la peste nera. Solo a Strasburgo vennero bruciati vivi 2.000 Ebrei. (2)

Questa “necessità” di trovare un “capro espiatorio”, di “dare la colpa a qualcuno” per la catastrofe che incombe, sono caratteristiche delle psicosi collettive generate da questi “segni apocalittici”.

Accanto al termine “millenarismo” e prima del suo conio, la parola “Apocalisse” sta a designare, appunto, l’arrivo di un tempo di grandi prove e tormenti, e si rifà proprio al titolo dell’ultimo libro della Bibbia, la parola greca “apokálypsi” che tradotta in italiano significa ”rivelazione”.

Il libro, davvero affascinante e colmo di simbologie (abbiamo simbologie cromatiche, simbologie numeriche, simbologie zoomorfe, simbologie angeliche, simbologie cosmiche) è la trasposizione scritta, attribuita all’ultimo degli Apostoli in vita, Giovanni l’Evangelista, che avrebbe narrato sull’isola di Patmos verso gli anni Novanta dell’Era Cristiana le “rivelazioni” da lui ricevute nelle sue visioni mistiche, rivelazioni che hanno a che fare con quello che avverrà “Alla fine dei tempi”.

Il fatto che le visioni siano corredate di avvenimenti drammatici (segni negli elementi, carestie, devastazioni, guerre, apostasie, battaglia angelica tra le milizie capeggiate dall’Arcangelo Michele e gli angeli decaduti guidati da satana cfr Ap 12, 7-9), tutte descrizioni – si noti – altamente simboliche e dunque esigenti di necessarie interpretazioni, ha condotto l’immaginario collettivo sbocciato a corredo degli avvenimenti più drammatici della Storia bimillenaria del Cristianesimo a dipingere “la Fine dei Tempi” come un’epoca corredata, appunto, da un susseguirsi martellante, senza tregua ed asfissiante di avvenimenti catastrofici.

Non c’è bisogno di citare i testi e l’azione di quei gruppi religiosi e quelle Chiese “specializzate” nella predicazione millenarista-apocalittica, come la Congregazione dei Testimoni di Geova o come le molteplici denominazioni che appartengono alla famiglia delle Chiese Avventiste.

Lo stesso Cattolicesimo ha tra i punti fondamentali del suo “Credo” quello dell’attesa di un ritorno di Gesù Cristo alla “Fine dei Tempi”. Nel Messale Romano l’assemblea è invitata a proclamare dopo le parole consacratorie durante le liturgia eucaristica, la formula: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Dunque, l’attesa di una “Seconda venuta, nella gloria”, come viene formulato sia nel “Simbolo Apostolico” sia nel “Simbolo niceno-costantinopolitano”, entrambi recitati, alternativamente, nella liturgia eucaristica festiva come riportato dal Messale stesso.

Il credente cristiano vive dunque quest’attesa, questa tensione. Ma non ne predice né ne prevede una “data” (che sia il 1000, il 2000 o quando altro), anche perché nella Bibbia tali date non sono proposte; naturalmente il “predicatore millenarista” e tutti gli adepti al disvelamento di “segreti apocalittici” si sono azzardati e sprecati, in epoche passate e recenti, a dispensare date e scadenze con lo zelo di chi si preoccupa delle conseguenze deleterie di un cibo consumato dopo la data di scadenza… a onor del vero, la Storia li ha smentiti puntualmente.

L’attenta lettura dei testi biblici ci fa notare che i vari scritti prodotti dai cosiddetti “Profeti” (con il genere letterario corrispondente) presentano un’andamento opposto a quel che il sedicente “profeta apocalittico” pretenderebbe e prevederebbe. Il profeta biblico, infatti, è sempre un uomo od una donna controcorrente, che “parla nel deserto” e, quasi sempre, vive il dramma di una profonda solitudine ed isolamento, non venendo compreso/a, nonostante la profondità delle sue provocazioni e delle sue battaglie, se non al termine della sua esistenza od oltre la stessa.

La Bibbia stessa presenta la figura dei “falsi profeti”(Cfr. Dt 18, 17-22, Ger 14,14; 28, 1-17, 1Re 18, 20-39, Mt 24, 11).

A questi ultimi potremmo accostare le figure dei “sedicenti profeti apocalittici” che dimostrano la pochezza delle loro prospettive, la piccolezza dei loro obiettivi e la meschinità dei loro fini proprio a partire dalle loro azioni e dalle loro strategie, totalmente opposte alla testimonianza del profeta autentico, quello che lascia un solco.

Si noti: i signori, menagrami di sventura, non vanno controcorrente, tutt’altro, cavalcano l’onda delle fobie e delle psicosi.

Non prevedono quel che ancora non si vede all’orizzonte ma fanno incetta di notizie catastrofiche sotto gli occhi di tutti (disastro ecologico, fame nel mondo, virus letali, recessione economica, guerre endemiche, egoismo umano all’ennesima potenza…) e le riciclano per i loro sporchi interessi: creare audience, consenso, adepti, suscitare adesioni e guadagnare grazie ai diritti d’autore, sulla pelle della gente. In pratica, si propongono all’opposto dei veri profeti, che sono invece emarginati, perseguitati ma alla fine riconosciuti ed esaltati (la formula evangelica conserva immutata la sua verità profonda: “Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”, cfr. Lc 14, 7-14).

Il ritorno di Cristo, atteso dai suoi credenti, pur essendo una buona notizia (l’apocalisse, in realtà, è una buona notizia; perché il vero cristiano non si preoccupa dei segni apocalittici che lo accompagnano – peraltro, come detto, presentati simbolicamente nel testo biblico – ma si rallegra della opportunità di poter conoscere Colui nel quale crede accogliendolo al suo ritorno sulla Terra), non ha cessato, come abbiamo visto, nel corso di due millenni di storia, di vivere deviazioni proprie dei movimenti millenaristi ed apocalittici.

La storia è antica.

Ne sa qualcosa l’apostolo Paolo che scriveva la sua seconda lettera alla comunità dei credenti presente in Tessalonica.

In essa si evince che già nelle prime comunità cristiane era fortissima l’idea che Gesù sarebbe tornato di lì a poco e che tutti avrebbero potuto conoscerlo.

Questa gioiosa attesa era però degenerata in alcuni che, certi della ormai prossima fine di questo stato di cose (“ fine del mondo”) erano giunti alla risoluzione di smettere di lavorare, per concentrarsi sulla “parusia” ormai imminente.

Paolo li rimprovera fortemente, richiamandoli al presente, con una frase che può giustamente restare scolpita come fondamentale regola di convivenza civile: “Chi non vuol lavorare neppure mangi” (2Ts 3,10).

Dopo duemila anni di Cristianesimo, cogliendo l’urgenza di contrastare il COVID 19 che ci vuole tutti uniti e solidali, rigettando qualsiasi sirena sedicente profetica, siamo grati nel continuare a dare il nostro contributo con il lavoro, con lo studio, con le nostre capacità e competenze, per uscire da questa crisi e sopratutto perché la dicitura “situazione apocalittica” sia colta non più come qualcosa di terribile, ma come una occasione per costruire un presente sensato e dare risposte umane alle domande di senso.

(1) DUBY G., FRUGONI C., Mille e non più mille: viaggio tra le paure di fine millennio, Rizzoli, Milano 1999.

(2) FOA A., Ebrei in Europa. Dalla Peste Nera all’emancipazione, Laterza, Roma-Bari, 2008.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.